TV e Cinema
di Mattia Nesto 23 ottobre 2018

La metamorfosi di Daredevil: da avvocato del popolo a giustiziere notturno

La terza stagione di Daredevil, il diavolo di Hell’s Kitchen su Netflix è ancora più cupa e claustrofobica che mai. Bene così

Quante volte tra amici abbiamo preso, più o meno bonariamente, per il culo gli adattamenti televisivi degli eroi della Marvel? Rispetto ai film, letteralmente traboccanti di trovate geniali e di effetti speciali da strapparsi i capelli (e anche, come nel recente Avengers: Infinity War, delle migliori coreografie di combattimento del cinema action recente), le serie, non soltanto targate Netflix, invece si segnalavano per una povertà di mezzi e di scrittura da fare prima sorridere, poi sbadigliare e poi gettare la spugna (Iron Fist, stiamo parlando di te).

Eppure in questo gruppone di serie ed eroi di Serie B c’è stato un onesto mediano di mischia che si è sempre salvato dall’oblio: si tratta di Daredevil, il diavolo rosso di Hell’s Kitchen. Devil infatti, grazie alle ottime interpretazioni di Charlie Cox, Deborah Ann Woll, Elden Henson e, soprattutto, Vincent D’Onofrio  ha dimostrato di essere un’ottima serie, capace di tenere incollato allo schermo con lo spettatore, al netto di qualche momento di pausa e sospensione della tensione narrativa. Eppure, quando l’avvocato-giustiziere iniziava a menare le mani, le azioni erano sempre spettacolari, con grandi coreografie, quasi sempre realizzate in spazi angusti e stretti, come corridoio o rampe di scale. Come a dire che non tutte le volte più grande vuol dire più bello.

Ora che la terza stagione di Daredevil è tornata sugli schermi di Netflix le cose per Matt Murdoc sono molto cambiate. Lui stesso è radicalmente cambiato dal ragazzo, un po’ idealista un po’ narciso, che avevamo imparato a conoscere nelle sue stagioni precedenti. Il fare un po’ fanfarone e sempre portato alla battuta delle prime due, nella terza si stempera per virare verso tinte molto più oscure, con moltissimi rimandi alla religione. Daredevil è, si potrebbe dire, l’eroe “cattolico” per eccellenza, sia per essere un irlandese di New York City sia perché nello stesso fumetto di Stan Lee era solito frequentare chiese e confessionali ed intraprendere robusti ma sempre rispettosi dibattiti in termini di fede e credo con parroci e con vescovi.

I tragici eventi che hanno portato alla morte dell’amante/nemica Elektra hanno radicalmente cambiato Murdoc che, nella spietata ma apparentemente vinta con il grande antagonista Wilson Fisk, ha deciso che per sopravvivere, per poter continuare ad essere Devil (anzi per essere al cento per cento il diavolo rosso) deve necessariamente abbandonare ogni tipo di affetto, quindi abbandonare gli amici. La triade di amici composto dallo stesso Murdoc e da Karen Page e Foggy Nelson ora si spezza ma ciò comporta ad una crescita, esponenziale, del peso specifico di questi ultimi due personaggi. Grazie al lavoro come reporter di Karen da un lato e grazie all’impegno civile e politico dell’avvocato Foggy dall’altro infatti in Devil la “riscossa della società civile” è evidente, con anche importanti rimandi al ruolo delle donne che, segnatamente nel caso di Karen, diventeranno ancora più centrali, anzi centralissime nell’economia della serie.

E Murdoc che fa? Murdoc nei primi episodi, seguendo, per così dire, le orme paterne, incassa. Incassa botte e umiliazioni, dato che è minato nel fisico e nella mente, tormentato dall’aver messo in pericolo i suoi nemici e deluso per vedere Fisk, a poco a poco, riprendere il suo potere perduto. E qui sta il grande valore della terza stagione di Devil. Pur essendo una serie incentrata su un supereroe, vedremo ben poche calzamaglie in giro per New York. Questa è una storia di donne e di uomini, dotati di grandi capacità finché si vuole (anche in negativo, come nel caso del sempre grandioso D’Onofrio/Fisk) ma comunque donne e uomini “normali”.

E in tal senso l’evoluzione di Murdoc è evidente. Da avvocato del popolo egli è diventato un giustiziere notturno che non ha bisogno di costumi scarlatti per combattere le proprie battaglie. Egli, letteralmente, si riveste con il “sacro fuoco” dei propri ideali. In questa serie non c’è spazio per battute al vetriolo o momenti comici, quasi mai. Il cielo di Hell’s Kitchen è sempre nero come nero è il “costume” di Devil che impara sempre dalle proprie sconfitte e dai propri errori.

Il tratto invece che torna è l’arte con le quali vengono realizzate alcune scene d’azione. La quarta puntata, intitolata, guarda caso, Blindsided è la chiave di volta dell’intera stagione. In un crescendo che ha del rossiniano infatti i ritmi, francamente molto lenti, delle prime tre puntate s’accrescono di tensione e di pathos per poi esplodere in una, grandiosa, scena di combattimento “all’arma bianca” in una prigione. Ancora una volta il meglio Daredevil lo dà negli spazi angusti e stretti, dove ogni centimetro, ogni oggetto, ogni angolo viene usato per lottare fino all’ultimo. Ma non è un combattimento aulico e apollineo come quello degli Avengers contro Thanos su Titano. No qui siamo nel versante dionisiaco della mania, del cieco furore che porta a sacrificare tutto, perfino se stessi, pur di uscire vincitori.

Solo per queste scene e per l’evoluzione del personaggio di Karen (raro esempio di come il percorso di una voce secondaria si possa arricchire di dettagli e di peso) vale “il costo del biglietto”. Non sarà votato allo spettacolo più puro, ma Daredevil, senza strafare, convince: e tra l’azzimato avvocato del popolo con la cravatta scarlatta e il disperato giustiziere della notte vestito in total black non c’è bisogno di dire che preferiamo.

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