LOVE è una serie illogica come l’amore dopo i 30 anni

Divertimento, lavoro, magone e alla fine qualcuno si fa male come nella vita reale, specialmente dopo i 30 anni

“C’è un sole perfetto, ma lei vuole la luna” – Francesco Motta

Sicuramente avrete visto o sentito parlare di Love, a meno che non abbiate vissuto in un buco nel terreno nell’ultimo paio d’anni. È una serie tv americana creata da Judd Apatow, Paul Rust e Lesley Arfin per Netflix e già dal primo episodio della prima stagione ha fatto innamorare tutte le persone sensibili e moderne del nostro paese, che si sono riconosciute nei casini dell’amore ai tempi di internet e del precariato.

Verso la fine di febbraio, Netflix ha tirato fuori tutta la seconda stagione, che ho guardato in un binge watching forsennato durato una sera e un pomeriggio. La storia è sempre quella di Mickey, interpretata da Gillian Jacobs e di Gus, interpretato da Paul Rust.

 

 

Lei è bella e desiderabile, ma nella testa ha qualcosa che non va. Beve, fuma, si droga e fa un sacco di stronzate con gli uomini della sua vita, che sembrano dei tipi capitati lì per caso. Di sicuro non ha ancora aperto i chakra del suo cuore.

Lui somiglia a un giovane Franco Battiato, ha gli occhialoni, il nasone e lo sguardo da cane preso a bastonate dai cuccioli di foca. È un po’ inetto e ha una morbosa passione nel tentare di rimettere tutto a posto.

La trama sembra uno spin off di X Files perché sfido tutti i maschi brutti del mondo a non aver pensato almeno una volta “Figuriamoci se una tipa come lei s’innamora di uno come lui”, e invece va proprio così. La serie ribalta tutti gli stilemi alla John Hughes degli anni ’80 e fa innamorare la Bella in Rosa di Duckie, se capite di cosa sto parlando.

 

 

I fidanzati precedenti di Mickey sono dei mezzi coglioni che infittiscono la trama fantascientifica, poiché nessuno di essi è gradevole d’aspetto e allora sulle prime pensi che lei si metta con loro per punirsi, poi accetti l’assurdo, un po’ come quando leggi un libro di Lovecraft non stai lì a dire “Eh però questi mostri mica esistono”.

Gus salva Mickey mille e mille volte, fin dal primo incontro in cui senza neanche conoscerla le paga un conto in un negozio. Da quella prima puntata, i due iniziano a frequentarsi, poi si lasciano, poi si riprendono, poi si lasciano, poi lei fa una cazzata, poi si riprendono, poi lui è troppo pedante, poi si riprendono, e via e via fino al finale della seconda stagione.

 

 

Tutti i canoni del romanticismo degli anni scorsi sono aggiornati. Non si parla più di un ricco e di una prostituta come in Pretty Woman, delle storie sotto l’albero di Love Actually o di Sally che sorprende Harry mimando un orgasmo in un ristorante.

I due di Love fanno i lavori di oggi, lui è il tutor di una giovane attrice sul set e lei è la program manager di una stazione radiofonica. Lui come hobby si trova coi suoi amici e insieme fanno diventare musical i film normali, scrivendo canzoni che parlano della trama, una pennellata di Sundance comedy, mentre lei, beh, come hobby si incasina la vita. Ascoltano la musica di oggi, guardano i film di oggi, citano le marche di oggi e intanto provano a far funzionare le cose.

Niente di strano, quante volte vi sarete innamorati di persone che era un casino amare? Love è la summa delle storie di quelli che hanno paura della felicità e che si trovano bene solo quando tornano a essere infelici, perché quello è l’approdo sicuro. È una scossa di placche telluriche in cui da una parte c’è la salvaguardia del proprio stato mentale, già fragile in partenza per entrambi, dall’altra l’amore, quello che ti fa una proposta a cui è impossibile dire di no.

 

 

Insieme, i due si completano a vicenda: lui acquisisce più fiducia in se stesso (e prova i funghetti), lei invece inizia a frequentare gli Alcolisti Anonimi e sembra voler dare un taglio al sabotaggio che è solita farsi quando le cose vanno bene. Poi accade uno di quei plot twist talmente telefonati che paradossalmente non ti aspetti davvero, allora inizi a inveire contro lo schermo e gli dici di crescere un po’ ma lui non può farlo perché è solo uno schermo.

Prendi a male parole protagonisti, autori e te che stai a guardare questa serie invece di uscire, perché quel plot twist lo conosci bene, perché ci sei già passato e riviverlo così nitidamente fa un po’ male. Perché capita di pensare di non poter stare senza quella persona anche se starci insieme ti fa piegare la schiena più degli operai dell’Anas che stendono l’asfalto sulle autostrade in pieno agosto.

 

 

L’amore è illogico e allora in Love torna tutto, compresa la lontananza, la solitudine e altri titoli di canzoni. Tradimenti, sesso, desiderio e paura. Un sacco di magone, tante parolacce e alla fine qualcuno si fa male, come nella vita reale, specialmente dopo i 30 anni, quando il futuro è incerto e dietro le spalle c’è un piccolo cimitero di storie fallite. Quando la convivenza, la stabilità, la famiglia, quelle cose che nei 20 anni sembravano l’incipit di un film horror acquistano un po’ di fascino e la vita tranquilla inizia a sembrare quasi interessante.

Per farla breve, non resta che attendere la terza stagione, già rinnovata, e sperare in altre serie come questa, ché c’è un gran bisogno di aggiornare la commedia romantica ai giorni nostri, senza principi o principesse, coi personaggi che hanno un casino in testa proprio come me e te.

 

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