TV e Cinema
di Diego Cajelli 22 Aprile 2016

Captain America: Civil War non è un film, ma un infinito video aziendale di 147 minuti

Quelli che stiamo guardando non sono personaggi, sono delle property aziendali

Un milione di anni fa, quando ero gggiovine, conobbi una certa Teresa V. Era una ragazza appassionata di cinema, fiera di sentirsi una vera intellettuale. La natura le aveva regalato un sontuoso paio di tette in aperta sfida alle leggi di gravità, che lei portava a spasso con un’eroticissima inconsapevolezza. Io, per avere una chance di pastrugnare l’abbondanza che Teresa V. custodiva sotto la camicetta, la seguii al cineforum sorbendomi tutti i dieci film del Decalogo di Krzysztof Kieślowski.

Il mio unico risultato fu di annegare in un oceano di noia titanica, mentre Teresa V. concesse le sue grazie a un tizio che sembrava il sosia di Paolo Zaccagnini in Ecce Bombo di Moretti. (Per vendetta gli bucai tutte e quattro le gomme della Renault 4, perché sono comunque un tamarro di periferia).

 

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Dopo aver visto Captain America: Civil War mi è successa una cosa strana. Mi è tornata in mente Teresa V. e mi sono accorto che non mi stavo cullando nel ricordo idealizzato delle sue inarrivabili tettone. No. Pensavo a Kieślowski. C’è qualcosa che non va se, dopo aver visto 147 minuti di botte tra super eroi, avverto la necessità di riguardare il Decalogo di Kieślowski.

Ovviamente, il “qualcosa che non va” è tutto in me, non certo nel film. Captain America: Civil War è un film perfetto sotto molti punti di vista, eppure, tutta questa perfezione, il suo rigore e la sua apparente semplicità nella messa in scena, mi hanno fatto sentire la mancanza di quelle scelte personali, magari sbagliate, che rendono vive, vivide e uniche le narrazioni cinematografiche.

 

captain_america_iron_man

 

In questo scontro corale tra super eroi non c’è una sola inquadratura fuori posto. Non c’è una sola scelta registica che non sia canonizzata e di fruizione istantanea. Non ci può essere dibattito sulle decisioni visive perché, anche se i registi sono due, non si dividono alcun rischio, non ci mettono nulla di personale, è una messa in scena più eseguita che diretta. Per dirigere, serve una direzione creativa verso la quale andare. Anche sbagliando, anche correndo il rischio di rompere le palle a qualcuno, come accadde a me con Kieślowski. Non ci sono guizzi, non c’è nulla di inaspettato. Non ci sono dita che vanno a toccare delle note inusuali durante un assolo tecnicamente perfetto.

In Captain America: Civil War, i due registi Anthony e Joe Russo si sono divisi i compiti, uno ha detto: “Sì!” e quell’altro ha detto: “Certo!” a tutte le richieste della produzione.

La mastodontica macchina produttiva Marvel/Disney ha delle necessità precise nei confronti delle sue proprietà intellettuali. Ormai è chiaro: quelli che stiamo guardando non sono personaggi, sono delle property. Quindi, tutti i personaggi/property devono essere in luce, messi a fuoco per bene, sempre e comunque riconoscibili. È imperativo che siano al centro della scena, stabilendo una par condicio tra ruoli, dove una property non può essere troppo stronza, sennò perde di appeal commerciale. Nella narrazione non c’è spazio per nessun altro. Non vengono trattati altri personaggi se non quelli legati al franchise. Gli unici volti riconoscibili sono i loro. In tutta la pellicola non c’è una comparsa, non un personaggio di sfondo che abbia il volto realmente visibile. Anche i personaggi-funzione, per fortuna dotati di faccia, servono unicamente per passare la palla ai protagonisti.

 

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Siamo in una dimensione narrativo-visiva pericolosamente vicina al video aziendale. Un costosissimo Corporate Video con delle legittime istanze commerciali che vanno, per forza di cose, a discapito delle necessità creative. (Ho scritto creative e non artistiche apposta, le istanze artistiche le lasciamo ai madonnari e a quelli che fanno découpage)

Quelle esigenze io le capisco, anche perché, a conti fatti, stiamo parlano di property che muovono miliardi come i bulldozer muovono la ghiaia. Però, il lato più stronzetto del mio carattere, non può fare a meno di pensare a una visione simbolica di Captain America: Civil War, ed è un film in stop motion, con in scena dei pupazzetti fatti con rotolini di dollari.

 

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Ciononostante, nel favoloso mondo delle mie contraddizioni, ho adorato tutta la parte dedicata a Spider-Man. C’è un grandioso Arrampicamuri e una Zia May strepitosa. E sono, forse, gli unici momenti realmente cinematografici all’interno di tutta la pellicola. Lì c’è del guizzo, e quel tipo di scelte attoriali e narrative che rendono unica e memorabile la breve apparizione di Peter Parker.

Ed è proprio di Spidey che mi ricorderò un domani.

Come mi capita con le tettone di Teresa V.

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