Beyoncé e Jay Z sanno come si fa
Society
di Ilaria Perrone 3 Febbraio 2016

Come fanno le coppie che ce la fanno?

Quelli che riescono a stare insieme spiegano ai single come fare

Beyoncé e Jay Z sanno come si fa Billboard - Beyoncé e Jay Z sanno come si fa

 

Colapesce canta in una sua canzone «Ho imparato a nuotare da solo, e adesso solo affondo», ed è in una sera di gennaio che, mentre l’umidità mi entra nelle ossa e io sto tornando a casa alle 10.30 di un sabato sera qualunque, mi sono chiesta «Quando tutto è diventato così difficile? Quando le cose hanno iniziato a complicarsi?».

Mi riferisco ovviamente alle relazione tra sessi opposti e alla difficoltà che aumenta con il passare degli anni, sarà la città in cui vivo? Il fatto che quando s’invecchia si diventa più esigenti? Oppure è colpa della solita mancanza di tempo? Insomma sono cambiate le relazioni o siamo cambiati noi? Ma poi «noi» chi?

Identifico un «noi» nei single e mi includo immediatamente in questo insieme A, identifico come insieme B quello delle «coppie» e in questo insieme, contrariamente al Pirellone, io faccio rientrare due individui che decidono di passare la propria vita insieme e formare una coppia, qualsiasi sia il loro sesso, l’unico requisito è che siano esseri umani.

 

 

Appurato che la mia vicina di casa e il suo gatto non formano una coppia, inizio la mia personale indagine in giro per l’Italia e provo a guardare oltre il mio microcosmo milanese e lo faccio ponendo delle domande a chi, in questi anni, una relazione è riuscita a tenerla in piedi. 

Lo chiedo a F. (34, donna) e G. (33, uomo) che vivono a Palermo, stanno insieme da nove anni e si sono incontrati in Erasmus in Spagna, un posto dove di solito gli studenti cercano di collezionare più storie possibile, loro invece si sono messi insieme e mi confessano “è stato amore a prima vista”. Quando gli chiedo in nove anni quali difficoltà hanno incontrato mi raccontano che: “È stata molto dura, il motivo è che abbiamo due caratteri troppo simili. Le difficoltà sono tuttora presenti, le città differenti della Sicilia, in cui abitiamo e il fatto che siamo stati separati per lunghi periodi della nostra relazione a causa del lavoro”.

 

 

Mi raccontano che G. ha vissuto in Australia per un anno della loro relazione e F. è stata costretta a restare a Palermo per via del lavoro. Insomma c’è chi si lascia perché non se la sente di avere una relazione tra Milano e Torino e chi invece programma scrupolosamente chiamate Skype, mette da parte la gelosia, le proprie insicurezze e risparmia per pagarsi un biglietto aereo Palermo – Sidney.

F. mi risponde: “Quando sei innamorato tutto passa in secondo piano. La cosa più difficile da affrontare è stata quella del trasferimento in Australia di Giovanni, ma abbiamo superato anche questa, insieme». Mi chiedo che cosa li abbia aiutati a rimanere insieme per tutto questo tempo, ma mi risponde G. “Capirsi e dopo scendere a compromessi, ma capirsi è la cosa più importante”.

Mi ricordo di un sacco di coppie scoppiate per trasferimenti a Londra e per distanze molto più gestibili, questo non significa che tutti debbano sopportare una storia a distanza se non è nelle loro corde ma nella testa si fanno strada parole tipo “sacrificio o compromesso“, parole che dicono le mamme o le nonne e così lontane da me o da chi è rimasto single, o si è ritrovato single, proprio per dare spazio a se stesso, per capire che cosa voleva essere o per ritornare padrone della propria vita.

