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Home Salute

Cancro al pancreas, il farmaco anti-KRAS che raddoppia la sopravvivenza: cosa dicono davvero i nuovi dati

Presentato all’ASCO di Chicago 2026 ha mostrato risultati molto incoraggianti

by Silvia Dalia
8 Giugno 2026
in Salute
Un medico stringe la mano ad un paziente in un momento di difficoltà per incoraggiarlo

Nel cancro al pancreas le parole vanno scelte con cautela. È una malattia che spesso si scopre tardi, lascia poco tempo per decidere e ancora meno spazio alle illusioni. Eppure, all’ASCO di Chicago 2026, un dato ha fatto cambiare tono alla sala: daraxonrasib, un farmaco orale diretto contro KRAS, una delle mutazioni più difficili da colpire, ha mostrato una sopravvivenza mediana circa doppia rispetto alla chemioterapia standard nei pazienti con tumore pancreatico metastatico già trattato. Un segnale forte. Ma ancora da confermare.

Il dato dell’ASCO: sopravvivenza da sei mesi a oltre un anno

Il numero che ha attirato l’attenzione degli oncologi è chiaro: nei pazienti trattati con daraxonrasib, la sopravvivenza mediana è passata da circa 6,5 mesi, osservati con la chemioterapia standard di seconda linea, a poco più di 12 mesi. Guardato da lontano può sembrare un guadagno limitato. Nel cancro del pancreas metastatico, però, un raddoppio della sopravvivenza mediana non passa inosservato.

All’ASCO, il congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology, il dato ha avuto anche un peso simbolico. Le curve di sopravvivenza sullo schermo, qualche secondo di silenzio, poi un applauso lungo. Non una scena comune in un ambiente abituato a tenere ben separati entusiasmo e prova clinica. Il punto, qui, non è solo “vivere di più”, formula troppo semplice per una malattia così dura. Il punto è che il beneficio è emerso in pazienti già sottoposti a una prima cura, quindi in una fase in cui le alternative si riducono e ogni scelta pesa anche sulla qualità del tempo che resta.

Una immagine che mostra graficamente un pancreas ammalato.
Una immagine che mostra graficamente un pancreas ammalato.

Daraxonrasib contro KRAS: il bersaglio che sembrava quasi impossibile

Daraxonrasib è un farmaco orale pensato per colpire KRAS, una mutazione molto frequente nell’adenocarcinoma pancreatico. Per anni KRAS è stata una delle grandi frustrazioni della ricerca oncologica: tutti ne conoscevano il ruolo nella crescita del tumore, ma riuscire a bloccarla con un farmaco efficace sembrava quasi fuori portata. Non a caso è stata a lungo definita una mutazione “undruggable”, cioè difficile da aggredire con molecole davvero capaci di fermarne l’attività.

La novità, quindi, non sta soltanto nel dato clinico incoraggiante. Sta anche nel fatto che quel dato arriva puntando proprio su uno dei motori biologici più ostinati del tumore pancreatico. La chemioterapia colpisce le cellule che si dividono rapidamente con un’azione più larga. Una terapia anti-KRAS, invece, prova a entrare nel meccanismo molecolare della malattia. Questo non vuol dire che il tumore diventi facile da trattare. E non vuol dire che il farmaco sia adatto a tutti. Vuol dire però che una porta considerata quasi chiusa per anni sembra essersi aperta almeno di poco. E in oncologia pancreatica anche uno spiraglio può contare.

RASolute 302, il trial sui pazienti metastatici già trattati: numeri e limiti

Lo studio presentato a Chicago, chiamato RASolute 302, ha coinvolto circa 500 pazienti con adenocarcinoma pancreatico metastatico già trattati con una prima linea di cura. È un passaggio importante: non si parla di pazienti alla diagnosi o in fase iniziale, ma di persone con malattia avanzata, spesso già provate sia dal tumore sia dalle terapie precedenti. In questo gruppo, il confronto è stato tra daraxonrasib e la chemioterapia standard usata in seconda linea. L’obiettivo principale era la sopravvivenza globale.

Il dato più immediato resta quello sulla sopravvivenza mediana: da circa 6,5 mesi a poco più di un anno. Ma non è l’unico elemento emerso. Secondo quanto riferito durante la presentazione, il trattamento avrebbe mostrato un profilo di tollerabilità più gestibile rispetto alla chemioterapia tradizionale. Per un paziente fragile non è un dettaglio: può significare meno giorni segnati dagli effetti collaterali, meno rinunce nella vita quotidiana, più possibilità di mantenere una piccola routine. Un pasto finito senza nausea ingestibile, una breve passeggiata, una visita in ambulatorio affrontata senza sentirsi già piegati dalla cura. Resta però un limite decisivo: i dati sono stati presentati a un congresso e dovranno essere valutati nel dettaglio con pubblicazioni scientifiche complete, un follow-up più lungo e analisi più precise sui diversi gruppi di pazienti.

Da Chicago agli ospedali: cosa serve prima di parlare di svolta

Il passaggio dall’applauso in congresso alla disponibilità reale per i pazienti non è mai rapido. Serviranno valutazioni delle autorità regolatorie, dati completi, conferme sulla durata del beneficio e una comprensione più chiara di chi possa trarre il massimo vantaggio da daraxonrasib. In oncologia, soprattutto nel cancro al pancreas, la prudenza non è pessimismo. È il modo più serio per non trasformare un risultato promettente in una promessa troppo anticipata.

La lettura più corretta, oggi, sta nel mezzo. Non siamo davanti a una cura definitiva per il tumore del pancreas metastatico. E non si può parlare di un cambio immediato degli standard di cura per tutti i pazienti. Ma il segnale è raro: un farmaco diretto contro KRAS che mostra un impatto importante sulla sopravvivenza in una malattia dove i progressi sono stati spesso lenti, difficili, misurati in piccoli passi. Forse è per questo che l’applauso di Chicago ha colpito tanto. Non celebrava solo un numero, ma la possibilità che anche uno dei tumori più duri da affrontare possa cominciare a cedere terreno, un dato alla volta.

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Silvia Dalia

Silvia Dalia

Classe 1980, laureata in biochimica clinica. Ho maturato l’esperienza nel settore dell’editoria, grazie alla collaborazione con diverse redazioni online, ricoprendo il ruolo di redattore, titolista e responsabile.

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