No, gli archeologi non fanno la stessa vita di Indiana Jones

Altro che trappole mortali e serpenti: un archeologo vero ci racconta com’è il suo lavoro

Lavoro
di Sandro Giorello facebook 26 ottobre 2016 16:38
No, gli archeologi non fanno la stessa vita di Indiana Jones

indiana-jones-harrison-ford Screen Rant - “Io in Italia non ci lavorerei mai” (Indiana Jones)

 

Abbiamo festeggiato i 35 anni  passati da quando Indiana Jones è comparso sul grande schermo alla ricerca della sua Arca Perduta. Quel film ha emozionato milioni di teenagers di tutto il mondo che sono rimasti conquistati da una vita fatta di tesori nascosti, trappole mortali da evitare e bellissime ragazze da salvare a colpi di frusta.

C’è anche, poi, chi ci ha provato davvero a fare l’archeologo ed ha appurato tristemente che, fuori dal film, è tutta un’altra storia. Ce lo racconta Emanuele Gironi, archeologo e ricercatore che gestisce la pagina Facebook ArcheoCafe. 

Anche fare l’archeologo nella real life ha il suo lato pericoloso e affascinante? Dipende, se vi piace passare tutta la giornata a catalogare cocci e vasi bollati forse sì. Sicuramente il prof. Jones si è divertito di più.

 

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L’archeologia si dedica alla ricerca dei fatti. Non della verità. Se vi interessa la verità, l’aula di filosofia del professor Tyre è in fondo al corridoio.”  (Prof. Henry Jones J.)

Potrà certamente sembrare una banalità ma nel cuore di ogni studente di archeologia si cela un piccolo Indy sempre pronto ad uscire fuori nel momento meno opportuno.

 

Le prime esperienze di scavo sono sempre un po’ traumatiche; ci si sveglia alle 5 di mattina convinti che tra uno strato e l’altro si celi un piccolo tesoro e quando la giornata finisce si ripongono frusta e revolver nello zaino e si comprende che forse l’archeologia non era proprio come la immaginavamo da bambini.

L’archeologo non è quel viaggiatore misterioso alla ricerca dell’Arca Perduta, anzi, il più delle volte ha un sottile rigonfiamento del ventre evidenziato dalle numerose birre bevute alla fine del cantiere, le mani sporche di terra, due grandi paia di occhiali e un abbigliamento piuttosto bizzarro.

 

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Diciamolo pure, non solo la sua voglia di avventura non si avvicina nemmeno lontanamente a quella di Indiana Jones, ma il lavoro di questo strano professionista dell’antico è completamente diverso.

 

Una volta individuato il terreno di scavo, attraverso fotografie aeree, fonti antiche o modernissime tecnologie, è necessario ricostruire le diverse attività che si svolgevano in antico. Basta pensare ad una torta, ogni strato rappresenta un’epoca ed ogni epoca ha la sua peculiarità. Strutture e reperti vengono poi studiati tra magazzini e laboratori, con microscopi e analisi chimiche permettendo di dare e ricostruire la loro storia. In pratica ci si spacca la schiena e si sta seduti per ore davanti a cocci e coccetti cercando di ricostruire un puzzle.

 

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Il nostro caro Indy è quindi molto più simile ad alcuni intrepidi esploratori dell’800 che a un ricercatore universitario ma senza alcuna ombra di dubbio i suoi film continuano ad incantare. E se in I predatori dell’arca perduta servizi segreti e governi mondiali sono alla ricerca dell’Arca dell’Alleanza, nella vita reale non accade mai niente del genere: laboratori di ceramica e studi topografici prendono il posto di trappole segrete e sciabole roteanti mentre all’adrenalina scatenata da esplosioni ed incidenti stradali si sostituisce quella generata dall’apertura di una fresca birra estiva e dal ritrovamento di un anfora bollata.

Certo”, direbbe qualcuno, “tutta questa azione è certamente opera di Hollywood ma allora le cripte nascoste e i tesori segreti infestati da serpenti?”

 

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Tutto vero, se non fosse che rintracciare ipogei nascosti è come vincere un terno al lotto e qualora ci riuscissimo altro che serpenti, intorno a noi avremmo giusto le tracce dei tombaroli che hanno portato via tutto il ricco corredo.

Ok, adrenalina e tesori non saranno quelli del film ma forse l’abbigliamento è lo stesso dei numerosi archeologi che lavorano nei cantieri e laboratori d’Italia.”

Non credo proprio.

 

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Jeans strappati, ginocchiere, t-shirt multicolori e scarpe anti infortunistica. Forse solo una cosa attira gli sguardi e l’ammirazione di tutti i colleghi sullo scavo, no, non si tratta della frusta, ma del cappello a tese larghe per proteggersi dal sole, ovviamente solo quando non si indossa il caschetto giallo.

Nonostante i film di Indiana Jones siano quanto più lontano dalla professione dell’archeologo, forse c’è una cosa che accumuna i ricercatori dell’antico con il più pazzo scopritore di tesori: la voglia di conoscenza e di scoperta e quell’irrefrenabile desiderio di svelare i segreti del mondo per ritrovare, perché no, anche un po’ di noi stessi.

 

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