TV e Cinema
di Elisabetta Limone 1 Settembre 2016

L’Estate Addosso di Gabriele Muccino è l’incubo peggiore del cinema italiano

L’estate addosso è un film in cui nulla funziona per più di un secondo e mezzo

È stato scritto in ogni modo, quasi fino alla nausea: è stato un anno entusiasmante per il cinema italiano. Film bellissimi  e diversi come Non essere cattivo e Lo chiamavano Jeeg Robot, la commedia al suo massimo con Perfetti sconosciuti e poi uno stuolo di attori e attrici giovani e di grande talento. Segnali importanti, arrivati dopo anni di generale scarsità di idee e qualità, e che hanno ridato slancio a tutto il cinema italiano. Un periodo inaugurato dalla presentazione fuori concorso di Non essere cattivo al Festival di Venezia 2015 e che viene bruscamente interrotto sempre a Venezia, da un altro film. Sì, perché L’estate addosso di Gabriele Muccino è l’ultimo film di cui avrebbe bisogno il cinema italiano in questo momento.

L’estate addosso è l’ennesimo racconto “dell’estate più bella della mia vita”. Protagonisti Marco e Maria, due ragazzi romani che, ottenuta la maturità in una esclusiva scuola internazionale, vanno a farsi un giretto a San Francisco. Non pensate però che siano amici: i due non si sono mai calcolati, ma hanno sfruttato la stessa conoscenza in comune che abita in California e che li ha piazzati a casa di una coppia gay che conosce vagamente. Se le premesse vi sembrano già fumose e improbabili, fate benissimo. Ad ogni modo, i quattro vivranno insieme l’estate che resterà loro “addosso per tutta la vita”, un po’ come l’incredulità attanaglia lo spettatore in sala.

 

piange-doccia  “Sto cercando di togliermi l’estate di dosso, ma non se ne vuole andare”

 

L’estate addosso è un film in cui nulla funziona per più di un secondo e mezzo. Inizia con un lunghissimo voice over che infila banalità e luoghi comuni con imbarazzante noncuranza e prosegue come un gigantesco “facciamo che”: più che una sceneggiatura, si assiste a uno di quei giochi in cui i bambini si immaginano di essere medici o esploratori. In questo caso Muccino, anche sceneggiatore con Dale Nall, ha immaginato di essere un ragazzo nel 2016, senza nessuno scrupolo di verosimiglianza. Un distacco totale della realtà, che potrebbe essere testimoniato da mille dettagli, ma che preferisco ricondurre a un elemento in apparenza minore, una delle immagini finali, in cui Marco viene definito come universitario da un maglione peruviano a grana grossa e da un pizzetto. Elementi che probabilmente andavano bene ai tempi di Come te nessuno mai, ma che oggi non fanno altro che sottolineare la distanza tra regista e tema del racconto.

Come se non bastasse, a L’estate addosso mancano anche gli elementi base. Per dire, è un film che non sa nemmeno quali siano i propri protagonisti: all’inizio si pensa che sia Marco, poi si capisce che lo è anche Maria, poi però arrivano in primissimo piano i due amici di San Francisco al centro di una lunga digressione che nulla aggiunge se non una sottotrama da soap opera poco originale, poi Marco viene completamente perso, poi ritorna protagonista. Poi, poi, poi, in una successione di scenette scritte male in cui si cerca di dare un senso di coralità a una pellicola che non può esserlo, perché non ha una storia da raccontare, figurarsi più di una.

 

urlano  “AAAAAAAH! Mi sento già meglio”

 

In fin dei conti, anche volendo tapparsi le orecchie su dialoghi e voice over, anche volendo superare l’istintivo fastidio che si prova per tutti i personaggi che si vedono sullo schermo (cani compresi), il problema che non si può cancellare è che in questo film non c’è una trama, non c’è uno sviluppo e soprattutto non ci sono conseguenze. Le cose accadono, senza che nulla le provochi e senza che portino a degli effetti: non c’è costruzione drammatica, non c’è scrittura dei personaggi. Basti pensare a Maria: presentata come omofoba bacchettona per tre quarti del film, subisce una trasformazione radicale dopo uno shot di tequila che le cambia la vita. Un film che ha la profondità di un bicchierino da chupito, in cui basta urlare nel vuoto per ritrovare se stessi, attraversato da un moralismo bigotto che dipinge il sesso come spettro in grado di rovinare tutto.

Un incubo, da dimenticare in fretta.

 

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