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Home Art

Perché le fotografie non raccontano mai la verità

by Alessandra Tecla Gerevini
9 Dicembre 2015
in Art
Perché le fotografie non raccontano mai la verità

 

Qualche giorno fa è stato reso noto il nuovo regolamento del World Press Photo, uno dei più importanti premi al mondo dedicati al fotogiornalismo. A redigerlo è stata la World Press Photo Foundation, che ogni anno sceglie i migliori scatti che raccontano cosa è successo nel mondo nei 12 mesi precedenti. Il nuovo regolamento non è particolarmente diverso da quello usato fino allo scorso anno, ma contiene due cambiamenti significativi spiegati per bene attraverso una serie di quattro video.

Il primo punto affrontato riguarda la cosiddetta staged photography, ovvero il mettere o rimettere in scena eventi a favore di camera, con il preciso obiettivo di realizzare lo scatto. Il secondo punto riguarda invece l’aggiunta o l’eliminazione di contenuti dall’immagine. Si tratta di precisazioni che hanno forti connotazioni etiche e che puntano alla salvaguardia della veridicità dell’immagine. Si è sottolineata, inoltre, l’importanza delle didascalie, che devono risultare corrette e precise. Si è introdotto un procedimento di fact-checking, grazie al quale si potranno chiedere informazioni al fotografo su dove e come è stata scattata un’immagine. E gli autori che parteciperanno al concorso, oltre la foto in formato JPG, dovranno mettere a disposizione quella in formato RAW (ossia quella “non lavorata”, che invece è stata “scaricata” dalla Reuters).

 

Schermata 2015-12-09 alle 17.51.48
.

 

L’accento messo sulla staged photography e le didascalie richiama alla mente il caso di uno dei vincitori dell’anno scorso, il fotografo e filmmaker italiano Giovanni Troilo e di come gli sia stato ritirato il premio per una didascalia errata. Il progetto con cui Troilo ha partecipato all’edizione scorsa si intitola The dark heart of Europe e racconta di Charleroi, piccola città belga vicino a Bruxelles. Racconta di una società che ha subito un aumento di disoccupazione, immigrazione, microcriminalità, povertà e che manca di un’identità comune. E l’autore lo sa bene, metà della sua famiglia vive lì dalla fine degli anni ’50, ha quindi un accesso privilegiato a quella città, di cui vuole assolutamente parlare perché così vicina, parte della stessa Europa. Troilo usa un’estetica quasi cinematografica, un mix di linguaggi alternando immagini di reportage ad altre ottenute rimettendo in scena momenti quotidiani, come un regista. Non è scandaloso, non è inusuale.

Giovanni Troilo (che sarà presente a Better Days Festival 2016) sostiene che i progetti più interessanti nel cinema documentario degli ultimi anni sono proprio quelli che usano l’alternanza di fiction e documentario per arrivare a raccontare le storie più interessanti, più profonde, meno visibili in superficie. Il caso più significativo è The Act of Killing di Joshua Oppenheimer e descrive i massacri durante le persecuzioni politiche avvenute in Indonesia tra il 1965 e il 1966. La particolarità del film, che lo ce lo fa paragonare al progetto di Troilo, è che qui il regista con uno stratagemma (“vogliamo girare un film d’azione sugli eventi di quegli anni”) ha coinvolto alcuni dei responsabili di quei massacri, vicini a gruppi paramilitari e questi si sono prestati a rivivere quei momenti, rivisitando i luoghi delle carneficine, mimando gli strangolamenti con il fil di ferro. Come dire, racconta una storia, parte della storia. Così come fa The Dark Heart of Europe. Ma forse un premio come il WPP non è pronto a farlo rientrare nella categoria “fotogiornalismo” e infatti con le nuove regole proibisce ai fotografi di partecipare con progetti simili, con fotografie messe in scena. Mentre il Sony World Photography Award, ha premiato subito dopo lo stesso lavoro, tenendosi fuori dalla polemica.

 

Schermata 2015-12-09 alle 17.52.01
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Si capisce che un concorso come il World Press Photo voglia concentrarsi sulla fotografia intesa come verità, con il fotogiornalismo come unico protagonista e l’estetica (finalmente) messa un po’ da parte. Troilo, dopo l’accaduto, come tante persone del settore, si era augurato un cambio di regole, magari la nascita di categorie specifiche per accogliere i nuovi linguaggi (nuovi ma non neonati, direi), “per le fotografie di interpretazione del reale”, come le definisce Christian Caujolle. La Foundation però non è andata in questa direzione, e il nuovo regolamento piuttosto che allargare gli spazi, li riduce ancora di più.

Sembra voler conservare l’idea romantica del fotoreportage, di un reportage che forse non è mai davvero esistito. Ed è un cortocircuito che nasce dall’impossibilità della fotografia di essere specchio del reale. Mi domando quindi se sia davvero necessario distinguere la fotografia come realtà/verità dalla fotografia che racconta (utilizzando gli stessi mezzi e gli identici escamotage) qualcosa che invece non esiste in quel preciso istante, ma esiste in senso assoluto.

 

Schermata 2015-12-09 alle 17.51.29
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Ne ha parlato appunto Christian Caujolle su Internazionale poco dopo la squalifica di Troilo: “In effetti tutto si basa su un’idea sbagliata del fotogiornalismo, considerato un modello di “verità”. A costo di ripeterci, dobbiamo ricordare che, se da un punto di vista deontologico per un giornalista è vietato mentire, la fotografia è incapace di qualunque verità oggettiva. È tutta una questione di scelta di inquadrature, di estetica, di costruzione di briciole di realtà scomposte, ricomposte e messe insieme.” E continua: “Nessuna immagine fotografica può pretendere di sostituirsi alla realtà o restituirla integralmente. La messa in scena, la posa, la serie documentaria e le sue ripetizioni sono tutte modalità perfettamente accettabili. Quasi tutte le icone di W. Eugene Smith, da Minamata al Villaggio spagnolo, sono immagini preparate e rese ancora più drammatiche dagli ingrandimenti. Tuttavia, rimangono dei momenti molto intensi della storia del fotogiornalismo, del photo essay, del racconto fotografico.”

Sembra che il cinema stia da anni andando in questa direzione, senza incontrare resistenze, come se fosse un percorso naturale. È quello che sta facendo da anni Werner Herzog, che da sempre contamina e fonde fiction e documentario, un aspetto del suo lavoro senza il quale è impossibile comprendere a fondo la sua poetica.

Che sia arrivato il momento almeno di parlarne, in fotografia. Nuovi, nemmeno troppo, spunti per il 2016.

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Alessandra Tecla Gerevini

Alessandra Tecla Gerevini

Se devo andare, vado.

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