TV e Cinema
di Stefano Disastro 5 dicembre 2018

‘L’uomo che rubò Banksy’ non è solo un film, ma una bomba di interrogativi culturali che vi farà riflettere

‘L’uomo che rubò Banksy’ di Marco Proserpio è il film che non potete perdervi se siete appassionati di Arte, ovvero se siete delle persone a cui piace ragionare tout court sul Mondo in cui viviamo e sulle sue dinamiche economiche & culturali.

Prodotto dallo stesso Proserpio e Rai Cinema, nelle sale italiane con distribuzione Nexo Digital solo l’11 e il 12 dicembre (elenco delle sale qui) con l’ipnotica voce narrante di Iggy Pop, il film è un lungo e ricchissimo racconto sulla speculazione nel mercato dell’arte della street art, il confronto tra culture diverse in epoca (post?) coloniale, il diritto d’autore, il copyright e la conservazione delle opere, il senso stesso della street art, la Questione Palestinese, l’identità di un popolo attraverso la sua rappresentazione, la ribellione, la sopravvivenza e la legalità. Scritto con Filippo Perfido e Christian Omodeo, tutto parte dalla figura sfuggente misteriosa e soprattutto controversa di Banksy, che nel 2007 dipinge alcune opere a Betlemme sui muri nei territori occupati, scatenando reazioni opposte tra gli abitanti e gli artisti locali e i turisti/spettatori occidentali, nello specifico tutto ruota attorno a un murale dipinto sulla facciata di una casa privata  in cui Banksy ha dipinto un poliziotto israeliano che chiede i documenti a un asino. Apriti cielo.

Le posizioni -strano- si estremizzano subito tra il “Ma chi è questo Banksy che viene qui a insultarci e a dipingerci come asini? Cosa vuole?” e il “grazie a Banksy adesso gli occidentali sapranno della nostra condizione e blabla” e il “è tutto fatto per soldi” a il “ah si? e allora sai cosa faccio io adesso mi taglio quel pezzo di muro e me lo rivendo al miglior offerente per ripagare gli arredi nuovi della chiesa che frequento”. E il bello è che è tutto vero e tutti hanno ragione. L’abilità di Proserpio è proprio questo equilibrio e apertura verso la storia e l’umanità nel saper gestire le situazioni e dare uguale voce e importanza a tutti i protagonisti coinvolti e a non farsele bastare mai, già,  perchè Proserpio e il suo team riescono a coinvolgere parecchie voci differenti, dalle persone comuni a collezionisti e galleristi famosi, ad artisti locali e non, a curatori e critici d’arte.

Su tutti i personaggi svetta, anche fisicamente, Walid La Bestia, un tassista palestrato locale che fa da corpulento e quasi-saggio Caronte. Altra dote del film è trovare collegamenti tra eventi e luoghi distanti nel tempo, parlando di street art e di “appropriazione indebita o meno” di un’opera si parla di Blu e dei famosi “strappi” della famigerata&controversa mostra di Bologna, poi si finisce a Los Angeles, Vienna e a Londra per intervistare collezionisti, legali e critici coinvolti in prima persona su queste tematiche.

Da un punto di vista strettamente tecnico ‘L’uomo che rubò Banksy’ è davvero un’opera pregevole e perfettamente contemporanea nel mischiare formati e tecniche (dall’hd a telefonini a mini dv e foto e grafiche), oltre che mixare in un riuscito equilibrio musiche occidentali ed orientali (nota di merito alle musiche originali di Federico Dragogna, Victor Kwality, Matteo Pansana). Che altro dire? Se non che ‘L’uomo che rubò Banksy’ è un film che pone moltissime domande senza dare nessuna risposta se non la pura e semplice realtà, lasciando a ogni singolo spettatore il compito di decifrare e riconoscere la propria scala di valori e il proprio personale pensiero sulle questioni trattate.
Niente da aggiungere. Un film dal respiro realmente internazionale. Consigliatissimo.

 

 

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