La Sapienza di Roma resta la prima università italiana nella nuova classifica Global 2000 del Cwur, pubblicata il 1° giugno 2026. Ma sul piano internazionale arretra: passa dal 125° al 129° posto mondiale. Non è un crollo, ma un segnale sì. A pesare sono didattica, qualità del corpo docente e ricerca, dentro un quadro più ampio che riguarda tutto il sistema universitario italiano, mentre altri Paesi — soprattutto la Cina — continuano a correre.
Dalla 125ª alla 129ª: il passo indietro della Sapienza nei numeri
Nel panorama italiano, Sapienza resta davanti a Padova, Milano e Bologna. Il dato che colpisce, però, è un altro: nella graduatoria globale del Center for World University Rankings l’ateneo romano perde quattro posizioni. Non abbastanza da parlare di scossone, ma abbastanza da far capire che la competizione si sta facendo più dura. La fotografia del Cwur conferma la leadership nazionale, ma racconta anche un’università che, per ora, non riesce a fare quel salto in avanti atteso fuori dall’Italia.
La classifica prende in considerazione 2.000 università nel mondo e si basa su 81 milioni di dati. I criteri sono quattro: qualità dell’istruzione per il 25%, occupabilità degli studenti per il 25%, qualità del corpo docente per il 10% e ricerca per il 40%. È dentro questo schema che si legge il rallentamento della Sapienza: primo posto in Italia confermato, ma nessun guadagno sul fronte internazionale.
A Roma c’è anche un altro dato da registrare: Tor Vergata entra nella top 25 italiana e si piazza al 13° posto tra gli atenei del Paese. Un risultato solido, anche se lontano dalle primissime posizioni. La Capitale, insomma, mantiene un peso universitario importante, ma mostra anche qualche segnale di fatica in più rispetto al passato.
Didattica, docenti e ricerca: qui si è fermata la corsa dell’ateneo romano
Secondo il Cwur, il calo della Sapienza si spiega con il peggioramento in tre voci precise: didattica, corpo docente e ricerca. Non una flessione generica, quindi, ma un arretramento su indicatori che contano eccome quando si parla di reputazione internazionale, capacità di attrarre studenti e possibilità di ottenere fondi e collaborazioni.
Il nodo più delicato resta la ricerca, che da sola vale il 40% del punteggio finale. È il parametro che misura la tenuta scientifica di un’università: produzione accademica, impatto delle pubblicazioni, presenza nelle reti internazionali. Se lì si rallenta, la classifica se ne accorge subito. Lo stesso vale per la qualità del corpo docente, dove pesano profili, riconoscibilità scientifica e risultati complessivi, e per la didattica, voce meno facile da leggere ma decisiva nel confronto tra sistemi universitari diversi.

Nei dati diffusi non ci sono numeri di dettaglio per ogni singolo indicatore della Sapienza, e questo rende più difficile capire fino in fondo dove il calo sia stato più marcato. Il quadro, però, è chiaro: l’ateneo romano regge, ma mostra affanno proprio su fronti centrali. Ed è lì che si giocherà la prossima partita. Perché oggi restare primi in Italia non basta più, se il confronto è ormai apertamente globale.
Il quadro italiano: perché il 79% degli atenei ha perso posizioni
Il punto forse più pesante non riguarda soltanto Roma. Riguarda l’intero Paese. Secondo il Center for World University Rankings, il 79% delle università italiane ha perso terreno rispetto all’anno scorso. Un dato che racconta una tendenza, non un caso isolato. Ed è per questo che il risultato della Sapienza va letto dentro una cornice più ampia.
A commentare il quadro è stato Nadim Mahassen, presidente del Cwur, che ha parlato di “anni di finanziamenti inadeguati” e di “svalutazione della scienza e dell’istruzione come beni pubblici”. Parole nette, che spostano il discorso oltre i singoli atenei e chiamano in causa la politica universitaria degli ultimi anni. In gioco non ci sono solo i bilanci, ma la capacità del sistema di trattenere ricercatori, sostenere i laboratori e costruire percorsi davvero competitivi.
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Secondo gli analisti, l’università italiana fa più fatica soprattutto sul terreno della ricerca scientifica, proprio mentre altrove gli investimenti vanno avanti con continuità. Il risultato è una catena di effetti: meno forza nei ranking, meno attrattività all’estero, più difficoltà nel trasformare la conoscenza in innovazione. E sullo sfondo resta un rischio più largo: che il ritardo degli atenei finisca per tradursi anche in un ritardo economico.
La sfida mondiale tra Usa, Cina ed Europa: cosa rischia l’università italiana
In cima alla classifica ci sono ancora gli Stati Uniti, con Harvard saldamente al primo posto. Ma il dato più evidente, ormai, è la crescita della Cina, spinta da investimenti sempre più forti nell’istruzione superiore e nella ricerca. In mezzo c’è l’Europa, che continua ad avere università di alto profilo ma, nel complesso, mostra segnali di arretramento relativo.
È in questo scenario che va misurato anche il futuro della Sapienza e degli altri atenei italiani. La concorrenza non si gioca più solo sulla reputazione. Si gioca su fondi, borse di studio, infrastrutture, stipendi accademici, capacità di attirare talenti dall’estero. Il meccanismo è semplice: chi investe sale, chi rallenta viene superato. A volte poco alla volta, a volte in tempi molto più rapidi.
Per l’Italia il tema, quindi, va oltre il posto in classifica. Riguarda la tenuta del sistema accademico nazionale e il suo ruolo pubblico. Meno forza nelle università vuol dire meno ricerca applicata, meno brevetti, meno legami con le imprese, meno possibilità di competere nei settori ad alta conoscenza. La Sapienza resta la migliore in Italia, ed è un dato che conta. Ma il passaggio dal 125° al 129° posto mondiale dice anche altro: che il margine si sta restringendo e che il sorpasso mancato non è solo simbolico. È un segnale concreto di quanto la corsa globale stia accelerando.





