Centrale del latte di Roma, il Campidoglio prova a riaprire il dialogo con Parmalat su una vertenza che va avanti da quasi trent’anni. Roberto Gualtieri ha scelto la strada della trattativa prima della nuova udienza del 5 ottobre, affidando al direttore generale di Roma Capitale, Albino Ruberti, il compito di verificare se esista un’intesa possibile sul punto più pesante: la proprietà del 75% delle azioni e il destino dei dividendi maturati nel tempo. Una vicenda nata con la privatizzazione degli anni Novanta, passata tra sentenze, cessioni societarie e accordi contestati, torna così al centro del dossier politico e amministrativo del Campidoglio.

Ruberti al tavolo: Gualtieri cerca un accordo prima dell’udienza
La memoria approvata dalla giunta capitolina fissa una linea chiara: provare a trovare una soluzione prima che la causa torni davanti ai giudici. Gualtieri ha dato mandato a Ruberti di preparare uno studio di fattibilità e di cercare con Parmalat un percorso condiviso. Tradotto dal linguaggio degli atti: Roma Capitale vuole capire se, dopo quasi trent’anni di causa, c’è ancora spazio per chiudere o almeno ridurre lo scontro sulla proprietà delle azioni e sui dividendi.
I tempi non sono casuali. Dopo la sentenza della Corte di Cassazione del 2025, Parmalat ha scritto al Campidoglio nel gennaio 2026 chiedendo il trasferimento immediato dei titoli, pari al 75% del capitale sociale della Centrale. La risposta di Roma Capitale, arrivata a febbraio tramite il direttore generale, non ha sbattuto la porta. Ha aperto invece alla possibilità di un incontro per valutare insieme gli effetti della decisione della Suprema Corte. Da qui nasce la mossa di Gualtieri: non una resa, ma un tentativo di trattare dentro il perimetro segnato dalle sentenze.
L’obiettivo è evitare che l’udienza del 5 ottobre diventi solo l’ennesima tappa di una guerra giudiziaria senza fine. La Centrale del latte di Roma non è una società qualsiasi per la città: è un marchio legato alla filiera alimentare locale, alle forniture nelle scuole, alle abitudini quotidiane di molte famiglie. Per questo la lite pesa ben oltre le carte del tribunale. Il Campidoglio prova a trasformare un contenzioso ereditato in un accordo possibile, sapendo che ogni passaggio sarà seguito da soci, lavoratori e mercato.
Dal vincolo del 1997 alla cessione a Parmalat: le tappe della disputa
Per capire perché la partita sia ancora aperta bisogna tornare alla privatizzazione degli anni Novanta. Nel marzo 1997 il Comune di Roma autorizzò la trattativa con cinque soggetti selezionati per vendere il 75% della propria partecipazione azionaria nella Centrale del latte. La procedura si chiuse con la cessione a Cirio spa, allora gruppo di peso nell’agroalimentare. Ma quella vendita aveva una condizione precisa: l’acquirente non poteva cedere la quota per cinque anni.
Proprio quel vincolo è diventato il cuore della disputa. Cirio trasferì le quote ad Eurolat appena un anno dopo. In seguito la partecipazione passò a Dalmata Due srl, società del gruppo Parmalat. A quel punto Campidoglio e società coinvolte tentarono di chiudere la questione con un accordo. Secondo quanto ricostruito nella memoria di giunta, l’amministrazione diede il via libera alla cessione della quota anche in cambio di un risarcimento da 15 miliardi di lire.
Quell’accordo, però, non ha chiuso davvero la partita. I passaggi societari, il vincolo iniziale e gli effetti della transazione sono rimasti al centro dello scontro. Roma Capitale ha continuato a rivendicare le proprie ragioni sul pacchetto azionario, mentre Parmalat ha difeso la validità del percorso che l’ha portata al controllo della quota. Intanto la Centrale ha cambiato assetto, il mercato del latte si è ristretto, i consumi sono cambiati e la concorrenza è diventata più dura. La causa, però, è rimasta lì. Una zavorra.
Quasi trent’anni dopo, la questione non riguarda più soltanto il passato. Stabilire a chi spetti il 75% delle azioni significa decidere chi può guidare la società, chi risponde delle scelte fatte e come vadano considerati i dividendi incassati negli anni. Una clausola di vendita è diventata un nodo di governo societario, con possibili effetti sui conti pubblici e sulle scelte industriali.
