TV e Cinema
di Mattia Nesto 1 Ottobre 2019

Euphoria non è il nuovo Skins, ma è bello lo stesso

La scorsa settimana è andata in onda la prima puntata della serie tv che racconta il mondo della Generazione Z: com’è stata?


ph © HBO

Ad un certo punto della prima puntata vediamo Rue Bennett, interpretata da Zendaya che, dopo aver consumato l’ennesima dose di cocaina, attraverso un corridoio che, letteralmente, ruota su se stesso, portandola a doversi reggere in precario equilibrio per poi, rovinosamente, cascare sulle pareti che vorticano come se fossimo dentro una lavatrice. Euphoria, la serie prodotta da HBO ideata da Sam Levinson e andata in onda la scorsa settimana su Sky Atlantic, insomma non le manda certo a dire. E come potrebbe se, praticamente in ogni parte del pianeta, è stata salutata come il primo tentativo vero e proprio di raccontare le vite, i sentimenti e i pensieri della cosiddetta Generazione Z (chi dice Millennials, sarà bandito per sempre ovviamente).

Dopo la visione del primo episodio, queste grandi aspettative sono state rispettate anche se non tutto ci ha convinto. Non possiamo non partire da Rue/Zendaya che, ancora una volta, dopo aver impersonato forse una delle più iconiche e divisive MJ della storia dei cinecomic (qui la nostra recensione di Spider-Man: Far from Home), interpretata una ragazza che, senza alcun motivo apparente, soffre di disturbi della personalità, calo dell’attenzione nonché di crisi di panico in serie. La recitazione di Zendaya, senza dover scomodare paragoni ingombranti, ci ha decisamente rapito: la sua espressione di “ragazza persa nei meandri della vita” e la sua costante ricerca delle prossima sostanza con cui “smarrire il proprio sé” è stata una delle cose più forti dell’intera puntata.

Ma che cosa racconta Euphoria in fin dei conti? Euphoria presenta le vite di un gruppo di ragazze e ragazzi della Generazione Z, colti in quel momento di particolare crescita tra la fine dell’adolescenza e l’inizio dell’età adulta. Esatto, siamo ancora intorno ai, criticissimi, sedici anni, il punto di svolta, e per alcuni di non ritorno, dell’esistenza. In molti, giornalisti e non, hanno paragonata la serie americana a Skins, la “mitica” produzione inglese che aveva rappresentato un vero e proprio manifesto generazione per i Millennials. Eppure le differenze con la serie di MTV sono molte. Innanzi tutto, almeno per quanto concerne la prima puntata, in Euphoria è praticamente assente lo humour che invece contraddistingueva Skins. Di “cultura dello sballo”, per usare un linguaggio caro agli speciali del TG1 sui cosiddetti “giovani”, e di sostanze psicotrope ce n’erano in Skins e ci sono in Euphoria ma nella serie di HBO è tutto più cupo, pesante e gravido di conseguenze.

Ma d’altro canto le due serie, seppur accomunate da uno spirito “generazionale” molto forte, di base appartengono a due generi diversi. Skins era una sit-com generazionale, con la parte legata all’umorismo molto marcata (anche se non ci si tirava indietro dall’affrontare tematiche molto pesanti come la morte dei genitori, le malattie terminali o l’interruzione di gravidanza). Euphoria invece ha tutti i connotati di un teen-drama e quindi l’orizzonte non può che essere, come abbiamo sostenuto prima, più cupo.

C’è il classico bellone giocatore di football che sta con la classica bellona è vero, ma i due hanno una relazione che definire “tossica” è poco: ed ecco allora che i due bellissimi si scoprono fragili, tra esplosioni di violenza, anche fisica, improvvisi e operazioni di logoramento psicologico veramente inquietanti. C’è anche la ragazza che da poco si è trasferita dalla grande città e che cerca nel sesso occasionale e nell’essere considerata “alla portata di tutti” la propria ragione d’essere, andando ovviamente incontro a crisi esistenziali in serie. Se questi possono apparire tipi classici da serie tv, sono però trattate in modo innovativo e assolutamente contemporaneo ma c’è anche di più.

Ad esempio i personaggi che forse ci hanno colpito maggiormente sono stati quelle di Cassie Howard e di Kat Hernandez, forse i più contemporanei e in connessione con lo spirito dei tempo di tutti. La prima è una ragazza dall’aria dolce e trasognata, amica sincera di Rue che però, a causa della messa in rete di alcune sue foto senza veli (che aveva mandato ad un ragazzo X) viene considerata “una poco di buono” da praticamente tutti i ragazzi della scuola. Kat è invece una ragazza molto intelligente e spigliata che però deve fare i conti con il proprio corpo e che, in una logica di rivalsa/presa di coscienza di sé la spingerà a scelte molto ardite.

Ecco sostenuta da una colonna sonora assolutamente da urlo, solo nella prima puntata si sono potute ascoltare “Narcos” di Migos, “Feelings” di Lil Dude e la, bellissima, I Know There’s Gonna Be (Good Times) di Jamie XX (guarda caso usata proprio nella già super iconica scena del “corridoio rotante”, qui la colonna sonora completa), Euphoria ci ha decisamente colpito (anche se avremmo preferito una regia un po’ più visionaria e rivoluzionaria) e ci ha lasciato un ottimo sapore sulle labbra.

Tuttavia avevamo sostenuto come non tutto ci aveva convinto, ed è così. Ad esempio abbiamo qualche dubbio sulla presentazione dei personaggi che, quasi per forza di cose, potrebbero risultare alla lunga abbastanza stereotipati e l’augurio è che l’uso e abuso di droghe, più o meno pesanti, non sia il fulcro di tutto ma solo uno dei pretesti per raccontare le storie di ragazze e ragazzi di questa generazione. Se sarà così la serie di HBO allora sarà una delle opere intellettuali da citare per raccontare lo spirito del tempo. Altrimenti, pur non risultando così urticante e dividente come la prima stagione di Baby, “durerà solo lo spazio di un mattino”, giusto per citare il poeta. Esatto, proprio come l’hangover della sera scorsa.

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