 

 

Chiedo alla mia amica V. (33, donna) che vive con suo marito M. in svizzera e che con lui ha un bimbo di due anni e in arrivo a giorni una bambina, le chiedo se nella sua relazione sia mai dovuta scendere a compromessi:  «Ovvio, tutti i giorni. Anche adesso che vorrei un massaggio ai piedi perché ho le gambe dell’omino Michelin e M. invece gioca a Clash of Clans, il compromesso è non ucciderlo subito o non rompere l’iPad e rischiare il divorzio, ma a parte Clash of Clans il bilancio è comunque sempre positivo».

Mi sposto a Novara e parlo con I. (34, donna) e M. (36, uomo), sono stati separati per lungo tempo per colpa del lavoro e poi hanno deciso di trovare una città nel mezzo, hanno scelto Novara, un punto tra Varese e Torino e l’hanno fatto per avere un posto dove vivere insieme e per farlo sono diventati dei pendolari. Mi chiedo se sarei capace di fare altrettanto o se infondo non sarei mai in grado di sacrificare i miei venti minuti di tragitto da casa mia alla mia scrivania (con il pc già acceso).

I. mi spiega che: «La scelta di stare insieme ha significato anteporre la relazione ad altre tipo di scelte, come la carriera professionale. Viviamo in una società molto individualista, spesso le persone si chiudono nel proprio mondo in cui tutto gli è «cucito» addosso e non riescono a uscire fuori dal loro guscio di autoreferenzialità».

Mi riconosco assolutamente nella parte, insomma se un individuo adulto X ci mette circa venti minuti in una città a recarsi sul posto di lavoro e se andare a dormire da un individuo Y comporta un allungamento del tragitto di circa quaranta minuti (cosa possibile in una città), i due alla fine smetteranno di sentirsi, se a chi è single basta questo piccolo impedimento per non avere voglia di conoscersi, com’è che le coppie nel frattempo scendono a compromessi ogni giorno?

 

 

Parlo con M. (29, donna) e A. (31, uomo) che sono sposati e stanno insieme da 11 anni, vivono a Milano ma sono originari di Modena, posto dove stanno ristrutturando una casa e dove vogliono mantenere radici, chiedo anche a loro il significato della parola compromesso. «Stare insieme non è stato sempre facile, le sfide sono state tantissime. Prima l’università lontano e poi l’inizio del mio lavoro a Milano (A.) che ci hanno separati. Noi però non pensiamo che sia trattato di compromessi, ma di scelte e di cambiamenti che si fanno in nome dell’amore per l’altro. Attenzione, questo non vuol dire mettere l’altro davanti a se e alle proprie scelte, perché allora il matrimonio sarebbe un impedimento alla propria realizzazione personale, cosa che non dovrebbe essere. Significa invece togliersi dal centro delle valutazioni e mettere davanti la coppia, per il bene di entrambi. Iniziare a pensare per due è più facile e bello di quanto si creda».

Chiedo a loro che consiglio darebbero a chi è ancora single e complice l’età o l’abitudine fatica a cedere i propri spazi e a fare entrare qualcun altro nella propria vita, mi rispondono così: «Generalmente quando non si cresce insieme diventa più difficile lasciarsi andare e concedersi all’altro, perché si è abituati a proprio modo, con meccanismi consolidati a misura di se. Questa involontaria forma di autodifesa, o egoismo che dir si voglia, rallenta il processo di conoscenza. Per questo se vuoi che funzioni con un’altra persona deve esserci disponibilità da parte di entrambi a togliere in fretta i freni dalla conoscenza reciproca». 

Mi sposto nuovamente a Milano e incontro M. (34 anni, donna), che ha conosciuto G. (34 anni, uomo) e nel giro di un anno e mezzo, non solo hanno deciso di fare sul serio ma hanno fatto un figlio e si sposeranno tra qualche mese, a lei chiedo qual è il problema di chi non riesce a lasciarsi andare, a conoscere veramente un’altra persona: «È un mix di cose, credo. Si sbaglia atteggiamento pensando troppo a se stessi. Troppo egoismo, poco rispetto, poi c’è un problema legato a questo tempo, al fatto che siamo sovrastimolati, troppe scelte per ogni cosa. In ogni campo. E questo porta spesso fuori strada, non ci si concentra sull’obiettivo, perché si pensa sempre di poter percorrere altre cento strade alternative. Poi si pensa che debba arrivare dal cielo la persona «giusta», errore molto femminile. Io non ci credo, non esiste quella giusta in assoluto, esiste un nostro atteggiamento ben disposto verso alcune persone con cui magari abbiamo più interessi e attrazione, ma dipende tanto da noi».

