TV e Cinema
di Silvia Rossi 15 Ottobre 2015

Suburra al cinema, intervista a Stefano Sollima: “I film sono più importanti della realtà”

Suburra esce nelle sale e contemporaneamente arriva in America su Netflix

Non è cambiato niente.
È tutto esattamente come duemila anni fa.
Sapete che cos’era la Suburra nell’Antica Roma? Un quartiere ai piedi del Palatino, un ghetto, dove c’erano bordelli e taverne, un punto d’incontro tra nobili senatori e gente di malaffare. I giochi di potere nel 2015 non sono cambiati e Stefano Sollima li racconta nel suo Suburra (in sala dal 14 ottobre e in contemporanea negli Stati Uniti su Netflix) senza sconti,né giudizi, né pietismi.

Il film è nato in parallelo con la scrittura dell’omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini con i quali aveva già lavorato per ACAB – il suo primo lungometraggio – e Romanzo Criminale – La Serie. Durante la lavorazione saltava da un set all’altro, passando dalla seconda stagione di Gomorra a Suburra, da Cirù al Samurai. Il Samurai in Suburra è interpretato da Claudio Amendola, è il più temuto rappresentante della criminalità romana e ultimo componente della Banda della Magliana. È lui che si sta occupando di mantenere un improbabile equilibrio tra i diversi poteri al fine di portare a termine il progetto del water-front, una grande speculazione edilizia per trasformare il litorale romano in una nuova Las Vegas. Per realizzarla serve l’appoggio del politico corrotto e amante del sesso e delle droghe Filippo Malgradi (Favino) e di Numero 8 (il talentuoso Alessandro Borghi), capo di una potente famiglia che gestisce il territorio. Ma a generare un effetto domino che incepperà il meccanismo sono dei personaggi che vivono ai margini dei giochi di potere: un PR viscido (Elio Germano), una escort, la fidanzata tossica di Numero 8 (Greta Scarano) e il capoclan di una famiglia di zingari.

 

Elio Germano in una scena di Suburra  Elio Germano in una scena di Suburra

 

Il cinema di Sollima è puro cinema di genere. Suburra è equilibrato, ben montato, girato egregiamente e recitato molto bene. E strizza l’occhio – ma pure due – allo spettatore con delle battute d’effetto e da reazione immediata in stile “oooooh”. Sollima dirige un film corale rispettando tutti i crismi del noir anche nei tempi, dando la possibilità allo spettatore di ambientarsi in ogni mondo prima di scaraventarlo giù in picchiata nel burrone insieme a tutti i protagonisti. Il regista mantiene alta la tensione sin da subito e quando guarderete l’orologio mancheranno solo 20 minuti dei 130 di durata totale della pellicola. La pioggia è un altro protagonista del film e aiuta a rendere le vicende ancora più sporche, scivolose, cupe. E poi il cast: bravi tutti ma senza esitazioni direi Favino fuoriclasse, Borghi e Scarano sempre più talentuosi, Amendola perfetto nel sottrarre invece che aggiungere.

Per parlare del film e di tutto quello che ruota intorno a Suburra, abbiamo incontrato Stefano Sollima e più che un’intervista è stata una lezione di cinema.

 

sollima  Il regista Stefano Sollima

 

Hai girato nello stesso periodo la seconda stagione di Gomorra e Suburra: come facevi a staccare a livello stilistico?
Sono girati con stili differenti, non è stato difficile farlo. Suburra è un film corale a differenza di Gomorra, dove il mondo che rappresenti è sempre lo stesso e quindi stai concentrato sui personaggi, sul movimento e sui piccoli dettagli del corpo. In Suburra si raccontano 4/5 mondi totalmente e visivamente diversi, mi è venuto più naturale stare largo nelle inquadrature e quindi nel fotogramma ho tenuto sia il personaggio, sia il mondo che rappresentava. Essendoci un’alternanza delle vicende e dei mondi era fondamentale che ognuno fosse molto chiaro per evitare l’effetto confusione.

 

Alessandro Borghi e Claudio Amendola in una scena di Suburra  Alessandro Borghi e Claudio Amendola in una scena di Suburra

 

Come si fa a staccarsi dalla realtà quando, seppur si parli di finzione, le storie che racconti ti catapultano prepotentemente nel contemporaneo?
Credo che non sia giusto partire dalla realtà, perché io da spettatore metto sempre davanti il racconto cinematografico e quindi il film. Mi sembrava molto bello il titolo perché ti storicizza qualsiasi fatto possa essere successo e te lo riporta indietro di duemila anni. È un meccanismo antico quanto le città. Lo trovavo estremamente moderno e contemporaneo, al di là del racconto del reale, mi sembrava una bellissima riflessione sul potere e su come il potere regola i rapporti tra gli esseri umani.

Che tipo di ricerca avete fatto per ricostruire gli scenari di cui parli?
Per le scene in Vaticano, per esempio, abbiamo ricostruito in maniera estremamente minuziosa la camera da letto di Papa Ratzinger, non era così scontato e non è nemmeno stato facile ottenere le informazioni per capire come il Papa viveva all’interno del suo spazio intimo. La stessa cosa l’abbiamo fatta per ricreare la casa degli Anacleti, degli zingari, abbiamo visto dei filmati di alcune feste, di come sono arredate le case e anche in quel caso abbiamo cercato di capire come vivono.

 

Il regista Stefano Sollima sul set di Suburra con Pierfrancesco Favino  Il regista Stefano Sollima sul set di Suburra con Pierfrancesco Favino

 

Leggendo un po’ di interviste ho visto che hai definito Suburra un western metropolitano.
Penso che la definizione di western mi sia venuta per come è girato, perché è girato proprio come si faceva con i western. Avevo dei confronti molto forti tra i personaggi e soprattutto lavoravo su spazi enormi di ripresa, quindi stavo molto largo. Però più che un western secondo me è un gangster movie, poiché i codici narrativi che lo regolano sono quelli del gangster movie: ci sono i cattivi, anzi praticamente sono solo cattivi, ci sono sparatorie inseguimenti, i morti, la paura.

Il film uscirà in contemporanea anche su Netflix e di poco tempo fa è la notizia che Suburra sarà la prima produzione italiana di Netflix, non pensi che questa notizia possa condizionare la visione del film?
Se avessi potuto, avrei dato la notizia separatamente, anche perché il fatto di trarre una serie dal libro – che è una bellissima notizia – toglie un po’ di attenzione a un’altra notizia importante che è quella che avremo l’uscita theatrical in Europa in 14 Paesi, ma anche una distribuzione in Canada, Nord America e Sud America contemporanea all’uscita nei cinema su Netflix, che ha una piattaforma di 50 milioni di abbonati in questi tre territori. È una possibilità e un’occasione di visibilità enorme. Penso che questo sia un risultato molto interessante e sono sicuro che è anche per il genere che abbiamo scelto per raccontare una storia. Il genere gangster lo trasforma in un film la cui comprensione è aperta a un pubblico enorme, che legge il codice e quindi lo trova interessante e rassicurante proprio perché sa come leggerlo, anche se è immerso in una realtà estremamente specifica e locale ed è in italiano e non in inglese. Ho trovato che la notizia della serie togliesse peso a questo nuovo modello di distribuzione cinematografica, che si mischia con questi nuovi grandi network che stanno sorgendo. Mi sembrava che poi le due notizie si cannibalizzassero a vicenda, ma è andata così.

 

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