TV e Cinema
di Paolo Di Marcelli 13 Ottobre 2020

Lockdown all’italiana, un disastro che va visto in sala

Perché qualsiasi vostra riflessione sulla quarantena sarà migliore del film di Enrico Vanzina

Conosciamo la quarantennale urgenza dei fratelli Vanzina (Carlo è scomparso l’estate di due anni fa) di raccontare, se non proprio l’Italia intera e il Paese Reale, almeno l’italiano ricco o generalmente borghese che si confronta coi propri connazionali, litiga, si innamora, tradisce, sembra imparare la lezione per poi rivelarsi sostanzialmente immutabile. E sappiamo che per farlo hanno sempre scelto le grandi occasioni in cui ci si ritrova ogni anno o ci si conosce per la prima volta, come le vacanze e i viaggi. Appare dunque assolutamente naturale che Enrico avesse finito di scrivere la sceneggiatura di Lockdown all’italiana già a inizio maggio, dopo quella che lui stesso ha definito una geniale intuizione avuta proprio l’11 marzo, primo giorno di quarantena ovvero l’evento collettivo più significativo dal dopoguerra. Meno scontato che l’uscita della pellicola, prevista per giovedì 15 ottobre, sia più che mai confermata. Una data comunicata alla stampa a metà settembre, quando bastò soltanto l’uscita della locandina a scatenare le solite polemiche sulle solite questioni che da secoli affliggono la comicità: è giusto ridere delle grandi tragedie e, se sì, dopo quanto tempo dai fatti accaduti?

Un mese fa, ricordiamolo, eravamo nella parte più incoraggiante della fase due, coi contagi sotto controllo e con la voglia di ripartire dopo un’estate più italiana del solito. Ed eccoci alla prima questione: Enrico Vanzina, esordio alla regia dopo una vita di script, non è Paolo Virzì né Gabriele Salvatores (quest’ultimo presenterà tra pochi giorni alla Festa del Cinema di Roma un film collettivo proprio sul lockdown), forse gli unici autori italiani capaci di descrivere con classe, senso del cinema e originalità dello sguardo il carattere unico e contraddittorio degli italiani. Prima ancora del trailer, il poster fece accapponare la pelle agli integralisti del cinema verità per il tono cazzone in cui apparivano Ezio Greggio in tenuta da smart working, Paola Minaccioni, Martina Stella in deshabillè e Ricky Memphis che igienizza le piante del balcone Tutt’intorno, emoticon con la mascherina. Giudicate voi.

Che una farsa del genere, come poi ha confermato il trailer, esca in un periodo caldissimo in cui tutti temiamo un secondo lockdown e le conseguenze nefaste che si aggiungerebbero a una situazione economica e psicologica (sulla quale torneremo) già preoccupante, questo, sì, suscita a ragione dubbi più che fondati. Considerando anche il fatto che gli ultimi film scritti da Enrico Vanzina, Natale a 5 stelle e Sotto il sole di Riccione, sono stati distribuiti direttamente su Netflix e che oggi i cinema sono quasi tutti riaperti, sì, ma con un’affluenza di pubblico che va più che mai incoraggiata. Vi sembrerà strano ma anche per questo, e non solo, vi invitiamo ad andare al cinema.

Vi siete accorti che i due mesi chiusi in casa tra marzo e maggio sono stati seguiti da una delle più grandi rimozioni collettive di sempre? Abbiamo ripreso appena possibile le nostre attività, c’è chi non ha mai smesso di lavorare, altri hanno perso il lavoro e qualcun altro ha passato più o meno indenne quel periodo. Il sentimento generale, tuttavia, è stato quello di andare avanti, di non soffermarsi troppo su una condizione fisica e mentale che di normale non ha avuto niente. Lockdown all’italiana è un film pessimo. La storia è quella di due coppie che scoppiano qualche ora prima del divieto di uscire di casa: da una parte i ricchi Greggio e Minaccioni, lui grande avvocato, lei una mantenuta con tutti i cliché dell’alta borghesia ignorante, viziata e annoiata; dall’altra i poveri Stella e Memphis, lei cassiera in un supermercato e lui tassista calciofilo che dopo l’11 marzo si rifiuterà di andare al lavoro terrorizzato dai contagi. Motivo delle rispettive crisi, manco a dirlo, la relazione fedifraga che Ezio Greggio intrattiene con Martina Stella, secondo il più classico dei canoni vanziniani.

