Secondo gli analisti di Oxford Economics, l’Europa rischia di affrontare nel prossimo inverno 2026-2027 una nuova fase di tensione sulle forniture di gas, perché le scorte risultano più basse rispetto a un anno fa e diversi fattori, dal clima alla geopolitica, potrebbero spingere al rialzo i prezzi dell’energia.
Gas in Europa, scorte sotto i livelli di un anno fa
Più che l’ondata di caldo di agosto, a preoccupare gli analisti della City è il freddo che potrebbe arrivare tra pochi mesi. Nel loro ultimo aggiornamento, gli economisti di Oxford Economics parlano di un inverno che potrebbe essere “il più difficile da quello del 2021-2022 in termini di forniture di energia”, pur precisando che una carenza fisica di gas resta, allo stato attuale, un rischio lontano. Il punto, spiegano da Londra, è che “si sono materializzati diversi rischi sulle forniture di gas” proprio mentre gli stoccaggi europei non hanno ancora raggiunto i livelli di sicurezza osservati negli anni precedenti.
In base ai dati citati dagli analisti, al 13 agosto le riserve di gas italiane sono salite al 78,22%, pari a 159,1 TWh, contro l’84% e 171,04 TWh registrati nello stesso periodo dell’anno precedente. In Germania gli stoccaggi hanno raggiunto il 49%, pari a 120,78 TWh, dopo essere scesi il giorno prima al 47,28%; un anno prima, sempre al 13 agosto, erano al 65,77%, cioè 162,13 TWh. Nell’insieme dell’Unione europea, le scorte risultano al 59,92%, per 677,23 TWh, un livello inferiore rispetto al 72,9% e 823,95 TWh indicati per la fine del 2025. Numeri tecnici, certo. Ma nei mercati dell’energia pesano subito.
Prezzi del gas e inflazione, il rischio per la Bce
Un nuovo rincaro del gas naturale, avvertono gli analisti, potrebbe riportare l’inflazione europea sopra il 3,5% entro la fine dell’anno e mantenerla oltre il 3% anche nel 2027. Uno scenario del genere, secondo Oxford Economics, darebbe nuovo spazio alle posizioni più rigorose all’interno della Banca centrale europea, cioè a chi chiede prudenza sui tagli dei tassi o persino una linea più severa nel caso in cui i prezzi tornassero a correre. Per famiglie e imprese significherebbe bollette più care, ma anche credito meno conveniente, in una fase già fragile per consumi e investimenti.
La situazione, tuttavia, non è identica a quella vissuta tra il 2021 e il 2022, quando la crisi energetica seguì l’impennata dei prezzi e poi l’invasione russa dell’Ucraina. Oggi, osservano da Londra, esiste una maggiore offerta globale di gas naturale liquefatto, il Gnl, e sono attivi più terminali di importazione rispetto ad allora. Questo riduce il rischio di una carenza materiale, ma non elimina il problema dei prezzi. “La carenza fisica di gas è solo un rischio remoto”, spiegano gli analisti, aggiungendo però che il mercato resta esposto a shock improvvisi, specie se la domanda invernale dovesse aumentare più del previsto.
Dalla Norvegia a Hormuz, le incognite sulle forniture
Nel quadro descritto da Oxford Economics pesano anche le interruzioni della produzione norvegese di gas, aumentate negli ultimi mesi, e le tensioni sulle rotte energetiche. Gli analisti citano anche lo stretto di Hormuz, definito chiuso nel loro rapporto, come uno dei fattori capaci di alimentare nervosismo sui mercati internazionali. In parallelo, il gas naturale ha compensato una minore produzione da idroelettrico e da centrali nucleari, finendo così per sostenere una quota maggiore della domanda elettrica. Quando succede, il margine di sicurezza si assottiglia.
L’Unione europea ha ridotto i consumi di gas del 15-20% rispetto ai livelli precedenti alla crisi, ma il continente resta molto dipendente dall’andamento climatico. Un inverno più rigido della media, avvertono gli economisti, potrebbe far salire in fretta le quotazioni, soprattutto se coincidesse con nuovi problemi dal lato dell’offerta. In questo scenario la Russia resta, per usare le parole degli analisti, “un jolly”: vale ancora circa il 15% delle importazioni europee di gas. Un ulteriore taglio unilaterale delle forniture, come avvenne tra il 2021 e il 2022, potrebbe riaprire una spirale di prezzi e timori sulla disponibilità effettiva. “È un rischio remoto”, precisano da Londra, ma in un caso estremo l’Ue potrebbe trovarsi a discutere persino una sospensione dell’embargo sul gas russo.
Italia più esposta ai rincari delle bollette
Dentro questa cornice, l’Italia viene indicata come uno dei Paesi più vulnerabili agli aumenti improvvisi del gas. La ragione è strutturale: il sistema energetico italiano resta molto legato all’uso di questa fonte, sia per la produzione elettrica sia per i consumi domestici e industriali. Per questo, spiegano gli analisti, Roma è “il Paese europeo più esposto agli improvvisi rincari del gas”. Non è solo una questione di quantità importate, ma anche di velocità con cui i prezzi all’ingrosso si trasferiscono alle bollette.
In Europa, infatti, la reazione dei mercati al dettaglio non è uniforme. In Austria e Germania prevalgono contratti a prezzo fisso di 12 o 24 mesi, che ritardano di circa un anno il trasferimento degli aumenti ai consumatori. In Francia, Italia e Spagna, invece, l’adeguamento dei prezzi al dettaglio avviene in circa un mese; nei Paesi Bassi, secondo Oxford Economics, la risposta è quasi immediata. È qui che il rischio diventa concreto per famiglie e imprese: se il prezzo del gas salisse con l’arrivo del freddo, l’effetto sui bilanci domestici italiani arriverebbe più rapidamente che altrove. E questa volta, avvertono gli analisti, il problema non sarebbe il caldo di agosto. Sarebbe il conto dell’inverno.





