A Roma, nel 2026, ci sono cinque indirizzi tra San Giovanni, San Lorenzo, Ostiense, Appio Latino e Torrevecchia che meritano davvero una sosta. Non perché siano semplicemente nuovi, ma perché raccontano bene dove sta andando oggi la trattoria romana: più precisa, più personale, ancora attaccata alla memoria, ma meno inchiodata al solito repertorio. Alcuni locali sono aperti da qualche anno, altri hanno cambiato casa o passo più di recente. Il punto, però, è uno solo: la cucina capitolina continua a muoversi. E lo fa senza bisogno di alzare la voce.
Perché queste cinque trattorie raccontano la Roma del 2026
Il filo che lega Santo Palato, Mazzo, Osteria Chiari, Santì e Isotta non è una moda passeggera, e non è neppure l’ennesimo ritorno di nostalgia. In questi posti la parola trattoria torna ad avere un peso preciso: locali riconoscibili, piatti con prezzi ancora leggibili in molti casi, sale vive, servizio informale ma attento, e una cucina che tiene insieme quinto quarto, stagionalità, brace, filiera corta e ricette di famiglia.
A Roma, d’altronde, su questo terreno si gioca parecchio. Negli ultimi anni la città ha visto crescere sia una ristorazione più ambiziosa sia un ritorno a tavole quotidiane, meno rigide, meno impostate. Qui sta il punto: il passato non viene copiato. Viene preso come base e rimesso in circolo. Ogni insegna lo fa a modo suo, con un tratto diverso, a volte più deciso, altre più affettuoso. Ma la direzione è chiara.
Santo Palato e Mazzo, due strade diverse per rileggere Roma
Da una parte c’è Santo Palato, che il 28 marzo 2025 ha lasciato piazza Tarquinia per trasferirsi in via Gallia 28, a poche centinaia di metri di distanza ma in uno spazio più grande. Per il progetto di Sarah Cicolini è stata una nuova partenza, non una semplice trasloco. La frase che accompagna da tempo il locale — “cucinare per gli altri è il più grande atto d’amore che si possa fare” — qui non resta appesa al muro. Si ritrova nei piatti, netti, diretti, molto romani, con il quinto quarto sempre al centro: terrina di lingua e coda con giardiniera e salsa verde a 13 euro, frittata di regaje di pollo a 10, rigatoni alla carbonara a 17. In cucina c’è ancora Mattia Bazzurri, mentre in sala lavora Marianna Tocci. La cantina, seguita da Tommaso Viggiani e Valerio Preziosi, completa un indirizzo che da tempo non ha più nulla della promessa.

A San Lorenzo, in via degli Equi 62, Mazzo segue invece un’altra strada. Francesca Barreca e Marco Baccanelli la definiscono una “post-trattoria”: formula che può anche far discutere, ma che rende bene l’idea. Si parte dalla cucina romana e la si spinge un po’ più in là, senza rompere il legame con ciò che c’era prima. La trippa fritta alla romana costa 13 euro, le ruote pazze con genovese di pannicolo 19, la pancia di maiale in cottura cinese 22. Qui la ricerca sulla stagionalità e sulla filiera corta è evidente, costruita con allevatori, contadini e vignaioli che non vengono trattati come semplici fornitori. Anche il bere va nella stessa direzione: vini, birre e proposte analcoliche non fanno da contorno, ma stanno dentro il racconto del locale. È una tavola conviviale, certo. Ma dietro c’è un’idea precisa. E si capisce subito.
Osteria Chiari e Santì, tra fuoco vivo e ricette di casa
Nel quadrante sud della città, Osteria Chiari e Santì parlano due lingue diverse, ma entrambe molto chiare. La prima è al civico 13 di via del Gazometro, in piena Ostiense, ed è stata aperta da Lorenzo Giuliani, giovane imprenditore di Nemi, già conosciuto per Acquabulle. Qui il cuore del lavoro è il fuoco vivo: forno a legna e brace guidano un menu corto, raccolto in una sola pagina, che va dalle focacce da 4 a 6 euro ai cannelloni di carne cotti nel forno a 14, fino allo spiedino di fegato di maiale e giardiniera alla brace a 12 e al pannicolo con carciofi a 19. Poi c’è il classico che non manca, il tagliolino cacio e pepe a 12 euro, quasi a ribadire che la tradizione non va nascosta. La carta dei vini, curata da Daniele Pardi, mette insieme etichette naturali e convenzionali, bollicine, rossi e macerati, con un taglio personale e leggibile.
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Più raccolto, quasi di casa, è invece il clima di Santì, in via Latina 80, non lontano da piazza Zama. Qui Alessio Congias e il cugino Simone Simeoni hanno aperto, nel novembre 2023, una piccola trattoria contemporanea dedicata alla nonna Santina. Il nome arriva da lì, dalle ricette di famiglia e da quella casa portata a Roma da Rocca di Cave. Il locale ha otto coperti al bancone affacciato sulla cucina e una quindicina in sala: pochi posti, atmosfera diretta, niente distanza inutile. Nel menu ci sono la torta Santì con scarola affogata a 9 euro, la selezione di salumi a 12, la fettuccina al ragù del cortile e gli gnocchi Santì, entrambi a 14 euro. Tra i secondi spiccano l’ossobuco allo zafferano a 24 e il pollo alla cacciatora a 18. La carta dei vini è essenziale, con attenzione alle piccole produzioni. Qui la memoria familiare non è un dettaglio messo lì per colore. È il centro di tutto.
Isotta a Torrevecchia, Roma ovest entra nella nuova mappa del gusto
A Roma ovest, in una zona che di solito resta fuori dai giri gastronomici più battuti, Isotta aggiunge un pezzo importante. Il locale è in via Carlo Livi 12, a Torrevecchia, e nasce dall’incontro tra Davide Puleio, chef già noto per Pulejo, e Matteo D’Anzi, che arriva dal mondo dell’ospitalità e dell’interior design. Il nome è quello della nonna di D’Anzi, e già questo dice molto del tono scelto. Loro parlano di “trattoria cortese”: una formula leggera solo in apparenza, perché poi trova conferma nei fatti, dal servizio all’atmosfera, con richiami agli anni Settanta e una sala volutamente raccolta. C’è anche uno chef’s table fronte cucina, pensato per chi vuole stare più vicino al lavoro ai fornelli.
In cucina c’è Saverio Pasquali, che tiene ferma la base romana e la alleggerisce quanto basta per renderla attuale. La padellaccia di coratella e carciofi costa 11 euro, la minestra di broccoli e arzilla 18, la coda alla vaccinara 20, mentre i grandi primi capitolini restano intorno ai 14 euro. Non c’è nessuna voglia di strafare, ed è forse proprio questo il punto. Isotta non cerca effetti speciali: preferisce dare una forma precisa all’idea di accoglienza e portarla in un quartiere che raramente entra nelle classifiche del mangiare cittadino. Anche per questo, nel 2026, si prende con merito un posto nella nuova mappa del gusto romano.