Ora, la storia fa acqua da tutte le parti e in condizioni normali non vi consiglieremmo la visione per la messa in scena dozzinale (è stato girato in tempi record in due soli ambienti ed è costato meno di un milione di euro, circa un quarto di una produzione media italiana), le interpretazioni televisive (si salvano giusto Paola Minaccioni e in parte Ricky Memphis) e certi momenti imbarazzanti come un dialogo pseudo-serietà con Riccardo Rossi e un monologo con altrettante velleità in cui Greggio, sorpreso con una seconda amante, si inventa come exit strategy un’arringa/paternale moralista sulle difficoltà che sta affrontando l’Italia, rivendicando in sua discolpa il diritto alla felicità ovvero la necessità di farsi la qualunque, meglio se più giovane di trent’anni. Qua e là, le solite battute da bar in romano, toscano e milanese. Se però gli ultimi vent’anni di televisione vi hanno procurato una fascinazione per il trash ma soprattutto se il destino delle sale cinematografiche vi sta a cuore, ora che i concerti e gli spettacoli teatrali sono drammaticamente sospesi, Lockdown all’italiana potrebbe essere la madeleine collettiva che non ci meritiamo ma di cui abbiamo bisogno.

Durante l’estate ci siamo riappropriati dei nostri locali preferiti inseguendo una leggerezza e uno sfogo di cui sentivamo la mancanza. E non stiamo parlando soltanto della nostra bolla social: amici, colleghi e conoscenti in un modo o nell’altro sono riusciti a ritagliarsi una fetta di spensieratezza dopo rinunce, separazioni o convivenze forzate. I dati, tuttavia, ci dicono che la coda lunga di fenomeni di ansia, stress, depressione e insonnia sviluppati durante la quarantena possono conservare degli strascichi simili alla sindrome da stress post-traumatico. Buona parte del settore impiegatizio sta continuando il regime di smart working, vedendo quindi ridotta la socialità dell’ambiente di lavoro. E l’ondata negazionista delle ultime settimane, con manifestazioni di piazza tra distopia e folclore, si fonda sui germi nati proprio tra marzo e aprile. Siamo sicuri che abbiamo fatto o stiamo facendo i conti con tutto questo? Forse, questo è uno di quei casi in cui il cinema come fenomeno collettivo potrebbe assolvere una funzione sociale necessaria, un luogo tra l’altro estremamente sicuro dato che dal 15 giugno, giorno della riapertura delle sale, e dopo centinaia di migliaia di biglietti venduti, è stato accertato un solo tampone positivo che peraltro non ha contagiato nessuno grazie al distanziamento dei posti.

Non c’è nulla di Lockdown all’italiana che possa sollecitarci una riflessione inedita e originale sui mesi del confinamento, tuttavia vedere sul grande schermo il primo instant movie (italiano) con le mascherine, le multe salate, le autocertificazioni, la noia casalinga, la convivenza forzata, la solitudine e il lasciarsi andare in tutta e coi capelli spettinati non può che far riemergere un ricordo importante che la narrazione dei media ancora non affronta e non ha mai affrontato davvero, almeno dalle angolazioni che contano al di là della pizza, del lievito madre e della pasta fatta in casa. In quei giorni, BadTaste organizzò un panel su Zoom interrogando alcuni tra i più bravi registi e sceneggiatori italiani sul futuro degli script e dei film post-covid.

Quasi tutti furono d’accordo sul fatto che sicuramente il pubblico italiano non avrebbe gradito un film sulla quarantena che si limitasse a passare in rassegna le abitudini di quel periodo. Il film di Vanzina ci ha fatto sbuffare e indispettire, ma dopo la visione ci ha anche fatto tornare a quei giorni provocandoci, se non proprio un giudizio definitivo, almeno un primo bilancio ragionato a mente fredda. In Come Funziono, master class di Paolo Sorrentino a TedX, il regista de La Grande Bellezza ha dichiarato che per scrivere buoni film serve molto di più vedere film brutti che capolavori. Per come ci siamo ricordati della nostra quarantena e per come abbiamo condiviso, a distanza di mesi, tutto quello che ci è tornato in mente, vi assicuriamo che il discorso di Sorrentino vale anche per la vostra “storia” anche se non puntate all’Oscar.

 

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