TV e Cinema
di Mattia Nesto 4 Dicembre 2019

A Rainy Day in New York di Woody Allen: niente di nuovo sotto il sole (e meglio così che piove)

Il nuovo film di Woody Allen è una somma di tutti i cliché, le ossessioni e le atmosfere tipiche del regista. Per questo ci è  piaciuto molto

La voglia, una volta terminata la visione di A Rainy Day in New York (usiamo il titolo originale tanto per fare un po’ gli snob, ma in fondo qui ci sta che è una meraviglia), di indossare solo giacche color tabacco e girare per Central Park con l’aria trasognata e i (bellissimi) capelli lunghi di Timothée Chalamet aka Gatsby Welles è forte, fortissima tanto la fotografia di Vittorio Storaro ha saputo cogliere tutto il fascino del giovane attore statunitense portato alla ribalta con Call By Your Name (titolo originale di cui sopra) di Luca Guadagnino (di cui noi vi abbiamo parlato qui).Ma oltre all’iconicità un po’ poseur il nuovo film di Woody Allen è molto di più. Innanzi tutto, a tratti, ci si chiede davvero se abbia senso chiamarlo nuovo. Certo è l’ultimo in ordine cronologico del grande regista americano, eppure le sue ossessioni, manie e cliché le vediamo apparire, uno dopo l’altro, in pellicola.

Pellicola che, anche grazie all’adorabile e azzeccattissima presenza di Elle Fanning, che interpreta la fidanzata di Gatsby Ashleigh e della bravissima Selena Gomez, nei panni di Shannon è davvero di una grazia senza tempo, perfino stucchevole in certi momenti, quando cioè per chi conosce piuttosto a menadito la cinematografia di Allen, gli svolti della trama potevano essere intuiti con grande preavviso. Eppure, nonostante la stampa, specie come da copione quella europea abbia accolto molto calorosamente A Rainy Day in New York, ci sentiamo di dire che il centro del film non sta qui. Non è solamente la classica storia amorosa di equivoci di una coppia assemblata in modo parecchio strano e che metterà a dura prova la reciproca fedeltà in un fine settimana pieno di colpi di scena e di incontri fortuiti. No, questo c’è ed è delizioso ritrovare schemi e situazioni dei vecchi film di Allen, ma non è qui il cuore.

Il cuore di A Rainy Day in New York non è neppure la città di New York che sì viene colta dalla già citata fotografia di Storaro in modo impeccabile, con quella luce dorata che, piano piano, trasecola nelle mille nuance di grigi (dal tortora al marmo financo ad un tocco di pervinca) che lascerebbe di stucco anche un pittore espressionista. No qui non siamo davanti ad uno di quei film turistici di Allen à la “Midnight in Paris” o “Tutti dicono I Love You”.

Il cuore pulsante di questo film è la capacità o meglio la possibilità se si è ricchi di spendere i propri soldi, guadagnati più o meno in modo onesto e più o meno con un lavoro intellettuale, nel migliore modo possibile. Non vogliamo fare i venali ma nel racconto e nella descrizione della passione della madre di Gatsby per i libri fuori commercio e le edizione rare, l’amore per le belle case di, praticamente, tutti i protagonisti del film (quelle case “dei ricchi” di Allen, mai pacchiane e mai kitsch come negli esempi nostrani ma sempre sublimi e magnifiche nella loro, ancora una volta, luce soffusa) sino ai soldi che, in generale, in questo film non sono mai un problema.

Ecco in questo giorno di pioggia a New York Allen, dall’alto del suo successo e di una carriera stratosferica ma anche con tanti capitomboli della sorte (pure artistica) è come se ci stesse a dire che c’è un modo virtuoso di spendere quanto si è guadagnato, ricevuto in dono o in eredità. Magari anche sperperando i propri averi, per carità, ma sempre per comprare qualcosa di bello: che sia un bocchino per sigarette, una suite al grande Hotel o un quadro di Rothko fa poca differenza.

E così mentre sullo schermo scorrono questi attori di squillante bellezza, il sorriso di Elle Fanning è una promessa per il futuro e lo sguardo allucinato di Jude Law aka Ted Davidoff un biglietto di sola andata per un inferno fatto di piaceri, piano piano Allen si fa largo e ci piazza, di nuovo la sua morale: non si sa bene perché si vive e perché si soffra tanto.

Non è proprio questa la sede adatta per parlare del senso della vita. In A Rainy Day in New York si parla di vita e di morte, di persone, affetti e sbagli e di come, per ovviare a quel “non senso atomico” di prima, un buon modo per ricercare la salvezza sia spendere bene i propri soldi. Sarà venale ma è anche, tremendamente, carnale e umano. E il fatto che questo film l’abbiamo visto proprio la settimana della black-week è solo e soltanto un buffo caso fortuito.

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