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Avessi Vent’anni – “Ricordati di andare a quel concerto. Sì, proprio a quello…”

by Matilde Quarti
3 Febbraio 2017
in Society
Avessi Vent’anni – “Ricordati di andare a quel concerto. Sì, proprio a quello…”

Potessimo incontrare noi stessi a vent’anni, cosa avremmo da dirci? Questa rubrica Ivan Carozzi l’ha chiamata “lo sport estremo dell’autoanalisi” e come definizione ci piace moltissimo: “Avessi vent’anni” esce ogni venerdì. Qui ci sono tutte le puntate precedenti.

Vuoi tornare indietro nel tempo per dirti qualcosa? Perfetto, siamo qui per questo: scrivici a info@dailybest.it.

 

A vent’anni molto probabilmente sono a Milano in università, nel cortile ghiacciaia, il chiostro di filosofia.

Sono seduta sul prato a gambe incrociate e sto chiacchierando con qualcuno, la schiena appoggiata al lurido prisma, la cupola che sotto strati di unto dovrebbe celare incredibili rovine ma che nessun fuoricorso può dire di aver mai visto pulita durante la sua lunga degenza all’ex Ospedale Maggiore.

O magari sto giocando a carte, un gioco che si chiama Wasabi e di cui non ho mai più sentito parlare. Sembra che nella mia vita adulta Wasabi non lo conosca nessuno, il wasabi è un condimento, al massimo un locale di Milano nord. Anche io, peraltro, non ricordo più le regole e non sono neppure sicura del nome, forse era Tokyo? Osaka?

Direi che la regola base fosse che a ogni mano vinta si guadagnasse una lettera e alla fine il vincitore, sbattendo le carte per terra tra l’erba rada e i pacchetti di Lucky Strike, si alzava urlando “Wasabiii” (o “Tokyooo” o “Osakaaa”). Ma forse mi sbaglio.

Sicuramente se stavo giocando a carte c’erano Filippo, il primo ad aver portato la febbre del gioco, e Dade, forse Cesare e Tobia, forse Giulia e Ali. Ma questi nomi, a chi non era con me a conquistarsi un pezzo di Giappone, non diranno nulla o ricorderanno altre voci e altri mazzi di carte.

Se adesso potessi vedermi allora, be’ ci sarebbe qualcosa di strano. Strano e non auspicabile, in caso fossi un fantasma, strano e incredibilmente fico, in caso stessi viaggiando nel tempo. La seconda possibilità aprirebbe ulteriori casistiche: dalla magia, al viaggio nel tempo, alla possibilità di essere diventata una compagna di viaggio del Dottore. Ritengo in ogni caso la magia una soluzione più attendibile: nessuno di mia conoscenza ha ancora messo a punto una macchina in grado di farmi smaterializzare e poi rimaterializzare altrove (e non so se ci entrerei, ci tengo alle mie molecole), inoltre non sono inglese, requisito a quanto pare fondamentale nella scelta degli amici non solo per Nigel Farage.

Immagino che i miei amici sarebbero sconvolti, immagino che anche io lo sarei. D’altronde non ho nessun tratto tale a identificarmi come un messaggero dal futuro, nessuna cicatrice a forma di fenice sulla faccia: sono uguale a dieci anni fa, ma vestita meglio.

Perdonatemi, ma lo scenario non è credibile. Pur essendo arciconvinta che neppure adesso, che i ragazzi sono più seri e sicuramente usano i chiostri solamente per colti simposi filosofici, qualcuno si accorgerebbe della presenza di un replicante in cortile, non credo lo farei.

Non è nel mio carattere, scusate. Mi prenderei da parte dopo, mentre sto tornando in biblioteca, in un momento in cui per le scale non c’è nessuno – e anche se ci fosse, davvero credetemi, non noterebbero due persone uguali: forse viaggiare nel tempo è davvero più semplice di come ci voglia far credere la ghenga degli Urania.

E dopo i convenevoli, perché convenevoli devono esserci quando incontri te stessa, mica puoi avvicinarti e dire: “Scusa hai da accendere? Ah no è vero, non fumi!”, comunque, dopo i convenevoli mi direi “Matilde”.

“Matilde”, mi direi, “e fattela un’altra partita!”.

Immagino la me di vent’anni alzare le sopracciglia: “Ma hanno finito tutti di giocare, sono già saliti in biblioteca. Sono stata l’ultima ad andarmene, mi sono pure presa un caffè!”.

“E non ne vuoi un secondo?”, mi incalzerei.

“Ma se oggi è già il quarto!” mi risponderei io.

“Un giro in libreria? Insomma, sciallo!”

“Ho già comprato tre usati, guarda!”

Allora non ho imparato niente, in dieci anni.

“Vai a studiare, allora”, mi direi. “Sì, è quello che stavo facendo”, mi risponderei. Però ridendo, penso che mi saluterei ridendo perché alla fine mi starei simpatica.

Un consiglio saggio, però, me lo voglio dare lo stesso. Ti ricordi quel concerto del 2003 a cui non sei andata? La tappa del Reality Tour ad Assago. Ecco, i biglietti dei concerti per la miseria comprali! Comprali sempre!

 

Nelle puntate precedenti

Filippo Pretolani

Andrea Bozzo

Giovanni De Stefano

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Tags: lifestyle
Matilde Quarti

Matilde Quarti

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