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Ascensori fermi nelle case popolari di Roma: emergenza da cento guasti al mese

Si tratta di un problema di vita quotidiana, soprattutto per anziani e disabili, costretti a dipendere da altri

by Francesca Testa
14 Giugno 2026
in Cronaca
Un complesso di case popolari del comune di Roma

Nelle case popolari di Roma l’ascensore non è un dettaglio. Per molti è la differenza tra uscire di casa e restare bloccati al piano. I dati riportati da Il Tempo, legati al patrimonio di Ater e Campidoglio, parlano di un’emergenza continua: circa 100 ascensori fermi ogni mese tra guasti, danneggiamenti, vandalismi e manutenzioni che arrivano in ritardo.

Dietro ogni cabina bloccata ci sono scale che diventano muri, visite mediche saltate, anziani e disabili costretti a dipendere dagli altri. Non è solo un problema tecnico. È una questione di vita quotidiana.

Un impianto ascensore bloccato all'interno di un edificio di case popolari

Cento stop al mese: la mappa dei guasti tra Ater e Campidoglio

Il patrimonio pubblico romano conta 2.722 ascensori negli edifici di edilizia residenziale pubblica: 1.650 sono gestiti da Ater Roma, altri 1.072 dal Comune di Roma. Servono un mondo enorme, quello delle oltre 70 mila case popolari della Capitale, distribuite in quartieri molto diversi tra loro per storia, densità e condizioni degli stabili. La media indicata dagli enti è pesante: ogni mese si fermano circa 40 ascensori Ater e altri 60 impianti comunali finiscono tra guasti, stop e interventi urgenti. Il disagio non è distribuito a caso. Molti complessi hanno decenni sulle spalle, impianti vecchi, uso continuo e condizioni spesso difficili.

L’Unione Inquilini Roma ha portato il tema nella sede Ater di lungotevere Tor di Nona, consegnando un dossier manutenzioni su quattro aree simbolo: Primavalle, Pietralata, Spinaceto e Tor Marancia. Quartieri diversi, stessa storia: ascensori assenti, rotti o funzionanti solo sulla carta. Il dato dei cento stop al mese non racconta tutto, ma basta a dare la misura del problema. In un condominio privato un ascensore fermo scatena proteste. In un palazzo popolare può voler dire isolamento. Soprattutto dove vivono anziani soli, persone con disabilità, famiglie fragili e chi non ha alternative. Quando il guasto dura giorni, o settimane, il piano alto smette di essere un indirizzo e diventa una barriera.

Anziani e disabili prigionieri ai piani alti: le storie dietro i numeri

Walter De Cesaris, segretario di Unione Inquilini Roma, ha descritto una situazione senza giri di parole: molti insediamenti sono vecchi e gli ascensori, quando ci sono, spesso non si possono usare per mancanza di manutenzione. Nei report diventano segnalazioni.

Nei palazzi, però, hanno nomi e cognomi: anziani con patologie, persone con difficoltà motorie, invalidi costretti a chiedere aiuto anche solo per scendere a comprare il pane. Gli inquilini parlano di persone “recluse”. Una parola dura, ma non lontana dalla realtà. Chi vive al quarto, quinto o sesto piano senza ascensore può rinunciare a visite mediche, fisioterapia, pratiche, vita sociale. Le scale diventano una prova quotidiana, spesso impossibile. Una carrozzina, un deambulatore, una bombola d’ossigeno o una busta della spesa bastano a trasformare il rientro a casa in una fatica enorme. La mobilità dentro gli edifici popolari resta uno dei problemi più segnalati nei quartieri, perché tocca il rapporto più semplice tra casa pubblica e dignità. Un alloggio assegnato non basta, se chi lo abita non può entrare e uscire in sicurezza.

Nei racconti degli inquilini torna la stessa paura: un malore con l’ascensore fermo, l’attesa dei tecnici, la sensazione di non contare abbastanza. Poi c’è la dipendenza dagli altri. Figli, vicini, badanti, volontari diventano l’unica risposta a rampe di scale che un servizio funzionante dovrebbe rendere irrilevanti. Così un guasto tecnico toglie autonomia. E quando l’autonomia si perde dentro casa propria, la casa pubblica tradisce una parte della sua funzione.

