Roma, commercio sotto assedio. La fotografia portata all’assemblea annuale di Confesercenti Roma e Lazio è di quelle che pesano: turisti ovunque, ma negozi sempre più in difficoltà; serrande abbassate, affitti alle stelle, vendite abusive che rosicchiano spazio e incassi. Al Tempio di Vibia Sabina e Adriano, dove Valter Giammaria è stato rieletto presidente fino al 2030, l’associazione ha messo in fila numeri che raccontano una Capitale sotto pressione. Non c’è solo il calo dei consumi nei negozi tradizionali. C’è una città che cambia, spesso a danno di chi ogni giorno alza una vetrina, paga dipendenti, bollette, tasse e canoni di locazione.

La mappa dell’abusivismo: ottomila venditori e 2,3 miliardi di merce contraffatta
La ferita più visibile resta l’abusivismo commerciale. Lo si vede nelle strade più battute, attorno ai monumenti, nelle zone turistiche, vicino alle stazioni e lungo i percorsi dello shopping. Secondo le stime diffuse da Confesercenti Roma e Lazio, nella Capitale opererebbero circa ottomila venditori abusivi su strada. Non una presenza ai margini, ma un pezzo di mercato che ogni giorno si piazza accanto ai negozi regolari e ne sottrae spazio, clienti e fatturato.
Il dato più pesante riguarda la merce contraffatta: nel solo 2025 il valore stimato arriva a circa 2,3 miliardi di euro. Una cifra enorme, che dà l’idea di un’economia parallela capace di intercettare turisti, acquisti veloci e domanda occasionale. Borse, portafogli, vestiti, accessori, piccoli prodotti tecnologici, profumi e articoli di largo consumo finiscono in un circuito senza scontrini, senza garanzie, senza contributi, senza controlli fiscali e senza responsabilità verso chi compra.
Per i commercianti regolari non è solo concorrenza sleale. È una pressione continua. Chi ha un negozio sostiene affitti, utenze, personale, pratiche amministrative e magazzino. Chi vende abusivamente occupa pezzi di città senza affrontare gli stessi costi. Il risultato, per l’associazione, è un mercato falsato ogni giorno. E in una città come Roma, dove il turismo dovrebbe sostenere il tessuto commerciale, il rischio è che a beneficiarne sia invece un bazar irregolare.
Il punto, per Confesercenti, è chiaro: l’abusivismo non può essere trattato come colore locale o come un fenomeno inevitabile. È una filiera economica, spesso organizzata, che cresce dove i controlli sono a singhiozzo e dove il prezzo basso vince su tutto, anche sulla provenienza della merce. Dietro il lenzuolo steso sul marciapiede c’è un danno che ricade su negozi, produttori, lavoratori e casse pubbliche. E la Capitale, già fragile, lo assorbe peggio di altri territori.
Negozi in ritirata: duemila chiusure e dodicimila locali sfitti nella Capitale
L’altra immagine è quella delle serrande abbassate. Nell’ultimo anno, secondo i dati illustrati dall’associazione, circa duemila esercizi commerciali su strada hanno chiuso a Roma. La formula usata da Confesercenti rende bene la sproporzione: per ogni vetrina che si accende, ce ne sarebbero altre tre che si spengono. Non è più una flessione passeggera. È un arretramento che cambia il volto dei quartieri.
I numeri dei locali vuoti lo confermano: oltre dodicimila spazi commerciali sfitti nella Capitale, a cui si aggiungono altri ottomila nel resto del Lazio. Dietro ogni negozio chiuso non c’è solo un’impresa che non ce l’ha fatta. C’è una strada che perde luce, presidio, relazioni, servizi. La desertificazione commerciale non riguarda soltanto il centro storico, anche se lì si nota di più. Tocca aree semicentrali, vie di quartiere, assi un tempo vivi che hanno perso continuità.
Il commercio di vicinato ha sempre avuto un ruolo più largo della semplice vendita. Un alimentari, una cartoleria, una profumeria, un negozio di scarpe o una ferramenta rendono una zona più abitabile. Portano passaggio, sicurezza percepita, abitudine, memoria dei luoghi. Quando spariscono, restano fondi vuoti, saracinesche sporche, cartelli “affittasi” che restano appesi per mesi. Il vuoto urbano diventa anche vuoto economico, perché riduce attrattività e qualità della vita quotidiana.
A pagare il prezzo più alto sono spesso le attività con margini bassi. Molte imprese familiari non hanno le spalle larghe per reggere mesi di calo o aumenti improvvisi dei costi. E-commerce, abusivismo, minore spesa nei negozi e affitti in crescita schiacciano i ricavi nello stesso momento. Per questo Confesercenti Roma e Lazio parla di un equilibrio saltato: tenere aperto, ormai, è una sfida prima ancora finanziaria che commerciale.
