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Home Salute

Screening oncologici, Lazio tra le Regioni peggiori: i numeri della prevenzione mancata

L'invito arriva ma la maggior parte dei cittadini non risponde

by Paola Lorusso
14 Giugno 2026
in Salute
Una immagine di una visita di controllo all'interno del programma della Regione Lazio che offre screening gratuiti per i tumori più letali

Screening oncologici nel Lazio, adesioni tra le più basse d’Italia: il colon retto si ferma al 24,5% e anche a Roma la prevenzione fatica a tenere il passo. Il report di Medici dal Mondo, presentato alla Camera dei deputati, racconta un Servizio sanitario nazionale appesantito da anni di sottofinanziamento. Ma per il Lazio il punto più evidente è un altro: quando l’invito arriva, troppi cittadini non rispondono. I dati dell’Osservatorio nazionale screening, aggiornati al 2024, mettono la Regione nelle fasce basse della classifica italiana per mammella, cervice uterina e colon retto. Non sono solo percentuali. Dietro quei numeri ci sono diagnosi che potrebbero arrivare prima, cure meno pesanti, malattie intercettate in tempo. A Roma, dove i tumori sono la seconda causa di morte, il tema esce dai report tecnici e diventa una questione di sanità pubblica.

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Mammella, cervice e colon-retto: i numeri che spingono il Lazio in fondo alla classifica

Per lo screening del tumore alla mammella, il Lazio registra un’adesione del 43,6%. È il sesto dato peggiore in Italia. Fanno peggio solo Calabria, ferma al 22,1%, Campania al 33,5%, Sicilia al 33,6%, Sardegna al 41,6% e Molise al 42,5%. Il confronto pesa, perché la mammografia periodica resta una delle strade principali per scoprire il tumore al seno quando è ancora più curabile. Il Lazio ha una rete ospedaliera ampia e centri specialistici di rilievo nazionale. Eppure, tra capacità di cura e capacità di raggiungere davvero le persone, la distanza resta evidente.

Non va meglio per lo screening del tumore della cervice uterina, dove l’adesione si ferma al 33,2%. Anche qui la Regione resta nella parte bassa della graduatoria. Peggio fanno Calabria con il 15,4%, Sicilia con il 26,1%, Campania con il 28,8%, Liguria con il 31,1% e Molise con il 31,3%. Il divario con le Regioni più avanti è netto: il Friuli Venezia Giulia arriva al 71,9%, l’Umbria al 65,4%. Non sono scarti minimi. Sono modi diversi di organizzare il servizio, parlare ai cittadini, ricordare gli appuntamenti, accompagnare chi rischia di restare fuori.

Colon-retto, il dato più duro: adesione al 24,5%

Il numero più preoccupante riguarda il tumore del colon retto. Nel Lazio l’adesione allo screening è ferma al 24,5%: meno di una persona su quattro tra quelle invitate. La Regione si piazza appena sopra le peggiori performance italiane: Calabria al 5,2%, Sicilia al 15,4%, Campania al 23,2%. E proprio qui la prevenzione avrebbe un peso enorme. Il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci può individuare segnali precoci e indirizzare subito verso gli accertamenti necessari.

La bassa adesione allo screening del colon retto racconta anche una resistenza culturale più forte. La mammografia, ormai, è entrata da tempo nell’idea comune di prevenzione femminile. Il test colorettale, invece, viene spesso visto come qualcosa di lontano, scomodo, rinviabile. Se poi l’invito è poco chiaro, il kit arriva tardi, i servizi sono difficili da contattare o manca fiducia nel sistema, il rinvio diventa la scelta più semplice. Il risultato è una falla pesante nella prevenzione secondaria. Secondo quanto richiamato dal report, la Fondazione Gimbe ha stimato per il 2023 oltre 50 mila tumori non individuati in fase precoce in Italia proprio per la scarsa partecipazione agli screening. È il costo sanitario, e umano, del tempo perso.

Dalle liste agli inviti: dove si inceppa la macchina della prevenzione

Il report di Medici dal Mondo indica tra le cause delle differenze tra territori anche problemi gestionali e organizzativi. Dietro questa formula, però, ci sono cose molto concrete: liste sanitarie aggiornate, inviti spediti nei tempi giusti, prenotazioni semplici, promemoria, appuntamenti disponibili, controlli su chi non risponde. Uno screening organizzato non è solo l’esame finale. È una catena che deve funzionare dall’inizio alla fine, senza lasciare al cittadino il compito di cercare informazioni, telefonare più volte, capire da solo dove andare.

