Tende piantate davanti alla Camera dei Deputati, in piena Piazza Montecitorio, per il secondo giorno consecutivo: la scena che si è ripetuta il 13 ottobre 2026 racconta con immediatezza visiva la portata di una protesta che non si esaurisce in un gesto simbolico isolato, ma si estende a dieci atenei italiani e a città come Milano, Bologna, Lecce e Roma. Al centro di tutto c’è la crisi abitativa studentesca, un fenomeno sempre più soffocante che costringe migliaia di fuorisede a scegliere tra rinunciare agli studi e accettare condizioni abitative economicamente insostenibili.
Chi scende in piazza e con quale messaggio
La mobilitazione è stata organizzata dall’Unione degli Universitari (UDU) e dalla Rete degli Studenti Medi, due realtà che da anni monitorano le condizioni di vita degli studenti italiani e che questa volta hanno scelto il cuore istituzionale del Paese per farsi sentire. Lo slogan nazionale scelto per la protesta è tanto diretto quanto emblematico: «Cara Italia, quanto ci costi?». Una domanda retorica che sintetizza anni di frustrazione accumulata da chi si è trovato a fare i conti con un mercato degli affitti sempre meno accessibile e con politiche pubbliche percepite come insufficienti.
Camilla Piredda, coordinatrice di UDU, è tra le voci più riconoscibili di questa stagione di protesta. La scelta di piantare le tende non è casuale: richiama un immaginario di emergenza abitativa concreta, quella di chi non trova un posto dove dormire a prezzi compatibili con una borsa di studio o con un lavoro part-time da studente. Il messaggio è indirizzato direttamente al Parlamento, a pochi passi dalle tende: le istituzioni, sostengono i manifestanti, non possono ignorare una crisi che si aggrava di anno in anno.
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La geografia della protesta: da Montecitorio agli atenei
Ciò che distingue questa mobilitazione dalle precedenti è la sua dimensione nazionale e capillare. Non si tratta di un presidio romano isolato, ma di un’azione coordinata che ha visto le tende comparire simultaneamente in dieci università italiane e in più città: oltre alla capitale, anche Milano, Bologna e Lecce hanno ospitato presidi studenteschi dedicati al tema del caro affitti. Il segnale è chiaro: la crisi abitativa studentesca non è un problema localizzato nelle grandi metropoli del Nord, ma attraversa trasversalmente l’intero sistema universitario italiano.
Milano rimane il caso più estremo per notorietà mediatica, con un mercato degli affitti tra i più tesi d’Europa, ma il fatto che anche città come Lecce — tradizionalmente considerate più accessibili — siano entrate nel circuito della protesta suggerisce che il fenomeno si stia allargando geograficamente. Là dove un tempo bastava spostarsi verso il Sud per trovare soluzioni abitative più sostenibili, oggi anche quei mercati mostrano segnali di tensione crescente.
Il nodo del PNRR: 60.000 posti letto e le promesse mancate

Uno dei punti più controversi sollevati dagli studenti riguarda l’utilizzo dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il bando PNRR dedicato agli alloggi studenteschi aveva come obiettivo dichiarato la creazione di 60.000 nuovi posti letto, una cifra che sulla carta avrebbe potuto rappresentare una svolta significativa per il settore. La realtà, denunciano i manifestanti, si è rivelata ben diversa dalle aspettative.
La gran parte dei progetti finanziati è stata aggiudicata a operatori privati, con il risultato che le stanze nei nuovi studentati hanno prezzi che si attestano tra i 600 e i 700 euro al mese: cifre lontane dalla portata di chi dipende da borse di studio o da redditi familiari nella media italiana. Il paradosso, secondo i movimenti studenteschi, è evidente: fondi pubblici europei destinati a risolvere un’emergenza sociale hanno finito per alimentare un segmento di mercato premium, accessibile a una fascia ristretta di studenti. Questo cortocircuito tra intenzioni politiche e risultati concreti è diventato uno degli argomenti centrali della protesta.
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Il tema rimanda a una questione strutturale che il sistema universitario italiano affronta da decenni: la percentuale di posti letto pubblici disponibili rispetto al totale degli studenti fuorisede è tra le più basse d’Europa, e gli investimenti pubblici in edilizia universitaria sono rimasti storicamente insufficienti rispetto alla domanda reale.
Cosa chiedono gli studenti al Parlamento
Piantare le tende davanti a Montecitorio non è solo un atto dimostrativo: è una richiesta esplicita di interlocuzione istituzionale. I movimenti che hanno organizzato la protesta chiedono che il tema della crisi abitativa studentesca torni al centro dell’agenda politica con misure concrete: un maggiore controllo pubblico sui canoni di locazione nelle città universitarie, un rilancio dell’edilizia residenziale pubblica per studenti, e una revisione dei criteri con cui i fondi PNRR vengono assegnati, per garantire che i nuovi posti letto siano effettivamente accessibili a chi ne ha bisogno.
La protesta ha già ricevuto segnali di attenzione da parte di alcuni esponenti dell’opposizione parlamentare, come riportato dal Corriere della Sera, che ha documentato il secondo giorno di tende in piazza. Resta da capire se questa visibilità si tradurrà in un confronto politico reale o resterà confinata al circuito della solidarietà simbolica.
Quel che è certo è che la mobilitazione di ottobre 2026 fotografa uno stato di disagio diffuso e strutturale: ogni anno migliaia di studenti scelgono di non iscriversi o di abbandonare gli studi anche per ragioni economiche legate all’abitare, e ogni anno il gap tra la domanda di alloggi a prezzi accessibili e l’offerta reale tende ad allargarsi. Le tende in piazza Montecitorio sono l’immagine più nitida di una generazione che chiede allo Stato di non lasciarla scegliere tra il diritto allo studio e il diritto a un tetto.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.





