TV e Cinema
di Mattia Nesto 5 Novembre 2019

Se vuoi capire l’anniversario del Crollo del Muro di Berlino, guardati Good Bye, Lenin!

Nel 2003 usciva nelle sale il film definitivo sulla Germania Est

Quanti di voi nel 2003 avevano dimestichezza con la Germania Est? Insomma dal 9 novembre 1989, giorno della Caduta del Muro di Berlino, di tempo ne era passato e la riunificazione della Germania era un dato di fatto abbastanza incontrovertibile, almeno da quando a Italia ’90 Lothar Matthäus, perno della cosiddetta “Inter dei tedeschi”, sollevava a Roma la terza Coppa del Mondo. Eppure proprio nel 2003, un po’ in sordina, usciva nelle sale un film che diventerà oggetto di un piccolo/grande culto. Stiamo parlando di Good Bye, Lenin! di Wolfgang Becker un film che non solo lancerà la carriera del bravissimo Daniel Brühl (da Tarantino agli Avengers che carriera mostruosa sta avendo l’attore tedesco?) ma che diventerà per molti la base delle conoscenze sul mondo della Germania Est e su quello strano sentimento, talmente da idealismo tedesco da essere immediatamente assimilabile a termini quali Sehnsucht o Zeitgeist, cioè Ostalgia, il sentimento giustappunto di nostalgia per il “piccolo mondo antico” della Repubblica Democratica Tedesca. Il ritorno nelle sale di questo film ci permette di tornare a parlare di questo piccolo gioiello ricolmo di umorismo, trovate surreali e tanta, tantissima dolcezza.

Il protagonista del film è Alexander “Alex”, un giovane ragazzo di Berlino Est che, come tanti suoi coetanei, trascorre la propria esistenza nei bigi e tristi anni Ottanta “orientali”, fatti di riti sempre uguali (le parate di Partito/Stato, la televisione di Stato con gli stessi programmi incartapecoriti e gli squallidi oggetti di plastica arancione che fanno capolinea negli appartamenti tutti uguali). Alex vive con la madre Christiane che, a seguito dell’abbandono del tetto coniugale da parte del marito, fuggito nel “corrotto e decadente” Ovest, ha deciso di “sposare il Partito” e quindi si adopera in tutta una serie di buffe quanto “romantiche” iniziative volte a migliorare le condizioni sociali. Cose piccole eh, come ad esempio lamentarsi del taglio di quel vestito acquistato in quel negozio oppure prendendosi la briga di insegnare canto ai giovani “pionieri comunisti” del proprio condominio.

Nonostante il fatto che siamo nel 1989 nessuno dei protagonisti del film si rende conto di essere nel bel mezzo della fine di un’epoca. Eppure questo sentimento di “non rendita di conto” non era di solo appannaggio degli abitanti di Berlino Est ma di buona parte della popolazione mondiale. Eppure, nonostante questo, le sollevazioni popolari nell’Est sono sempre più numerose e non solo in Germania. Quello che sarà poi conosciuto come “il Gigante dai Piedi d’Argilla”, ovvero l’Unione Sovietica e i vari Governi degli Stati Satellite, riescono sempre con maggior difficoltà a tenere buona l’opinione pubblica. Eppure a casa di Alex tutto sembra scorrere uguale, con quell’ortodossia mista a monotonia tipica dei “fedeli alla linea” del Partito.

Ma ecco che all’improvviso per la mamma di Alex arriva il tanto atteso riconoscimento. Ovvero l’invito ufficiale alla cerimonia di celebrazione per i quarant’anni della DDR. La donna allora si reca al Palazzo del Governo, prendendo addirittura un taxi che però viene fermato da una delle tante manifestazioni di protesta popolare. Christiane, vedendo la rude risposta della polizia contro quelli che in fin dei conti sono ragazze e ragazzi disarmati e che protestano pacificamente, esce dal taxi per tentare di impedire le violenze ed è lì che scorge Alex, suo figlio, tra i manifestati. Dopo una vita spesa a rispettare i dettami del Partito Christiane vedendo suo figlio andare contro tutto questo crolla: viene colpita da un infarto e cade in coma.