Nel Lazio questa catena sembra fragile, almeno nella capacità di portare le persone agli screening. La Regione ha ospedali importanti, ma la prevenzione di popolazione è un’altra cosa rispetto alla cura specialistica. Serve una rete territoriale capace di arrivare nei quartieri, nei comuni, nelle fasce d’età previste, anche tra chi non frequenta abitualmente ambulatori e servizi sanitari. Se il sistema si limita a mandare una comunicazione formale, molti restano fuori. Se invece ricorda, semplifica, accompagna e riduce gli ostacoli, le percentuali cambiano. Il confronto con Friuli Venezia Giulia e Umbria va letto così: non basta offrire la prestazione, bisogna renderla davvero accessibile e riconoscibile.

Disuguaglianze, informazione e fiducia: perché tanti cittadini non rispondono

Le differenze negli screening non dipendono solo dagli uffici. Il report richiama anche disuguaglianze economiche e infrastrutturali, livelli diversi di informazione, fiducia e consapevolezza. Nel Lazio questi fattori pesano in modo non uniforme: tra Roma e le province, tra centro e periferie, tra chi ha un medico di riferimento stabile e chi entra nel sistema sanitario solo quando sta già male. Per molte persone la prevenzione resta una parola astratta. Il lavoro precario, l’assistenza ai familiari, i trasporti complicati e la paura dell’esito spingono l’appuntamento sempre più avanti.

La fiducia conta più di quanto spesso si dica. Chi ha avuto esperienze negative con liste d’attesa, centralini irraggiungibili o percorsi poco chiari tende a vedere anche lo screening come un altro pezzo di burocrazia sanitaria. Chi non capisce bene a cosa serva l’esame può considerarlo un controllo facoltativo, non un passaggio previsto dalla sanità pubblica. Le campagne generiche, da sole, servono poco se non parlano alle comunità reali. Servono messaggi pensati per età, lingue, abitudini e condizioni sociali diverse. E serve il coinvolgimento di medici di medicina generale, farmacie, consultori, municipi e associazioni. La prevenzione funziona quando entra nella vita quotidiana delle persone, non solo nei manifesti.

Tumori e mortalità a Roma: perché la diagnosi precoce può cambiare i dati sanitari

A Roma i tumori sono la seconda causa di decesso. È un dato che attraversa i municipi e mostra quanto il problema vada oltre la sola lettura regionale. Le mappe sanitarie della Capitale indicano un peso oncologico rilevante e, per alcune forme tumorali, indicatori peggiori rispetto agli anni precedenti. In questo quadro, l’adesione bassa agli screening non può essere liquidata come un problema amministrativo. Ogni punto percentuale perso significa persone che arrivano alla diagnosi più tardi, spesso quando la malattia richiede cure più dure, percorsi più lunghi e un costo umano più alto.

La diagnosi precoce non cancella il tumore, ma cambia il modo in cui lo si affronta. Scoprire una lesione prima dei sintomi permette di intervenire con più margine, riduce in molti casi il peso delle terapie e alleggerisce anche la pressione sugli ospedali. Nel Lazio il punto è trasformare la prevenzione da promessa periodica a servizio concreto, misurabile, con obiettivi pubblici, dati aggiornati e responsabilità chiare. I numeri del 2024 dicono che la distanza dalle Regioni più efficienti è ancora ampia. La domanda, ora, non è se serva un’altra campagna. È se il sistema sia davvero in grado di portare le persone dentro i percorsi di screening prima che sia il tumore a portarle in ospedale.

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Paola Lorusso

Paola Lorusso

Classe 1974, nata a Milano, laureata in filosofia. Nella mia carriera lavorativa ho potuto confrontarmi con realtà diverse, come quella delle ricerche di mercato per approdare infine all'editoria dove lavoro da circa 20 anni, in maniera autonoma da circa un anno. Le mie passioni...i numeri, la lettura, la montagna e il calcio. Credo nei progetti interessanti, dove alle persone viene data la possibilità reale di crescere.

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