A Roma, nelle estati degli anni Cinquanta e Sessanta, bambini di periferia, turisti, divi del cinema e semplici passanti usavano Fontana di Trevi, la Barcaccia e le altre fontane monumentali per rinfrescarsi, giocare o farsi una foto. Oggi quella scena torna fuori negli scatti di Marcello Geppetti, che restituiscono una città molto diversa da quella di adesso, più spontanea, prima dei divieti arrivati per tutelare il patrimonio artistico. È una Roma sparita: afa, marmo bagnato, vigili indulgenti, gente ferma a guardare. E anche un modo di vivere lo spazio pubblico che, nel frattempo, è cambiato del tutto.
Trevi, tra monete e afa: i bambini delle periferie dentro la fontana simbolo di Roma
Tra le immagini più forti di Marcello Geppetti ci sono quelle dei bambini arrivati dalle marrane, dalle borgate e dai margini della città, che entravano nella Fontana di Trevi con maschera e retino per tirare su le monete lanciate dai turisti. Oggi sembra una scena lontanissima, eppure allora era quasi normale.
Attorno al grande invaso barocco c’erano le vecchiette con i piedi a mollo, i forestieri con il naso all’insù davanti alle statue e quei ragazzini rapidi nell’acqua bassa, impegnati in una piccola economia di fortuna. Trevi non era solo un monumento da ammirare: era un posto vissuto, concreto, attraversato ogni giorno. L’acqua serviva a scappare dall’afa, a riempire un pomeriggio, perfino a mettere insieme qualche soldo. Nelle fotografie il contrasto si vede tutto: da una parte la scenografia del Settecento romano, dall’altra la vita popolare che ci passava in mezzo senza soggezione.
Dal Gianicolo alla Barcaccia: i bagni estivi che raccontavano un altro uso dello spazio urbano
Non c’era soltanto Fontana di Trevi. Anche la Fontana del Gianicolo e la Fontana della Barcaccia, in piazza di Spagna, nei mesi più caldi diventavano un approdo cittadino, un punto di ristoro informale dove il rapporto tra corpo, strada e monumento era molto meno rigido di oggi.
Geppetti lo racconta in più scatti: al Gianicolo si vedono gruppi di amici che scherzano sul bordo, si spingono e finiscono in acqua vestiti; alla Barcaccia c’è chi si bagna i polsi, chi si ferma solo per un po’ di fresco, chi resta seduto lì accanto con gli abiti stesi. In una foto compare perfino un vigile che osserva la scena senza la fretta repressiva degli anni recenti. Era un altro modo di stare in città.
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La Barcaccia, per esempio, era anche uno dei punti di riferimento dei cosiddetti capelloni, i ragazzi che ruotavano attorno alla scalinata di Trinità dei Monti e che lì trovavano acqua, incontro, sosta. Non una sfida organizzata, ma un’abitudine. Una confidenza piena, materiale, con la città.
La Dolce Vita nell’acqua: dive, attori e paparazzi quando il tuffo era parte dello spettacolo
In quella stessa Roma, naturalmente, l’acqua delle fontane era anche pezzo della scena pubblica della Dolce Vita. Il richiamo più famoso resta quello del film di Federico Fellini, con Anita Ekberg che nella Fontana di Trevi chiama Marcello Mastroianni: “Marcello, come here”. Cinema, sì, ma non solo. Quelle immagini parlavano anche di gesti reali. Geppetti fotografa nel settembre 1962 Hedie Hanse dentro la Fontana del Gianicolo, mentre schizza acqua verso amici e fotografi.
In altri scatti si vede Gilberto Petrucci, il “Paparazzetto”, trascinato per gioco da due ragazze sul bordo della vasca, quasi in bilico, un attimo prima di cadere. E poi Franco Nero, ripreso mentre solleva un’amica per buttarla in acqua, mentre un’altra donna prova a spingere tutti e due. Poco dopo sono già dentro. Anche nel 1966, nelle foto con Brett Halsey e Margaret Lee tra i blocchi di marmo di Trevi, il monumento diventa insieme sfondo e palcoscenico. Il tuffo, o anche solo il gesto di entrare nell’acqua, faceva parte del racconto. Sembrava una posa, ma era vita vera.
Dai piedi a mollo ai divieti: come Roma ha riscritto il rapporto tra cittadini e patrimonio monumentale
Con il passare degli anni quel rapporto si è spezzato. Le amministrazioni comunali, anche dopo episodi di danneggiamento e comportamenti giudicati lesivi del decoro urbano, hanno introdotto divieti sempre più severi contro chi entra nelle fontane di Roma o usa i monumenti come se fossero luoghi di balneazione improvvisata. L’ultima stretta ricordata nel materiale della Marcello Geppetti Media Company risale all’ordinanza firmata dall’allora sindaca Virginia Raggi, ma il cambio di passo era cominciato da tempo. Le fontane non più come estensione naturale della vita cittadina, ma come beni da sorvegliare da vicino.
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Oggi chi prova a fare un tuffo, magari per nostalgia o per imitare una scena da film, rischia una multa. Ma il punto non è solo questo. È un fatto culturale. Le immagini di Geppetti mostrano il momento in cui Roma viveva ancora i suoi monumenti con una familiarità che oggi sembra quasi impensabile. Una città meno controllata, più ruvida, a tratti disordinata. Eppure profondamente umana. In quelle fotografie le fontane restano opere d’arte, certo. Ma per un tratto della loro storia sono state anche qualcosa di più semplice e quotidiano: un pezzo d’estate condivisa.