 

 

Mi interrogo sul significato di una seconda parola che fa paura a molti, una parola che si chiama «routine» e che pesa come un macigno e si aleggia come un’ombra scura nei rapporti di coppia, ne parlo con una delle donne più coraggiose e combattenti che io conosca C. (34 anni, donna) che dall’estate del 2012 sta con S. (31 anni, donna), si sono innamorate e si sono sposate in Spagna, dove ora vivono. L’amore lo capisci leggendolo nei loro occhi, nel modo in cui si guardano, chiedo a lei che cosa sia la routine:

«Vivere in coppia vuol dire condividere i primi tempi in cui tutto è novità e eccitazione, ma anche evolvere quando la routine subentra. Significa prendersi responsabilità reciproche quando le difficoltà non sono più scegliere cosa fare al sabato sera o se andare a casa mia o a casa tua, ma iniziano a diventare i conti e tutti quegli ostacoli che la vita ti mette sul cammino, problemi di salute inclusi. Non è fondamentale vivere in coppia se non lo si desidera, ma se la domanda è su persone single che desidererebbero farlo, ma che ad un certo punto si tirano indietro, beh credo che sia perché per vivere in coppia in modo sano non si può essere egoisti (non si deve rinunciare al proprio io, ma bisogna anche cedere, e spesso) e bisogna vivere e mettersi sullo stesso piano del proprio partner, scendere a compromessi continuamente, saper rinunciare o farsi valere in percentuali il più possibile uguali. Bisogna essere disposti a donarsi e assicurarsi di ricevere altrettanto ma più di tutto il resto non bisogna rinunciare alla prima difficoltà, ma neanche alla centesima: bisogna tenere la testa alta ed essere dei combattenti».

E poi a sciogliere la matassa arriva A. (33 anni, donna) da Roma, il modo in cui parla della sua storia con U. (39 anni, uomo), di quello che hanno passato, la luce che gli illumina il sorriso parlano da sole:

«La nostra è la classica storia dell’amore che vince, al di là dell’avversità. Che supera la distanza, le incomprensioni, le difficoltà oggettive dovute a legami ancora da scindere e che pesano, non poco, sulla stabilità della coppia.

La difficoltà più grande è stata quella di sforzarmi di riconoscere il punto di vista dell’altro e accettarlo, pur senza comprenderlo fino in fondo. Abbiamo stravolto la nostra vita e le nostre sovrastrutture in nome di un sentimento che è raro trovare. A volte ci guardiamo e ci diciamo, ridendo «Chi ce l’ha fatto fare!». Rivivrei tutto».

Penso che forse fare ordine nella propria vita debba servire a imparare ad accogliere e non a difendersi sempre dagli altri, che i propri spazi devono, se vale la pena, essere condivisi e non presidiati, che la vita non dovrebbe essere una guerra ma che dovrebbe continuare ad essere qualcosa di simile ad una festa, che non esistono vinti o vincitori ma solo chi ci prova e chi sceglie di non provarci più e chiudersi nel proprio riccio, quindi basta affidarsi agli oroscopi, a Paolo Fox o a Brezsny, basta lamentarsi a vuoto del mondo che è difficile, basta da domani si cambia, da domani. Sto sempre camminando, sono di nuovo le 10.30 di sera di un sabato qualunque, continuo sempre ad ascoltare lo stesso disco di Colapesce e qualche canzone dopo il testo dice «Come si sta bene con te, valeva la pena sgonfiare il nostro io, per un onesto noi», penso abbia ragione, riascolto la traccia e vado a casa serena, non cosa succederà al mio io ma sono sicura che non avrà paura.

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