…E ora parliamo di Kevin [recensione]

La maternità messa in scena nei film è mostrata solitamente, se non come il periodo più bello della vita di una donna, come la spinta che la induce a cambiare o a prendere decisioni importanti. …E ora parliamo di Kevin ci dà una visione diversa di quei nove mesi, pur concentrandosi quasi esclusivamente sul post-partum. Eva – una Tilda Swinton da Oscar – è una donna indipendente, affermata e innamorata del suo compagno, finché per errore rimane incinta. E’ chiaro fin dal principio che Eva non desidera il bambino, anche se non viene mai accennata -probabilmente perché la regista è disinteressata a mostraci le implicazioni del caso – la volontà della donna di abortire. Quando nasce Kevin, il rifiuto di Eva diviene sempre più evidente sia a noi che a suo figlio. Il bambino, nonostante Eva non compia mai azioni che minaccino la sua sicurezza, percepisce una totale indifferenza della madre nei suoi confronti. La messa in scena del mutismo compiuto da Kevin è solo il primo atto di rivolta nei confronti di Eva, prima dimostrazione che si sommerà ad altre più o meno diaboliche che ci conducono mano nella mano all’obbligato climax (che ovviamente non svelerò).

L’incapacità di dare amore al proprio figlio, dovuta alla consapevolezza di perdere un pezzo della propria personalità, nonché la sensibilità del figlio stesso di percepire questa negazione, è riassunta brillantemente nell’immagine sottostante, in cui Kevin rovina le carte geografiche di Eva simboleggianti le sue aspirazioni, i suoi gusti, i suoi viaggi: la sua individualità.

Kevin, in una delle ultime battute del film, ricordando di essersi rotto un braccio per colpa di Eva, le dice: “Questa è l’unica cosa buona che mi hai fatto”. Il sottotesto è: sempre meglio della tua indifferenza. Ed è un’indifferenza che è un pugno nello stomaco perché fatta di silenzi, di sguardi, di mani che si sfiorano senza toccarsi. …E ora parliamo di Kevin è questo: un film che non urla ma che prende nell’anima.

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Serigrafia a due colori, dimensioni 20×30 cm Edizione limitata di 40 esemplari Checko's art Nato nel 1977 a Lecce. Uno degli esponenti della Street Art italiana. Il suo percorso artistico ha inizio a Milano nel 1995 come writer. Attualmente abita al 167B «STREET», uno spazio fisico dedicato all’arte che, partendo dalla periferia (la 167B di Lecce, noto quartiere popolare), si propone come centro espositivo in continua mutazione. I suoi lavori si basano prettamente su murales, realizzati negli spazi pubblici, non solo con intento di riqualificare le zone grigie, ma per comunicare con le nuove generazioni. Ha partecipato a numerose mostre d’arte e contest collettivi in Italia e all’estero. Tratto dal catalogo della mostra La bellezza fa 40
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Serigrafia a due colori, dimensioni 20×30 cm Edizione limitata di 40 esemplari Martina Merlini Martina Merlini, artista visiva bolognese, classe 1986, vive e lavora a Milano. Il percorso artistico di Martina Merlini si snoda multiformemente nel solco dell’esplorazione, coinvolgendo una pluralità di tecniche, materiali e supporti che convergono nella ricerca di un equilibrio formale delicatamente costruito sull’armonia di elementi astratti e geometrici. Attiva dal 2009, ha esposto in numerose gallerie europee e americane. Dal 2010 al 2013, insieme a Tellas, intraprende il progetto installativo Asylum, che viene presentato a Palermo, Bologna, Milano e Foligno. Nell’estate del 2012 viene invitata a partecipare a Living Walls, primo festival di Street Art al femminile, ad Atlanta. Nel dicembre 2013 inaugura la sua seconda personale, «Wax» all’interno degli spazi di Elastico, Bologna, dove indaga l’utilizzo della cera come medium principale del suo lavoro, ricerca approfondita nella sua prima personale americana, «Starch, Wax, Paper & Wood», presso White Walls & Shooting Gallery, San Francisco. Tratto dal catalogo della mostra La bellezza fa 40  
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