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di Mattia Nesto 29 maggio 2018

Dark Souls Remastered, torna il tempo di morire nei videogiochi

L’uscita dell’edizione migliorata di Dark Souls, pur non risolvendo tutti i problemi, è un’ottima scelta per ore e ore di divertimento. Oltre che di centinaia di migliaia di imprecazioni in serie.

Ve la ricordate quella formidabile canzone dei Club Dogo di qualche anno fa, quella che faceva: “Mi avevan detto che sarebbe passata con l’età. invece brucia ancora!”. Ecco questo ritornello mi è venuto in mente dopo le prime trenta ore di gioco di Dark Souls Remastered, il seminale titolo realizzato nel 2011 da FromSoftware realizzato, oggi riproposto in una nuova versione più scintillante che mai e distribuito da Bandai Namco.

 

Mettiamo subito in chiaro le cose: questo, per dirla come il Voltaire del Candide, non è il migliore dei mondi possibili ma ci si avvicina notevolmente. Infatti basteranno pochi passi per la terra di Lordran per accorgersi di come il comporto grafico e, soprattutto, la risoluzione e la granitica fermezza dei 60 fotogrammi al secondo rendono questo Dark Souls Remasterd più bello che mai. Tuttavia, già in questi primissimi giorni di uscita, la polemichetta, piuttosto virulenta tra l’altro, è iniziata a circolare nell’internet.

 

 

Fatto salve alcune, comprensibili delusioni come ad esempio l’assenza della possibilità di vedere gli oggetti che si raccolgono lungo il viaggio con quei meravigliosi sprite di Dark Souls 3 e, soprattutto, Bloodborne,  gli elementi positivi superano, di gran lunga quelli negativi, specie se si è console-gamer. Infatti poter giocare a 60 fps stabili anche in zone come La Città Infame (che nel titolo originale, anche dopo le svariate patch e mini-remastered girava a, esagerando, 15-20 fotogrammi al secondo) significa poter, letteralmente, scoprire realmente il mondo di Lordran in tutta la sua bellezza e, talvolta, dannata difficoltà.

 

 

Già perché Dark Souls, e Dark Souls Remastered ancora di più, trae la sua forza e la sua assoluta importanza nel medium videoludico per tre essenziali motivi: 1) Nonostante sia un gioco di ruolo classicamente inteso è stato innovativo il modo in cui viene raccontata la trama, una lore mai sbattuta in faccia al giocatore ma narrata nelle pieghe dei dialoghi, delle azioni e delle descrizioni degli oggetti trovati 2) Una difficoltà che, lungi dall’essere punitiva, invece sottolinea sempre i piccoli/grandi errori e manchevolezze del giocatore: Dark Souls, meglio dirlo chiaramente una volta per tutte, non è un gioco cattivo ed infame nella sua difficoltà, non punisce il giocatore, ma lo educa nella morte. 3) Negli anni, giocare a Dark Souls ha rappresentato far parte di una comunità attiva e vitale, fatta di ragazze e ragazzi appassionati e competenti, simpatici e piene di cose da dire. Assolutamente ingenerazionale e interclassista, Dark Souls è un gioco di culto per il neoyuppies della city o per l’agricoltore tornato in campagna. Ecco allora che riuscire a fare il parry ad un cavaliere d’argento si tramuta, come per incanto, in un gesto profondamente democratico.

 

 

Non possiamo però scordarci di una cosa: questa Dark Souls Remastered ha notevolmente migliorato l’esperienza multiplayer, che darà la possibilità di giocare assieme a 6 giocatori, con un server di gioco veloce e scattante, che permetterà di vivere appieno il titolo, nonostante i numerosi cheaters che, specie nella versione pc, stanno letteralmente terrorizzando la comunità dei giocatori onesti.

 

 

Ma, lo avevamo anche detto prima, molte cose non funzionano in questa Remastered (o, per meglio dire, sarebbe potuto essere realizzate molto meglio). Per fare un paragone recente e immediatamente riconoscibile, non c’è paragone rispetto alla Crash Bandicoot: N. Sane Trilogy: per Crash il lavoro è stato squillante e perfetto, per Dark Souls ottimo ma non privo di qualche carenze.

 

 

Tuttavia questi sono dettagli tecnici e che non minano la valenza della rimasterizzazione: l’emozione di tornare in luoghi come il Santuario del Legame del Fuoco, ritornare a scalare la cattedrale di Anor Londo oppure affrontare, commuovendosi, il Grande Lupo Grigio Sif o Artorias, il “camminatore degli abissi” sono emozioni fighissime da riprovare (io, la prima volta che il Demone Toro è zompato su schermo, sono sobbalzato sulla sedia, eppure mi sono studiato i pattern di attacco frame dopo frame, per dire), che ancora adesso ci scaldano il cuore al pensiero. Giocarle da protagoniste poi, fa il resto.

 

 

Ecco perché i Club Dogo avevano ragione: “Brucia ancora”, brucia ancora questa fiamma di Dark Souls e ritornare ad accendere il falò è l’unica scelta per chi ama le grandi avventure. Come noi e come voi che ci state leggendo: se è vero che il primo amore non si scorda mai è anche vero che in Dark Souls la morte è “pura vida”.

 

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