Le donne preferiscono chi sa raccontare belle storie

Mentre agli uomini pare che nelle donne la cosa non interessi più di tanto. Uno studio di due psicologi racconta lo storytelling della conquista

Sesso
di Marcello Farno 26 maggio 2016 08:31
Le donne preferiscono chi sa raccontare belle storie

storytelling  Gli amanti, René Magritte, 1928, olio su tela, 54×73 cm, MoMA, New York (dettaglio)

 

Lo storytelling, ovvero narrare e saper raccontare delle storie, oltre a essere una delle nostre forme di comunicazione preferite possiede anche un potere naturale nell’influenzare quello che è il comportamento umano. Basti pensare a quante pubblicità e campagne marketing ne facciano uso per cercare di raggiungere con più immediatezza l’utente, puntando a coinvolgerlo emotivamente, raccontandogli storie che in tutto e per tutto siano capaci di rappresentarlo (questo articolo apparso sul Journal of Personality and Social Psychology spiega molto bene il meccanismo).

Quello che i due psicologi Melanie Green e John Donahue si sono chiesti è quanto di questa capacità – così naturale eppure così difficile da maneggiare – possa influenzare il corso di una storia d’amore. Per capirlo hanno condotto tre diversi studi, riassunti e pubblicati poi su Quartz, attraverso i quali hanno scoperto che l’abilità di storytelling in amore diventa vantaggiosa ed attrattiva, ma solo per una determinata tipologia di partner.

Di chi stiamo parlando? Per capirlo andiamo con ordine. Green e Donahue hanno preso in esame quattro gruppi di studenti universitari, a cui hanno chiesto di giudicare dei potenziali partner avendo in mano: una foto, delle informazioni biografiche molto risicate e il loro grado di capacità nel raccontare delle storie. I parametri, settati dai due studiosi, distinguevano tra good, moderate e poor storyteller. Con good storyteller, per intenderci, si faceva riferimento a una persona capace “di raccontare delle storie molto interessanti durante una festa, ad esempio, magari anche grazie all’utilizzo di un vocabolario vario“.

 

Paolo e Francesca, Ary Scheffer, 1835  Paolo e Francesca (noto anche come Virgilio nel cerchio dei lussuriosi), Ary Scheffer, 1835, olio su tela, 166,5x234cm. Ne esistono tre esemplari

 

I partecipanti hanno votato indicando la potenzialità attrattiva del partner e l’eventuale tipo di relazione per il quale esso poteva essere considerato adatto (una storia fugace o qualcosa di più duraturo). I risultati hanno evidenziato che gli uomini che sono narratori efficaci sembrano avere un vantaggio nell’attrarre partner a lungo termine. Al contrario, una donna considerata good storyteller non viene altrettanto apprezzata dal sesso opposto.

Nella seconda fase dello studio, i partecipanti hanno dovuto valutare una storia vera raccontata dai potenziali partner. A emergere sono stati gli stessi risultati: le donne valutano gli uomini con una buona capacità di storytelling dei compagni ideali per storie lunghe e intense. Mentre dall’altro lato, che si sappia o meno far funzionare bene cervello e parlantina, continua a interessare poco o nulla.

Per capire meglio questa sostanziale differenza di genere è stato condotto un terzo studio, molto simile al primo, ma che includeva anche domande relative allo status sociale dei partner. Anche in questo caso, le donne hanno trovato i buoni narratori più attraenti dei narratori poveri, percependoli come persone con status più elevato, carismatiche e da ammirare.

Questa sostanziale differenza d’approccio può essere spiegata riallacciandosi a quelle che sono le teorie evolutive nella selezione del partner, a cui fa riferimento il saggio Sexual Strategies Theory: An evolutionary perspective on human mating di Buss e Schmitt. La teoria ci dice infatti che gli uomini sono più propensi a investire in maniera “ampia” in una relazione mentre le donne ad avere un coinvolgimento più “intelligente” nella stessa.

La capacità di storytelling maschile suggerisce infatti alle donne determinate abilità di un uomo che potrebbero renderlo automaticamente un “buon padre”, qualcuno quindi col quale decidere di trascorrere il resto della propria vita dando alla luce anche dei figli. E allo stesso modo una persona capace di calamitare l’attenzione di tanti attraverso una storia ha più probabilità di raggiungere uno status sociale più elevato.

Nell’antichità infatti coloro che erano più in grado di parlare potevano aspirare più facilmente a raggiungere delle posizioni di potere, mentre un’altra teoria sostiene che gli esseri umani hanno guadagnato significativi benefici di sopravvivenza attraverso la loro capacità di pensare in maniera flessibile, e che la narrazione è una forma di gioco cognitiva in grado di allenare la mente.

Alla fine quindi Green e Donahue non fanno che confermare l’idea che nelle relazioni che consideriamo veramente importanti nel corso della nostra vita, a entrare in gioco non sia solo l’attrazione fisica, ma anche qualche ingrediente in più. Che molte volte può nascondersi proprio in una bella storia o in una conversazione avvincente in cui si fa fatica a esaurire i propri argomenti.

FONTE | qz.com

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