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Home Musica

Ode a Nick Cave, risorto dalle sue stesse ceneri

by Simone Stefanini
7 Novembre 2017
in Musica
Ode a Nick Cave, risorto dalle sue stesse ceneri

 

Quando nel 2015 suo figlio Arthur è morto a 15 anni, caduto da una scogliera mentre era sotto effetto di LSD, i fan hanno tremato oltre l’empatia, per riuscire a capire se Nick Cave si sarebbe mai potuto riprendere da una tragedia del genere. Nick Cave è un uomo all’apparenza fragile, sovrastato dalla sua stessa arte che si fonda di canzoni e libri che hanno soggetti grevi, apocalittici, religiosi nel senso più plumbeo del termine. Il Nick Cave che negli anni ’80  era fatto della stessa materia di cui sono fatte le droghe, avrebbe potuto soccombere ma il signore che in questi giorni è in tour in Italia, portando con sé i Bad Seeds é un uomo più forte di quegli scogli maledetti e sta esorcizzando il suo dolore grazie all’amore dei fan, che chiama accanto sul palco, con cui interagisce concedendosi durante le due ore e passa di concerto, stringendo mani, abbracciando, gettandosi in mezzo a loro, accolto come un martire che trascende, un Elvis dannato, un papa reietto.

Le testimonianze sui social parlano chiaro, chi ha partecipato a queste adunanze parla di concerti magnifici, oltre il significato della parola performance, oltre la musica e l’intonazione, di esperienze mistiche e tribali da cui si esce cambiati, che non hanno niente a che vedere con i concerti pur belli a cui sono abituati.

 

https://www.youtube.com/watch?v=bY-X_g0JW7Q

 

Fin dal 1978, anno in cui suo padre morì d’incidente stradale mentre lui era in carcere per furto, Nick Cave ha cantato la morte come parte integrante della vita, prima coi quei bastardi tossici geniali dei Birthday Party, in cui militavano Tracy Pew (morto nell’86) e Rowland S. Howard (morto nel 2009) ma anche il collaboratore di una vita, Mick Harvey, che ha suonato con Nick Cave dai tardi anni ’70 fino al 2008.

Facciamo un salto in avanti proprio ai 2000, quando sembrava che Nick Cave, all’epoca sfoggiante un paio di baffi a manubrio che fortunatamente ha deciso di togliersi ultimamente, suonava sia con i sempre meno ispirati Bad Seeds che con il progetto violento dei Grinderman. Qualche fan e qualche critico, dopo due o tre album non epocali, aveva predetto la fine dei Bad Seeds e del Nick Cave che avevamo conosciuto fin lì, ma quest’uomo, fragile solo all’apparenza, ha rivoluzionato la sua band colmando la perdita di Blixa Bargeld (Einsturzende Neubauten), il rumoroso e carismatico artista tedesco con cui ha inciso i suoi capolavori, dando carta bianca a Warren Ellis, un saggio derviscio del tutto pazzo che riesce a creare suoni dal sapore splendidamente sulfureo ma anche melodie infinitamente malinconiche, basti ascoltare la colonna sonora strumentale che i due hanno creato per The Road.

 

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Nick Cave rinasce dalle sue stesse ceneri con due album magnifici, Push The Sky Away (2013) e Skeleton Tree (2016), un ultimo tour di lancinante bellezza e una serie di progetti all’orizzonte che ama spoilerare nelle interviste, per mantenersi sempre attivo e non cedere ai troppi pensieri.

Chi è Nick Cave? Per crearlo in laboratorio dovremmo mettere nel frullatore una Bibbia, Elvis, Frank Sinatra, Johnny Cash, Tom Waits, un punk australiano, un bel po’ di droga, un bel po’ di alcol, un miliardo di sigarette, il fisico di un maratoneta, quei capelli che se li metti su Venditti fanno un po’ senso e invece su di lui diventano l’essenza stessa del mito, un milione di completi giacca/camicia/pantaloni, le scarpe lucide a punta e la voce che non ce l’ha nessuno così, e che parliamoci chiaro, a un talent show non lo prenderebbero neanche se pagasse. Grazie a dio per le piccole pietà.

 

 

Una volta della sua voce disse “Facile fare il virtuoso con uno strumento nuovo, costoso e perfetto, io lo faccio con uno da 5 dollari.” È quello che lo rende unico. Quella voce cavernosa (nomen omen) che quando urla ti strappa le budella e quando si fa suadente ti riempie di lacrime il cuore, riconoscibile come i suoi testi, imponente come una dichiarazione di guerra e delicata come qualcosa che sembra si rompa ma non si rompe mai. Nick Cave che abbraccia le donne e gli uomini che fa salire sul palco con lui, perché sa che senza di loro sarebbe morto.

 

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A Livorno, dove ora c’è H&M, nel 1994 c’era ancora il Teatro La Gran Guardia. Una sera suona Nick Cave con i (forse) migliori Bad Seeds di sempre, è reduce da album come Henry’s Dream e Let Love In, in concerto è una furia, scherza, si concede e sembra sempre a un metro dal pubblico, anche quando è fisicamente lontano. Io sono lì e non ho mai visto una cosa del genere, di solito gli artisti che mi piacciono se la tirano un po’ di più e lui nel 1994 per me è Dio sceso in terra. A fine concerto, per una serie di fortunati eventi mi trovo nella via che va verso il suo camerino e quando me lo trovo davanti, occhi di ghiaccio, alto 5 metri, che mi fa Hi e mi passa una sigaretta di quelle rilassanti, io non capisco niente. Mi trovo fuori con lui e qualche altro membro dei Bad Seeds, seduti per strada come barboni mentre cantano Azzurro di Celentano (o Paolo Conte, vai a sapere). Lì ho capito cosa volesse dire essere artista e avere bisogno del pubblico. Non piacere, non voglia, bisogno. Tutte quelle mani strette, per Nick Cave sono aria da respirare, oggi come ieri e anche se dopo la scenetta idilliaca che vi ho raccontato, si è incazzato perché un bastardo gli ha rubato la giacca e se n’è andato, queste sono le storie per cui vale la pena far figli che facciano nipoti, giusto per narrargliele e sentirsi dire “Nonno sarà la centesima volta che ce lo dici”. Perché i Bad Seeds, i semi cattivi, una volta germogliati non muoiono più.

 

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Tags: cantante
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