Avessi Vent’anni – “Sei molto più libero, stai molto meglio, sei molto più giovane ora”

Cosa ti diresti allora, adesso?

Avessi vent'anni
di Filippo Pretolani 13 gennaio 2017 11:36
Avessi Vent’anni – “Sei molto più libero, stai molto meglio, sei molto più giovane ora”

avessi vent'anni gallizio

Potessimo incontrare noi stessi a vent’anni, cosa avremmo da dirci? Questa rubrica Ivan Carozzi l’ha chiamata “lo sport estremo dell’autoanalisi” e come definizione ci piace moltissimo: “Avessi vent’anni” comincia oggi, uscirà ogni venerdì.

Vuoi tornare indietro nel tempo per dirti qualcosa? Perfetto: siamo qui per questo, scrivici a info@dailybest.it.

 

Rispondo di getto, caro mio caro lei, caro filippo che non ti chiami ancora @gallizio e sei offline, perché la prima cosa che ti voglio dire è di non pensare troppo. Lo so lo so, hai sempre agito senza pensare, ma non è a questo che alludo. Ho in mente piuttosto quella fottuta ponderatezza che paralizza l’azione, che rende elefantiaco tutto, a partire dalla tua scrittura.

Consolati, non hai imparato un cazzo nemmeno dopo, nemmeno adesso che ti sto scrivendo. Però una cosa te la dico: sei molto più libero, stai molto meglio, sei molto più giovane ora che hai superato gli anta. Lasciatelo dire: col senno di prima non hai alcuna speranza. Sei persino più bello, ora. D’accordo, sarà per via del fatto che sei diventato più giovane. Ora sei anche amato.

Quando si sia imparato ad amare, io e te, non è chiaro. Però pare di sì, ce lo riconoscono, lo leggono nei nostri sguardi, con o senza barba (ti donerà la barba. Lo sai?). Il sesso è sopravvalutato (lascialo dire agli altri). Le donne che hai inseguito ti hanno poi rincorso (perché poi?). Quelle robe affascinanti di matematica che hai incrociato all’università ti sono poi servite veramente (non è ancora chiaro a che cosa). Molto meno tutti quei saggi francesi (Bataille, Blanchot, Derrida): non credo abbiano giocato un gran ruolo nel renderti una persona interessante. Lo so che non li hai letti per quello però so che sei pirla e volevo incoraggiarti. Fai qualcosa. No, non intendo incrinare la certezza che ti orienta.

Tutto ciò che combini e combinerai di buono sarà pur sempre e comunque nato spontaneo, senza calcoli, quasi senza progetto. La differenza è tutta nel fare. Agisci e ascoltati: lì inizierai a pensare.

Le cose più devastanti te le insegneranno sempre i semplici. Il più delle volte i bambini, ma qui giochiamo in casa. Le voci interiori che senti si possono zittire. Quasi sempre sono eco degli alibi che comunque non sapresti usare. Mentire è importante ma non lo impari. Se non sei un fingitore nato lascia perdere, però non nasconderti dietro a un dietro: se ti sei comportato così c’è un motivo.

Scoprilo, ascoltalo e non metterlo a sistema: di fianco alla levetta di peltro c’è uno zerbino. Sotto lo zerbino il bottone che serve a disinnescare la tua pochezza (è un bottone che accende, sì). La verità va immaginata giorno per giorno e non ha alcun senso separarla dall’erranza. Il tuo istinto funziona, tranne quando non funziona. È possibile capirlo prima?

Sì, rinunciando alla prima soluzione. Quella è solo la tua pigrizia che si fa largo. Hai messo su un po’ di musica? Ecco bravo. Non sta a me dire che sei bravo, prendila come una frase fatta in casa da uno che ha sempre vissuto in albergo. Avessi scritto tu a me questa lettera avrei già smesso di leggerla ma tu non essere inverso. Ci sarà tempo per la cupidigia, ma lo perderemo tutto e non sarà tempo perso. Qualcuno glielo dica al tempo che vince, qualcosa gli sfugge tanto i conti si fanno alla fine quando tutto torna tranne loro. Lo vedi? Sto scrivendo d’altro. I poeti muoiono ma hanno vissuto bambini. La fantasia è al di là di ogni immaginazione. Tu continua a smettere di seguire i miei consigli. Del resto io consigli non ne ho.

Se ne avessi li scriverei tutti al me stesso di vent’anni, sapendo che non mi darebbe ascolto. Non c’è mai stato spazio per il tempo che non ha luogo.

Quello che resta lo fondano i bambini, che i poeti sono morti, te l’ho già detto ma volevo vedere se stavi attento.

Fai attenzione alla soglia, che del resto è alla base del concetto di soglia dell’attenzione. Se trovi un varco varcala, se trovi un arco compra una consonante, una delle ultime (la zeta è già impegnata a iniziare un nome maiuscolo). Ti scrivo a lettere minute già in bella, a muso duro, a dorso nudo (piglialo per il verso).

Qualcuno la finisca qui: guardati, con quella faccia finita. Non scherzo, non ho mai scherzato, non prendertela seriamente. Se te la prendi non prendertela tutta, lasciane magari un po’ per me che sono te tra un po’. Non avere fretta: la fretta va vissuta con calma, contraddizione dopo contraddizione.

Quelli coerenti sono compresi nel prezzo che pagano, non darlo troppo per scontato. Sei pirla? al contrario sei alrip. Dev’essere il codice fiscale sbagliato di quel verso che riecheggia a Campi Bisenzio: Ripeness is all. Dopo è tutta in salita, il senso discende da quella.

Tu prendila al contrario e sei pirla da capo. A piedi, meglio a piedi. Ora non possiedi più una macchina. Consolati, tra dieci anni non potrai più nemmeno guidarla. Ti toglieranno la patente, con licenza parlando.

Ma non a te, a me, a tutti. Dopo solo vinili. Mi devo essere dimenticato qualcosa. Per forza e per fortuna. Sì, quella che aiuta i batraci.

Chiediti come la chiudo, apriti cielo. Manca.

 

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