Se si guarda alla filmografia di Pierfrancesco Favino, è difficile trovare due ruoli che si assomiglino: dalle commedie ai drammi, passando per personaggi di produzioni internazionali, per forza di cose differenti dai tipici personaggi del nostro cinema. A questa galleria di caratteri, Favino ha aggiunto un ritratto che mancava e che continua a lasciare il segno, non fosse altro che per il nome e il carico di ricordi che si porta dietro. Favino ha vestito i panni di D’Artagnan in Moschettieri del Re, il film di Giovanni Veronesi distribuito da Vision Distribution. Proprio in occasione della presentazione del progetto, l’attore aveva rilasciato una delle sue dichiarazioni più memorabili: «Il mio D’Artagnan è come Maradona». Una frase che, a distanza di tempo, continua a definire con precisione chirurgica il senso del personaggio e l’approccio di Favino alla recitazione.
Pierfrancesco Favino: «Il mio D’Artagnan è come Maradona»
La citazione è diventata quasi un manifesto. Favino aveva spiegato la sua visione del personaggio con una metafora calcistica tanto immediata quanto rivelatrice: «Di lui mi piace l’animo puro, che convive con un grande talento: D’Artagnan è un grande soldato e, anche se nel film non è più in servizio, il talento ce l’ha ancora. È come se Maradona giocasse a calcetto: anche se si è ritirato, è comunque più bravo di tutti». Un bambinone, lo aveva definito, con un’anima candida e un istinto guerriero che non si spegne mai. La stessa combinazione — grazia e potenza, ingenuità e genio — che aveva reso il Pibe de Oro inimitabile su qualsiasi campo.
La scelta della metafora non era casuale. Favino, che si definisce apertamente un «talento popolare», cercava un’immagine capace di attraversare generazioni e classi sociali, di spiegare D’Artagnan a chi non ha mai letto Dumas ma sa perfettamente chi era Maradona. Missione compiuta.

«Perché non ci avevamo pensato prima?»: la genesi del progetto
In un panorama natalizio da sempre dominato da commedie più o meno classiche, un titolo come Moschettieri del Re salta all’occhio, eppure si tratta semplicemente del recupero di una storia comune a tanti: «Quando mi hanno offerto il ruolo — aveva raccontato Favino — ho pensato subito: perché non ci avevamo pensato prima? Ci sono racconti che restano dentro le persone senza che lo sappiano, fino a quando qualcuno non ha l’intuizione di andare a ripescarli. È un vecchio desiderio di Giovanni Veronesi, che finalmente è riuscito a trovare il cast che voleva: per me è come se fosse sempre stato naturale fare D’Artagnan, ma semplicemente nessuno me l’avesse ancora proposto».
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Del resto, poche cose sono così sedimentate nella memoria collettiva come i nomi dei moschettieri e il loro motto. La sfida del film era legare i volti di Valerio Mastandrea, Rocco Papaleo e Sergio Rubini a figure semi-mitologiche come Porthos, Athos e Aramis. Insieme a Margherita Buy, Matilde Gioli, Valeria Solarino e Giulia Bevilacqua, sono loro i protagonisti di una pellicola ambiziosa per trama e cast, girata tra Basilicata, Lazio e Genova.
Spade, cavalli e un’asina ferma: le fatiche sul set
Girare Moschettieri del Re non è stato uno scherzo, nemmeno per un attore della tempra di Favino. Le scene di combattimento e le sequenze a cavallo hanno richiesto mesi di preparazione fisica intensa, e l’attore ne porta ancora i segni — nel senso più letterale: «Ho dovuto lavorare molto di spada e di cavallo e ne porto ancora i segni, visto che sono riuscito a cadere da un’asina ferma», aveva raccontato con l’autoironia che lo contraddistingue. Nonostante le ammaccature, il bilancio era entusiastico: «Intorno a me sto vedendo grande professionalità, ma anche grande divertimento. In questi giorni ho visto per la prima volta delle immagini ed è stato sorprendente anche per me cogliere la qualità visiva di quello che stavamo facendo. È un film particolare, una bella favola d’avventura, ha aspetti realistici, ma anche da fiaba: mentre lo faccio, penso alle mie figlie, penso ai bambini».

Sanremo, la popolarità e l’idea di sé: «Sono un talento popolare»
Moschettieri del Re aveva chiuso un anno che per Favino aveva rappresentato un ulteriore scatto in avanti in termini di visibilità e affetto del pubblico. La conduzione del Festival di Sanremo era stata una svolta: «Credo che Sanremo mi sia servito a mostrare un lato privato di me: spesso nel nostro mestiere si fa l’equazione tra quello che fai sullo schermo e quello che sei. Con Sanremo non solo ho mostrato al pubblico qualcosa di nuovo, ma è stato come se mi fossi scrollato qualcosa di dosso e per questo non smetterò mai di ringraziare Claudio Baglioni e la RAI».
Perché se D’Artagnan è un Maradona con cappa e fioretto, Favino non ha dubbi su quale sia il suo talento: «Non penso di essere un intellettuale — conclude — io voglio rivolgermi al maggior numero di persone possibile: sono un talento popolare». Una dichiarazione d’intenti che, riletta oggi, suona come la chiave di volta di una carriera costruita sull’empatia prima ancora che sul virtuosismo tecnico.
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FAQ su Pierfrancesco Favino e D’Artagnan in Moschettieri del Re
Perché Favino ha paragonato D’Artagnan a Maradona?
Favino ha usato la metafora di Maradona per descrivere un personaggio che, pur non essendo più «in servizio», conserva intatto un talento straordinario e un’anima pura. Come il Pibe de Oro che gioca a calcetto e domina comunque il campo, il suo D’Artagnan è un guerriero nato che non può spegnere il proprio istinto.
Chi ha diretto Moschettieri del Re?
Il film è stato diretto da Giovanni Veronesi, con distribuzione Vision Distribution. Il cast include, oltre a Favino nel ruolo di D’Artagnan, Valerio Mastandrea, Rocco Papaleo, Sergio Rubini, Margherita Buy, Matilde Gioli, Valeria Solarino e Giulia Bevilacqua.
Come si è preparato Favino per il ruolo di D’Artagnan?
L’attore ha seguito un lungo training di scherma e equitazione, ammettendo con ironia di essere riuscito a cadere persino da un’asina ferma. Le riprese si sono svolte in Basilicata, nel Lazio e a Genova.
Cosa intende Favino quando si definisce «talento popolare»?
Favino rifiuta l’etichetta di intellettuale e rivendica la propria vocazione a comunicare con il pubblico più ampio possibile. Per lui il cinema — come D’Artagnan, come Maradona — ha senso solo se raggiunge le persone, tutte le persone.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.