Da qui scaturisce, in maniera paradossale, la magia di Good Bye, Lenin! Infatti mentre la madre è in coma, letteralmente, il mondo si capovolge. Prima le frontiere tra Est e Ovest si aprono e poi, giustappunto il 5 novembre del 1989, il Muro di Berlino crolla. Alex, che ogni giorno va a trovare la madre in ospedale, viene completamente travolto dal vento del cambiamento. Conosce Lara, una bella infermiera russa e assieme a lei inizia a “viaggiare” per la Berlino finalmente unita. Lo scoppio di libertà, sessuale, ideologica e anche consumistica che irrompe nell’Est viene raccontata da Becker con rapide pennellate che rendono bene l’idea. I vecchi vestiti “comunisti”, fatti di stoffe sintetiche vengono buttati nella spazzatura: ora le ragazze vanno in giro vestite come Madonna e i ragazzi come Michael Jackson. In molti abbandonano le Facoltà Scientifiche che stavano frequentando per iniziare a lavorare nelle catene di fast-food che, come funghi, spuntano in tutta Berlino. Tutto cambia tranne una cosa: Christiane. La madre infatti è ancora in coma mentre la Germania vince i mondiali in Italia.

E poi, all’improvviso, si sveglia. Si sveglia in un mondo completamente sconvolto, nel quale sui grandi palazzi sovietici di Berlino Est la bandiera con la falce, compasso e martello non sventola più, sostituita dai manifesti della Coca-Cola. La madre, come afferma il primario dell’ospedale, non potrebbe reggere ad una simile rivoluzione dell’ordine costituito. E allora Alex che fa? Come potere sciogliere il nodo gordiano tra una verità che potrebbe mettere a repentaglio la vita della propria madre e una bugia impossibile da sostenere? Essendo Alex un tedesco, e quindi in fondo imbevuto di idealismo hegeliano e di romanticismo goethiano, sceglie l’impossibile.

Assieme al suo amico con cui lavora in una ditta per l’installazione di parabole (altra novità dell’Ovest) costruisce il “gran teatro dell’assurdo”. Ovvero attraverso finti telegiornali comunisti, giornali ritagliati ad arte e il recupero dei prodotti alimentari sovietici, fa credere alla madre non solo che il Muro non è mai crollato ma che anzi sono i tedeschi dell’Ovest, stanchi di quel mondo consumistico, a rifugiarsi nell’Est. Tra professori ubriachi e amiche di vecchia data, il teatrino di Alex non potrà reggere per sempre. Eppure la magia di questo film è proprio questa: ovvero far reggere un’idea impossibile attraverso la dolcezza dei sentimenti.

Tanto è vero che, forse la sua migliore scena, è quando Alex, per capire “da dove venga”, si avventura nell’Ovest alla ricerca di suo padre, fuggito anni prima. Si aspetta di trovarlo “grasso e unto” in compagnia di una qualche biondona di Monaco e invece scopre una persona diversa, ancora innamorato della madre e che convive, da tempo, con un tremendo senso di colpa (anche se poi di colpa non ne ha di per sé, vista la chiusura delle frontiere). E quando Alex si mette a guardare le avventure di Sandmännchen/Sabbiolino nello spazio assieme agli altri figli di suo padre che gli dicono: “A noi piacciono le storie degli astronauti” e lui risponde “Anche a me, solo che da noi si chiamano cosmonauti”.

Ecco, come nel 2003, puntualmente qui ci mettiamo a piangere. La magia di Good Bye, Lenin! ancora una volta colpisce ancora ed è per questo motivo che, a trent’anni dal crollo del Muro di Berlino, questo è il film giusto da vedere e rivedere di nuovo.

Good Bye Lenin!

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