Quando quasi tutti i critici si affrettavano a scrivere il necrologio creativo di Wes Anderson, bollando Asteroid City come l’ennesima prova di un manierismo ormai svuotato, il regista texano ha risposto con quello che è probabilmente il suo film più stratificato e ambizioso degli ultimi anni. Asteroid City: Wes Anderson punta alle stelle, i bolliti siete voi — e questa non è una provocazione a buon mercato, ma una tesi che il film sostiene fotogramma dopo fotogramma.

Perché Asteroid City è una tappa fondamentale per Wes Anderson
Dopo The French Dispatch — accolto con entusiasmo tiepido da una parte della critica che lo trovava eccessivamente frammentato — Anderson torna con un’opera che non è semplicemente il suo undicesimo lungometraggio: è una dichiarazione di poetica. Asteroid City, il Notturno Americano nel deserto, funziona come un ideale punto di incontro tra Mars Attacks, Truffaut e una puntata di Wile E. Coyote dei Looney Tunes — eppure è qualcosa di completamente originale, un’ennesima stella che si aggiunge a una costellazione luminosa e brillante.
Accusarlo di manierismo è, storicamente, un’operazione pigra. Il manierismo, nella Storia dell’Arte, non è un insulto: è una fase di raffinamento consapevole della forma. E Anderson, con questo film, dimostra di non essersi fermato alla forma — l’ha fatta esplodere dall’interno.
La struttura a tre livelli: come funziona davvero il film
Il film è diviso in tre atti ed è a sua volta tripartito in altrettanti piani di lettura, una scelta che richiede attenzione ma ripaga con generosità. Il primo livello è dedicato allo scrittore che si occupa della sceneggiatura e della realizzazione della commedia teatrale Asteroid City: questo strato è segnato dal bianco e nero e dallo schermo a tre quarti, una grammatica visiva volutamente televisiva e distanziante. Poi c’è la messa in scena vera e propria, indicata dall’utilizzo del colore saturo e dal cinemascope che dilata il deserto fino a farlo sembrare un altro pianeta. Infine il combinato disposto dei precedenti, il momento più vertiginoso: quando un personaggio in scena apre una porta per entrare dietro le quinte, o quando un altro esclama con perfetta nonchalance — «Oh, non dovevo essere inquadrato, questa non è la mia scena» — il film smette di essere un film e diventa una riflessione sul perché facciamo film.

Il cast: un ensemble che funziona (e perché Scarlett Johansson è la rivelazione)
C’è poi un lavoro stupefacente su tutta una serie di grandi attrici e attori che danno grande sfoggio di sé, con un’attenzione particolare per i dialoghi — molto distanti dall’inconcludenza di The French Dispatch, ma tutti quanti funzionali alla trama. Anderson tratta bambini e adolescenti con una sensibilità che ad Hollywood si vede raramente: non sono decorazioni né macchiette, ma personaggi con una loro gravità silenziosa e commovente.
Le citazioni, sempre elegantissime, ad altri film abbondano — ascoltate bene i rimandi sonori a Mars Attacks — e la fantasia al potere non risparmia nessuno: il Governo degli Stati Uniti e il suo esercito vengono presi in giro con una costanza e una leggerezza che risultano, paradossalmente, più politiche di molti film dichiaratamente militanti. Le musiche, come da tradizione andersoniana, sono sempre perfette: architettura sonora, non semplice accompagnamento.
Ma è Scarlett Johansson a lasciare il segno più duraturo. Vederla in quel ruolo da attrice «maledetta» tour court — nervosa, magnetica, soffocante nella sua bellezza trattenuta — è uno di quei momenti in cui il cinema ricorda perché esiste. La scena di puro dialogo sotto la neve a Broadway vale da sola il prezzo del biglietto, e le sequenze nella scuola per giovani attori hanno una qualità onirica e malinconica che Anderson non aveva mai toccato con questa precisione.

I difetti ci sono — ma ad avercene così
Il film presenta difetti evidenti nella sua costruzione: non tanto per la struttura sezionata in sé, quanto perché alcune di queste parti non funzionano correttamente e rendono un po’ troppo faticoso il suo scorrere in certi passaggi. Il ritmo, in alcuni snodi del secondo atto, diventa sordo, quasi immobile — una scelta che può sembrare pigrizia ma che Anderson usa deliberatamente per creare attrito, per far sentire allo spettatore il peso del deserto e dell’attesa. Non tutti accetteranno il patto. Ma ad avercene di «errori» così.

Wes Anderson è finito? La risposta definitiva
Wes Anderson non solo è uno dei pochi registi al mondo ad avere una firma sua e soltanto sua — riconoscibile in tre fotogrammi, come Kubrick o Fellini — ma con Asteroid City dimostra di stare evolvendo e modificando la sua poetica in modo consapevole e coraggioso. Chi non se ne accorge, probabilmente, è bollito. Non nel senso deteriore del termine: semplicemente, guarda il cinema con occhi che non vogliono essere sorpresi.
Noi preferiamo guardare alle stelle, intanto. E Asteroid City — con tutti i suoi piani sovrapposti, le sue ironie sorde, la sua malinconia travestita da commedia — è una di quelle stelle difficili da ignorare, anche quando fa male agli occhi.
FAQ su Asteroid City di Wes Anderson
Asteroid City è adatto a chi non conosce Wes Anderson?
È un film che premia la familiarità con il cinema di Anderson, ma non la richiede come prerequisito assoluto. Chi si avvicina per la prima volta troverà un’opera visivamente ipnotica e narrativamente insolita; chi conosce già la sua filmografia coglierà strati aggiuntivi di significato e autocitazione.
Perché molti critici hanno stroncato Asteroid City?
La critica più comune riguarda l’eccessiva frammentazione della struttura e la sensazione di un cinema che si compiace della propria forma. Si tratta di obiezioni legittime ma parziali: ignorano il fatto che quella frammentazione è il tema del film, non un difetto della sua costruzione.
Asteroid City è disponibile in streaming?
Il film è distribuito da Universal Pictures e, dopo il passaggio in sala, è disponibile sulle principali piattaforme di streaming attive in Italia. Verificate la disponibilità aggiornata sui vostri servizi in abbonamento.
Qual è il messaggio centrale di Asteroid City?
Il film esplora il rapporto tra arte, lutto, incomprensione e necessità di raccontare storie anche quando — soprattutto quando — non si capisce perché lo si fa. «Non puoi svegliarti se non ti addormenti», dice un personaggio: è forse la sintesi più onesta di ciò che Anderson vuole dire.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.