Manutenzioni, appalti e competenze divise: perché gli interventi si bloccano

Ater Roma ha ricevuto la delegazione degli inquilini e ha assicurato attenzione e interventi. Ma il peso economico della manutenzione resta alto. Secondo quanto riferito dalla stessa azienda, negli ultimi tre anni sono stati spesi circa 3 milioni di euro solo per interventi “a guasto”, cioè riparazioni fatte quando l’impianto si ferma o quando bisogna evitare il blocco dopo un danneggiamento.

A queste somme si aggiunge la manutenzione ordinaria, quella che dovrebbe prevenire i problemi e far durare di più gli impianti. Sul fronte comunale, però, la situazione si complica per una divisione tutta burocratica: la manutenzione degli alloggi dipende dal dipartimento Patrimonio, mentre gli ascensori sono di competenza dei Lavori pubblici. Per chi vive nel palazzo questa distinzione conta poco: il problema è che la cabina non parte. Per gli uffici, invece, pratiche, fondi, responsabilità e passaggi amministrativi possono rallentare tutto.

Dal 2023 Roma Capitale ha un appalto da 1,16 milioni di euro l’anno per gli interventi a guasto sugli ascensori, oltre ad altri tre milioni l’anno per la manutenzione ordinaria. Cifre importanti, che però devono fare i conti con un patrimonio vastissimo, impianti datati, riparazioni ripetute e una pressione continua. Il rischio è inseguire il guasto senza riuscire davvero a ridurre gli stop. Perché la manutenzione degli ascensori nelle case popolari non può permettersi tempi morti: segnalazioni, sopralluoghi, verifiche, pezzi da sostituire, autorizzazioni, interventi e controlli. Se si inceppa anche un solo passaggio, un intero palazzo resta in attesa. E dove vivono persone fragili, quell’attesa pesa più del costo della riparazione.

Dai vandalismi all’inchiesta per corruzione: il costo sociale degli ascensori fermi

Non tutti gli ascensori si fermano per vecchiaia o guasto meccanico. In diversi casi pesano atti vandalici, danneggiamenti e manomissioni. La cronaca degli edifici popolari racconta impianti bruciati, forzati, colpiti o resi inutilizzabili. A volte è degrado puro.

Altre volte, secondo quanto emerso nel dibattito cittadino, l’ascensore fermo può servire a isolare piani o scale dove si svolgono attività illecite. In quel caso non è più solo un guasto: diventa un segnale di controllo del territorio. Il danno ricade due volte sulla collettività. Prima con i soldi pubblici necessari per riparare l’impianto. Poi con i giorni di isolamento, paura e rinunce subiti dagli inquilini.

Comune e Ater pagano interventi continui, ma chi abita quei palazzi paga con la propria libertà di movimento. Sul settore pesa anche un’ombra giudiziaria. Nel 2022 la procura di Roma ha aperto un’inchiesta sulla manutenzione degli ascensori comunali, poi arrivata a richieste di rinvio a giudizio per presunta corruzione nei confronti di nove indagati, tra cui funzionari del Comune. Saranno i giudici a stabilire eventuali responsabilità. Ma il fatto che un servizio così delicato sia finito dentro un’indagine dice quanto il sistema degli appalti pubblici possa diventare fragile quando controlli e trasparenza non bastano.

Alla fine la domanda è semplice: quanto può restare fermo un ascensore in un palazzo dove vivono persone che non possono fare le scale? Se la risposta si misura in settimane, la città ha già perso. Servono manutenzioni più rapide, controlli contro i danneggiamenti, responsabilità chiare e una mappa pubblica degli impianti più critici. Perché nelle case popolari di Roma un ascensore funzionante non è un comfort: è accesso alla vita quotidiana.

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Francesca Testa

Francesca Testa

Classe 1988, laureata in lettere con specialistica in informazione e sistemi editoriali. Dopo oltre 10 anni di impegno come caporedattrice di CheDonna.it, passa a dirigere ciaostyle (testata dedicata al mondo della moda) e poi diverse testate del gruppo Velvet e, infine, DailyBest.it. Nel mezzo tanto studio, una passione incrollabile per tutto ciò che ruota attorno all’universo femminile e a quello dell’informazione in generale.

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