Caro Paolo, allora stavolta sei morto davvero

Addio a Paolo Villaggio, l’ultima grande maschera comica italiana

 

Caro Paolo, allora è successo davvero.
Ho saputo la notizia di lunedì mattina e questo l’ha reso funesto, più del solito. Stanno parlando tutti di te, citano le tue battute più famose e mostrano foto del tuo personaggio più celebre, la maschera con cui ti sei fatto conoscere da tutti e con cui hai fatto la rivoluzione. Culturale, s’intende.

Il ragionier Ugo Fantozzi, prima ancora di diventare saga dall’enorme successo, era uno di quei libri che a leggerlo ti cambia la prospettiva delle cose, di conseguenza la vita. Quando l’ho letto io, andavo a scuola media e il libro era in regalo con Gente, impacchettato in edicola in un’edizione ributtante. L’ho finito sotto l’ombrellone, ridendo da solo e imparandomi le frasi a memoria, per recitarle con voce alla Fantozzi davanti ai miei amici coetanei e guadagnare la loro stima. Un’esperienza degna del ragioniere diventato capro espiatorio delle frustrazioni altrui.

Eppure oggi non lavorerei se non fosse per tutte le lezioni che ho imparato da te, gli accostamenti impossibili tra aulico e volgare, gli aggettivi iperbolici, le espressioni tranchant per cui non posso chiamare una signora di una certa età “anziana”, preferendogli per sempre “la vecchia”. Te l’ho sentito dire anche negli ultimi anni, in una delle poche apparizioni tv che hai concesso a uno di quei carrozzoni Rai: te ne stavi come un pascià, con la tua camicia vestito, bello come un mix tra Socrate e Homer obeso, a parlare malissimo della società e a prendere per il culo le vecchie in studio, che avevano comunque meno anni di te.

Quando nel 1987 ti sei candidato per Democrazia Proletaria, hai specificato che quella non sarebbe stata l’ennesima interpretazione del clown Villaggio, ma una cosa seria. Che abbandonando il PCI per un partito più incazzato, non avresti avuto i funerali di Stato, che si offrono sempre a un clown quando muore in Italia. Avevi un po’ ragione, ma comunque oggi si parla solo di te.

A causa dei tuoi personaggi comici, che nascondevano vite tragiche e grottesche, nonché delle tue sparate cattivissime, il cinema italiano negli ultimi anni ti ha messo da parte e anche quando eri nel pieno delle energie, non ha saputo veramente come sfruttare al meglio le tue capacità uniche.

 

 pintrest

 

Hai recitato in un milione di commedie che valevano meno di una lira, facendole diventare dei cult assoluti, finché il cinema d’autore si è accorto di te. Federico Fellini, Ermanno Olmi, Lina Wertmüller, Maurizio Nichetti e Gabriele Salvatores, che ti ha fatto interpretare uno dei ruoli più intensi della carriera, quel dentista macellaio, solo e spaventoso da morire, nel film Denti, che come una buona metà dei film dove hai recitato, avrebbe dovuto essere rivalutato prima, e non dopo la tua morte.

Ricordo con affetto che diventa amore quando parlavi con gli occhi lucidi di Fabrizio De André e della tua esperienza sulle navi con lui. Ho visto quel video in uno degli special Rai in terza serata su Faber, tu dicevi che lui era affamato e avrebbe scommesso su tutto, quindi una volta ha addentato un ratto vivo, solo per farlo vedere a voi altri, e poi si è sentito male. Ho pensato un attimo a cosa volesse dire, per una persona normale, trovarsi di fronte due autentici poeti come voi due, nella gloria della gioventù, mentre vi divertivate e al tempo stesso, uno cantava con voce funerea di tutte le persone che muoiono a stento e l’altro s’inventava di quel proletario piccolo piccolo che subisce ogni tipo di angheria senza mai ribellarsi e sogna non tanto il posto di comando, quanto la piccola borghesia.

Quando ho avuto la fortuna sfacciatissima di scambiare quattro parole con Fabrizio De André, non so cosa mi sia saltato in testa ma sono entrato nel suo camerino e l’ho salutato con “Ragioniere!”. Lui senza neanche pensarci  mi ha risposto “Commendatore!”. Vedi, uno dei ricordi più belli che ho, è comunque legato a te.

 

 onalim

 

“Scrivere non è e non sarà mai il mio mestiere, è una cosa fatta per gioco. Con Fantozzi ho cercato di raccontare l’avventura di chi vive in quella sezione della vita attraverso la quale tutti (tranne i figli dei potentissimi) passano o sono passati: il momento in cui si è sotto padrone. Molti ne vengono fuori con onore, molti ci rimangono per sempre e sono la maggior parte. Fantozzi è uno di questi. Nel suo mondo il padrone non è più una persona fisica ma un’astrazione kafkiana, e la società, il mondo. E di questa struttura lui ha paura perché sa che è una struttura-società che non ha bisogno di lui e che non lo difenderà mai abbastanza. Questo per lo meno qui da noi. Ma questo rischia di diventare un discorso politico troppo serio per uno scherzo quale deve essere tutta questa faccenda del libro, e mi fermo qui. Mi rendo anche sinistramente conto che stavo andando verso uno dei cinque argomenti collaudati.”

I tuoi erano: il passaggio dal socialismo al comunismo, nuovi esempi di cinema underground americano, il secolo di Luigi XIV, magia e ipnotismo, sud est asiatico. Lo scrivevi, come la premessa che ho citato, nel libro che conservo ancora come le cose preziose. Quello dell’edizione proletarissima che torna a ricordarmi ogni giorno di quanto l’ironia sia essenziale proprio quando si parla delle cose serie. Oggi a te vanno i 92 minuti di applausi di tutta l’Italia, che per anni si è riconosciuta nel tuo personaggio e nel tuo genio. Ma tu lo sapevi già.

“Io ho annunciato più volte la mia morte perché ho sempre avuto un interesse speciale a sopravvivere. Annunciare la morte è stato un modo banalissimo, quindi criticabile, per uscire sui giornali. Alimentare l’idea di stare sul punto di morte è stato uno strumento per celebrami e far parlare di me. Insomma mi mantengo in vita perché, in fondo, voglio vivere.”

Arrivederci, alla prossima replica alla quale riderò come un matto e ti penserò con gli occhi lucidi, come uno dei miei Santi.

 

 lapresse

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