La Cassazione del 2025 riapre il nodo del 75% delle azioni
La svolta più recente è arrivata con la sentenza 34221 del 2025 della Corte di Cassazione, che ha annullato la decisione della Corte d’Appello del 2022. Quella pronuncia di secondo grado aveva segnato un passaggio pesante a favore di Roma Capitale: disponeva la cessione al Comune delle quote di Parmalat e condannava l’azienda a restituire i dividendi distribuiti dal 2005 al 2012, per oltre 41 milioni di euro, interessi esclusi. La Cassazione ha rimesso tutto in discussione e ha rinviato la causa a una diversa composizione della Corte d’Appello.
Da qui nasce un equilibrio nuovo, più incerto e forse più adatto a un negoziato. Parmalat, facendo leva sulla decisione della Suprema Corte, ha chiesto a Roma Capitale il trasferimento immediato dei titoli azionari. Il Campidoglio, però, non si è limitato a prenderne atto. Ha scelto di valutare una trattativa alla luce delle decisioni già arrivate dai giudici. Formula prudente, certo. Ma il senso è chiaro: nessuna delle parti può ignorare il peso delle sentenze, e nessuna può dire che la partita sia chiusa senza un passaggio formale.
Il 75% delle azioni resta il centro della vertenza. Non è una quota secondaria: è il pacchetto che determina il controllo della società. Per Roma Capitale significa misurarsi con una questione patrimoniale rilevante e con una scelta di politica industriale. Per Parmalat, oggi nell’orbita del gruppo Lactalis, vuol dire chiarire una posizione rimasta per anni sotto il peso dei ricorsi. L’udienza del 5 ottobre ruota proprio attorno a questo: chi ha titolo sulle azioni, con quali effetti economici e da quale momento.
La scelta di Gualtieri non cancella la strada del tribunale. Prova però ad affiancarla con un tavolo. È una mossa delicata, perché ogni apertura può essere letta come un passo indietro, soprattutto in una vicenda lunga e simbolica. Ma lasciare tutto a una nuova sentenza rischia di allungare ancora i tempi, tra ricorsi e incertezze. La trattativa serve a capire se esista una via meno traumatica per fissare la proprietà e chiudere anche il capitolo dei dividendi.
Dividendi contesi e bilancio in perdita: cosa rischia la Centrale del latte
Il secondo nodo riguarda i dividendi. La sentenza della Corte d’Appello del 2022 aveva quantificato in oltre 41 milioni di euro le somme da restituire per il periodo 2005-2012, senza contare gli interessi. Una cifra del genere, da qualunque lato la si guardi, non è un dettaglio di bilancio. Per Roma Capitale sarebbe un recupero importante; per Parmalat una voce di rischio da gestire. La Cassazione ha riaperto il quadro e la trattativa dovrà fare i conti anche con questa massa di denaro, cresciuta mentre la causa andava avanti.
La vertenza arriva però in un momento difficile per la Centrale del latte di Roma. L’ultimo bilancio approvato, relativo al 2025, registra una perdita di 10.760.200 euro, peggiore rispetto all’anno precedente. Il presidente Fabio Massimo Pallottini ha parlato di una “traversata nel deserto” dopo l’uscita dal rapporto con Parmalat, pur indicando segnali più incoraggianti per il 2026. Il punto resta la tenuta industriale: una società che deve ricostruire margini, prodotti e canali di vendita non può permettersi una causa infinita come rumore di fondo.
I numeri raccontano una fragilità nota alla politica. La Centrale si muove in un mercato dove la grande distribuzione schiaccia i prezzi, i consumatori cambiano abitudini e il latte fresco non ha più il peso di un tempo nel carrello delle famiglie. Il marchio romano conserva un valore forte, soprattutto nel Lazio. Ma quel valore deve diventare ricavi, non solo memoria. Una proprietà incerta e una lite da milioni di euro rendono più complicato ogni piano di rilancio, dai nuovi prodotti agli accordi commerciali.
Per questo la trattativa aperta da Gualtieri con Parmalat pesa più della sola causa legale. Se Campidoglio e gruppo privato trovassero un’intesa prima dell’udienza, la Centrale potrebbe guadagnare una cosa che oggi vale molto: certezza. Sulla governance, sui flussi economici, sui rischi ancora aperti. Non sarebbe di per sé il rilancio, perché i conti si rimettono in piedi con vendite, investimenti e organizzazione. Ma chiudere una vertenza nata nel 1997 toglierebbe alla società una delle ombre più lunghe della sua storia recente.





