Con Oppenheimer, Christopher Nolan firma quello che molti critici e appassionati di cinema considerano il suo Barry Lyndon: non necessariamente il film più amato in assoluto, ma senza dubbio il vertice tecnico di un’intera carriera. Un’ossessione diventata realtà grazie alla forza bruta della macchina cinematografica — e a scelte registiche che resteranno nei libri di storia del cinema.

Oppenheimer, il Barry Lyndon di Nolan: perché il paragone regge
Quando Stanley Kubrick girò Barry Lyndon nel 1975, il mondo del cinema rimase sbalordito dalla perfezione formale di ogni singolo fotogramma — lenti speciali della NASA, luce di candele reali, composizioni pittoriche degne di Gainsborough. Il film non fu il più commerciale di Kubrick, né il più amato dal grande pubblico, eppure rappresentò la summa tecnica di un genio. Oppenheimer occupa oggi lo stesso posto nella filmografia di Christopher Nolan: un’opera che spinge ogni reparto tecnico oltre i propri limiti, trasformando l’ambizione in immagine.
Tecnicamente parlando, Oppenheimer è il vertice di Christopher Nolan, un regista che tra alti e qualche basso ha finito per influenzare e marchiare a fuoco la cinematografia degli ultimi vent’anni. Ma partiamo con ordine. Oppenheimer non è, affatto, un film semplice, però non è complesso «per essere complesso» come il precedente Tenet. Infatti è un film che, nonostante la durata di oltre tre ore, fila tutto sommato «liscio», con uno svolgimento tutto sommato lineare per un regista come Nolan che, alle volte, ha voluto rendere complesse le proprie trame in modo artificioso. Questo è un bene soprattutto per un film che mette a dura prova lo spettatore: vi sono dei momenti — complessivamente superiori a un’ora — in cui lo spazio per la regia viene meno e si pone davanti a una serie molto fitta di dialoghi, certe volte tecnico-scientifici e, più spesso, di natura giuridica.
Il film si svolge in due tempi principali, rappresentati dal fenomeno della fusione e della fissione: c’è un tempo, proposto a colori, in cui si vede come il geniale fisico è arrivato alla costruzione della «bomba più potente di tutte»; poi vi è un secondo tempo, in bianco e nero, in cui si assiste al «processo» — anche se non è tecnicamente tale — che il Governo degli USA ha intentato contro Oppenheimer.
Il cast: Murphy, Blunt e Downey Jr. al servizio della storia
Sgomberato il campo dal principale difetto di Tenet, possiamo dire che tra i punti di sicura forza del film spicca la prova attoriale di Cillian Murphy, che riesce a impersonare alla grande tutti i dubbi, le ansie, le paure e le contraddizioni del fisico Oppenheimer. Anche Matt Damon è bravissimo, anche se a rubare letteralmente la scena sono Emily Blunt, che interpreta Katherine «Kitty» Oppenheimer, e Robert Downey Jr., ovvero Lewis Strauss. Blunt e Downey Jr. sono stati eccezionali grazie a una serie di micro-espressioni, sguardi fulminanti e intonazioni della voce di alta scuola.
Fotografia e colonna sonora: il tocco di Hoytema e Göransson
Tra gli altri punti di assoluta eccellenza vi sono la fotografia affidata a Hoyte van Hoytema — in particolar modo per quanto concerne gli incredibili bianchi e neri, tanto da far desiderare che l’intero film venisse girato così — e la colonna sonora di Ludwig Göransson, che accompagna ogni sequenza con un’urgenza sorda e nervosa, capace di amplificare la tensione senza mai sovrastare l’immagine. Sono scelte che ricordano, ancora una volta, l’approccio kubrickiano: ogni elemento tecnico al servizio di un’idea precisa, mai decorativo.
Le scene che entrano nella storia del cinema
Parlando più nello specifico del film, vi sono almeno due scene che entrano di diritto non soltanto tra le migliori di Nolan, ma tra le scene più importanti del cinema contemporaneo. La prima è quella, ormai iconica, dell’esplosione: non tanto — o meglio, non solo — per la realizzazione in sé della deflagrazione, quanto per il «gioco» con il sonoro, incredibile, e l’assordante silenzio che la segue, soffocante come un peso fisico sul petto dello spettatore. La seconda è quella finale del dialogo con Einstein, che dà senso e sostanza all’intero film, trasformando una biografia in una riflessione universale sulla responsabilità della scienza.
Meno felice, a mio avviso, è la sceneggiatura in alcuni punti, che insiste un po’ troppo sul voler spiegare tutto a parole: nonostante i dialoghi siano davvero sublimi, non è semplice per uno spettatore seguire tutto e appassionarsi alle vicende più processuali. Quello che però rimane, al netto di questi inciampi, è la sensazione di avere davanti qualcosa di «grande», qualcosa di importante per la cinematografia mondiale.
Il parallelo con Barry Lyndon: la summa tecnica di una carriera
Esplicito ancora meglio il mio pensiero. Oppenheimer rappresenta per Nolan ciò che Barry Lyndon ha rappresentato nella carriera di Kubrick: forse non «il miglior» film del regista inglese secondo il gusto popolare, ma de facto il migliore a livello tecnico, un’ossessione diventata realtà grazie alla forza della macchina cinematografica. Kubrick inseguì la perfezione pittorica del Settecento europeo; Nolan insegue la verità fisica e morale di un momento che ha cambiato il mondo. In entrambi i casi, il risultato è un’opera che non si dimentica — e che con il passare del tempo, come accade ai capolavori, continua a crescere.
FAQ su Oppenheimer di Nolan
- Perché Oppenheimer viene paragonato a Barry Lyndon di Kubrick?
- Entrambi i film rappresentano il vertice tecnico nella carriera dei rispettivi registi: non necessariamente i più amati dal grande pubblico, ma quelli in cui la padronanza formale raggiunge il suo massimo. Come Barry Lyndon per Kubrick, Oppenheimer è la summa tecnica di Nolan.
- Oppenheimer è un film difficile da seguire?
- Meno di quanto ci si aspetti da Nolan. Nonostante la durata di oltre tre ore e alcune sequenze dense di dialoghi tecnico-giuridici, la struttura narrativa è più lineare rispetto a Tenet, e la doppia linea temporale (a colori e in bianco e nero) risulta tutto sommato accessibile.
- Qual è la scena più importante di Oppenheimer?
- Due su tutte: la sequenza dell’esplosione, con il suo uso rivoluzionario del silenzio sonoro, e il dialogo finale con Einstein, che dà senso morale all’intera opera.
- Chi ha curato la fotografia e la musica di Oppenheimer?
- La fotografia è di Hoyte van Hoytema, già collaboratore di Nolan in Interstellar e Dunkirk. La colonna sonora è firmata da Ludwig Göransson, vincitore del Premio Oscar per la stessa opera.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.






