Ci sono alcune cose che nella vita sono assiomi, architravi dello scorrere del tempo che, se mutano, cambiano o finiscono, rischiano di mandare tutto in vacca: la cronica inadeguatezza della Juventus in Champions League, la bellezza di ogni gioco di Zelda oppure ancora l’eterno imbarazzo nel guardare una trasmissione di approfondimento politico su Mediaset. I Daft Punk ecco, erano proprio una costellazione del mio e del vostro cielo: stavano là in alto, magari un poco nascosti negli ultimi anni dalle luci di altre stelle, ma insomma, c’erano sempre. Questa è una piccola e intima guida per abituarsi alla fine dei Daft Punk — perché sì, prima o poi bisogna farcela.
Eppure da questo momento in poi non è più così. Subito, appena la notizia ha iniziato a circolare, la frase che con maggiore frequenza ricorreva tra i post social, nelle parole commosse pronunciate da qualche streamer o speaker radiofonico, era sempre la stessa: “Con la fine dei Daft Punk è finita la mia adolescenza”. Un pensiero logico, sicuramente sanguigno, ma con una buona dose di verità se si considera il fatto che dal 1993 a questa parte Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo non hanno mai smesso di sfornare canzoni immortali. Eppure, e lo sapete meglio di me, ridurre i Daft Punk a un “mero” epifenomeno musicale sarebbe davvero limitante.
Perché la fine dei Daft Punk fa così male: più di un lutto musicale
Il duo francese è stato una specie di stele di Rosetta per tradurre l’evoluzione della cultura pop dagli anni Novanta a questa parte, un immenso calderone magico in cui venivano mescolati il funky sporco degli anni Settanta con le immagini sinuose degli anime degli Ottanta, quel gusto sbarazzino della dolce Francia dei Sessanta con il giusto tributo a ogni possibile ambito geek. Robottoni e tecnologia, discoteca e palpiti amorosi, fiabe punk e piramidi di luce, chip e futuro. Seguendo sempre una linea propria e assolutamente personale, i Daft Punk hanno saputo dimostrare a tutto il mondo che “la musica non suonata” non solo è vera musica ma — come abbiamo imparato nel 2007 a Torino al parco della Pellerina, durante l’Alive Tour in cui abbiamo toccato con mano, cuore e orecchie lo zeitgeist — spesso supera in qualità la sua cugina analogica.
Ecco perché abituarsi alla fine dei Daft Punk non è semplice come smettere di ascoltare un disco: significa fare i conti con un intero immaginario condiviso, con una lingua visiva e sonora che ha attraversato generazioni. Il dolore è sordo, nervoso, soffocante — quello di chi perde non un artista ma un punto cardinale.
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Una piccola guida intima per accettare la fine dei Daft Punk
Primo passo: concedersi il lutto senza vergogna
Sono triste? Certo. Avrei preferito che questo giorno non arrivasse mai? Forse. Già perché se è vero che con lo scioglimento dei Daft Punk finisce la mia e vostra infanzia, è anche vero che, prima o poi, avremmo dovuto accettare questo momento. Il termine Adulto deriva dal latino adulescere, ovvero crescere. Oggi siamo cresciuti, e crescere significa anche comprendere quando è tempo per finirla con qualcuno o qualcosa. Concedersi il lutto — piangere il disco che non arriverà mai, il tour che non vedremo — non è debolezza: è il primo, necessario passo per abituarsi alla fine dei Daft Punk.
Secondo passo: riconoscere quanto ci hanno già dato
Crescere necessita sofferenza, la stessa sofferenza che mi sta affliggendo all’idea di non poter più aspettare un nuovo album dei Daft Punk, scoprire il prossimo film marchiato dalla loro colonna sonora, vedere il loro nuovo strabiliante videoclip e scovarne le citazioni. Ma basta fermarsi un momento a fare i conti: quattro album in studio, una colonna sonora per Tron Legacy, l’Alive Tour che ha riscritto le regole del live elettronico, collaborazioni con Pharrell Williams e Nile Rodgers su Random Access Memories. È un catalogo che basterebbe per dieci carriere. Riconoscere la vastità di questo lascito è il modo più onesto per trasformare il rimpianto in gratitudine.
Terzo passo: togliersi il casco e andare avanti — senza smettere di ascoltarli
No, oggi cresco io e crescete voi: togliamo il casco argentato con cui per 28 anni ci siamo coperti il viso. Oggi non smetteremo di ascoltare i Daft Punk, ci mancherebbe altro, e quando vedremo la prossima ragazza di cui ci innamoreremo capiremo che è quella giusta perché nel momento in cui la baceremo risuonerà nella nostra testa Digital Love. Abituarsi alla fine dei Daft Punk non significa dimenticarli: significa portarli con sé in modo diverso, come si porta una costellazione che non si vede più ma si sa esattamente dove cercare.
Cosa rimane dopo: l’eredità dei Daft Punk nella musica di oggi
Un nuovo mondo ci aspetta. Un nuovo mondo senza i Daft Punk — ma pieno, paradossalmente, della loro influenza. Basta ascoltare la produzione elettronica contemporanea, dal French house revival alle produzioni di Kaytranada, dai synth di Dua Lipa ai beat di The Weeknd, per sentire ovunque l’eco di Homework e Discovery. La loro fine non è una sparizione: è una metamorfosi. Thomas Bangalter ha già dimostrato con la sua colonna sonora orchestrale per Illusions Perdues che il talento non si scioglie insieme al duo. Guy-Manuel de Homem-Christo, più schivo, resta una presenza silenziosa ma reale nell’industria. La musica continua, anche senza il casco.
Dopo il dolore e la sofferenza, mi sono asciugato le lacrime, ed ho trovato conforto nelle parole di Biagio Marin: “Fa che la morte mia, Signor, la sia comò ‘l score de un fiume in t’el mar grando“. O, se preferite, Hold On, If Love Is The Answer Your Home.
FAQ: tutto quello che ti sei chiesto sulla fine dei Daft Punk
- Perché i Daft Punk si sono sciolti?
- Il duo non ha mai fornito una spiegazione dettagliata. Il video di addio intitolato Epilogue, estratto dal loro film Electroma, ha lasciato intendere una separazione consensuale e definitiva dopo quasi trent’anni di carriera comune.
- I Daft Punk potrebbero tornare insieme?
- Nulla è stato escluso formalmente, ma nessun segnale concreto lo suggerisce. Entrambi i membri hanno intrapreso percorsi solistici distinti, e la natura silenziosa del loro addio rende un ritorno poco probabile nel breve termine.
- Come abituarsi alla fine dei Daft Punk senza sentirsi persi?
- Riascoltare il catalogo con occhi nuovi, scoprire gli artisti che hanno influenzato e quelli che hanno ispirato, e accettare che la fine di un duo non cancella trent’anni di musica: sono i passi più efficaci per trasformare il lutto in memoria attiva.
- Qual è il disco dei Daft Punk da cui ricominciare?
- Discovery rimane il punto di ingresso più completo: concentra in 74 minuti tutto l’universo estetico del duo, dall’anime al funk, dalla disco all’elettronica più raffinata.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.