Affitti, e-commerce e turismo: le pressioni che svuotano le strade commerciali
Il nodo degli affitti commerciali pesa moltissimo, soprattutto nel centro storico e nelle zone più richieste. In alcune aree, secondo quanto emerso dall’assemblea, le richieste possono arrivare a 15 mila euro al mese. Cifre fuori portata per molte attività tradizionali: alimentari, negozi indipendenti di abbigliamento, botteghe artigiane, esercizi di servizio. La battuta di Valter Giammaria, “noi commercianti non vendiamo droga”, fotografa la distanza ormai evidente tra rendita immobiliare e incassi reali.
Poi c’è l’e-commerce, che a Roma non è più un fenomeno laterale. Nel 2025 sarebbero stati consegnati circa 100 milioni di pacchi, pari al 10 per cento del miliardo stimato a livello nazionale. La platea potenziale, calcolata sopra i 15 anni, supera i due milioni di persone. I romani comprano online quasi tutto: prodotti per la casa, tecnologia, profumi, alimentari, farmaci, vestiti, scarpe, borse, accessori. Il negozio fisico non compete più solo con quello della via accanto, ma con piattaforme che consegnano in fretta e spesso spingono sui prezzi.
Il turismo riempie Roma, ma non basta a salvare il commercio tradizionale. In molte strade ad alto passaggio cresce un’offerta pensata per il consumo veloce, ripetitiva, spesso lontana dalla vita dei residenti. Souvenir, somministrazione, minimarket, format tutti uguali e attività con poca identità prendono il posto di negozi che servivano quartieri e comunità. Il flusso turistico diventa così una lama a doppio taglio: porta clienti, ma alza gli affitti e cambia il mix commerciale.
Il risultato è una città che in alcune vie sembra piena, ma resta economicamente fragile. C’è movimento, non sempre valore. Gli incassi si concentrano in poche categorie, mentre altre scompaiono. La presenza di dodicimila locali sfitti convive con canoni altissimi: il segno di un mercato immobiliare che non sempre incontra la realtà delle imprese. Quando la rendita aspetta il marchio internazionale o l’operatore disposto a pagare cifre fuori scala, il negozio indipendente resta fuori dalla partita.
La proposta Confesercenti: una Zes per Roma e la raccolta firme per il Governo
Davanti a questo quadro, Confesercenti rilancia una richiesta precisa: istituire una Zona economica speciale per Roma, con misure fiscali, amministrative e normative dedicate alle aree più colpite dalla crisi commerciale. L’idea è creare un perimetro di vantaggi per chi investe, riapre, mantiene occupazione e presidia le strade. Tra le ipotesi indicate dall’associazione ci sono agevolazioni come l’abbattimento dell’Irap o di altri carichi fiscali, insieme a procedure più snelle per le imprese.
La competenza, però, non è del Comune né della Regione. Una Zes può essere concessa solo dal Governo, come già accaduto in territori dove fare impresa è particolarmente difficile. Regione Lazio e Comune di Roma possono sostenere la richiesta, darle forza istituzionale, trasformarla in una vertenza nazionale. Per questo l’associazione ha avviato una raccolta firme legata a una proposta di legge di iniziativa popolare. L’obiettivo dichiarato è arrivare a 50 mila firme in tutta Italia.
La proposta nasce da una convinzione semplice: senza interventi mirati, molte città rischiano di perdere il commercio di prossimità e, con esso, una parte dei servizi quotidiani. Roma è il caso più evidente, ma non l’unico. La Capitale somma problemi locali e tendenze nazionali: illegalità diffusa, caro affitti, cambiamento dei consumi, acquisti spostati sul web, trasformazione turistica dei centri urbani. Una misura speciale servirebbe, nelle intenzioni di Confesercenti Roma e Lazio, a riequilibrare una competizione oggi sbilanciata.
Resta da capire se la politica saprà affrontare il tema come una questione urbana, non solo commerciale. Perché un negozio che chiude non produce soltanto una perdita privata. Cambia il modo in cui una strada viene vissuta, riduce il presidio sociale, impoverisce l’offerta, allontana residenti e servizi. Roma continua ad attirare milioni di persone, ma rischia di perdere i luoghi che la rendono una città quotidiana. La partita del commercio Roma, alla fine, riguarda anche questo: decidere se le strade debbano restare vive o diventare semplici corridoi di passaggio.






