Perché Striscia la Notizia e Antonio Ricci sono il Male

In 30 anni una certa tv ci ha educato alla derisione degli ultimi

TV
di Simone Stefanini facebook 6 aprile 2016 10:14
Perché Striscia la Notizia e Antonio Ricci sono il Male

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La televisione di oggi non è più quella di 30 anni fa e sui social, difficilmente ci indigniamo per Striscia la Notizia, preferendogli il più moderno Le Iene (come nel caso del servizio tutto sbagliato sui manga e sulla pedopornografia ad essi connessa).

Ogni tanto però occorre ricordarci che, puntuale come la morte, il “Tg satirico” di Canale 5 va in onda ogni giorno dal 1988 e se non sposta il pensiero e il voto come faceva negli anni ’90, ha sempre un certo seguito, specialmente tra il pubblico di una certa età.

Certo, sono passati i tempi in cui era il programma più seguito della tv commerciale, quello condotto da Ezio Greggio e Enzo Iacchetti o da Paolo Bonolis e Luca Laurenti, con le veline Elisabetta Canalis e Maddalena Corvaglia.

 

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Durante il ventennio berlusconiano ha accompagnato l’ascesa di Forza Italia, un po’ come il Bagaglino sulla Rai con la DC negli anni ’80, riuscendo a far apparire i politici di una certa area come simpatici, nonostante i loro non trascurabili difetti. Che poi quei difetti fossero talvolta punibili in sede penale, era un altro discorso.

L’altroieri però è andato in onda un servizio orribile, in cui l’inviata Rajae Bezzaz, di origine marocchina, ex Grande Fratello 11, imbastisce un siparietto fuori dal CARA di Bari, il centro d’accoglienza per migranti e richiedenti asilo, in cui mostra alcuni ospiti che tentano di scavalcare la recinzione col filo spinato per uscire fuori, il tutto come se si trattasse di una gara sportiva con tanto di tre figuranti giudici che interpretano l’Italia, la Francia e la Germania.

 

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Come sapete, dietro Striscia c’è da sempre Antonio Ricci, classe ’50, i cui programmi hanno sdoganato il peggio dell’italiano medio e hanno contribuito a fomentare il paese reale su tematiche che prevederebbero un minimo di approfondimento serio. Non a caso, Ricci è stato il regista dei programmi di Beppe Grillo in Rai, Te la dò io l’America (1980) e Te lo dò io il Brasile (1984), quando il comico genovese faceva ancora le prove generali di populismo.

 

Finita l’esperienza in Rai, Ricci approdò a Mediaset con un programma rivoluzionario, che poi tanto rivoluzionario non era perché sfruttava l’idea di Non Stop, programma Rai del 1977 di Enzo Trapani, quella di far interagire i comici senza presentatore. Stiamo parlando del Drive In, il dizionario dei difetti degli anni ’80.

Ve lo ricordate senz’altro con affetto, ma se guardate una puntata oggi morite d’imbarazzo.

(qui sotto, ospite della trasmissione un giovanissimo Pier Silvio Berlusconi)

 

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L’equivoco più grosso di un programma come Striscia la Notizia, estremizzato poi  nelle sue versioni di stampo paragiornalistico tipo Le Iene, è quella di confondere un servizio “comico”, come si trattasse di un vero e proprio pezzo giornalistico.

A causa di questo fraintendimento durato anni, in prima serata sulla maggiore televisione commerciale italiana va in onda tutte le sere un programma in cui sistematicamente viene sbattuto il mostro in prima pagina, a uso e consumo del pubblico, che è verosimilmente lo stesso che sui social non controlla le fonti e condivide bufale oppure augura la morte di sconosciuti con una leggerezza atroce.

Un pubblico che è stato educato per quasi 30 anni alla sfiducia nei confronti delle istituzioni e che guarda Striscia la Notizia come i Romani guardavano il Circo. Una barbarie consolatrice che raggiunge il proprio apice nel trattare come se fosse uno sketch comico il tentativo di fuga dei migranti. La derisione degli ultimi, questo è ciò che va in onda in tv, nel programma di Antonio Ricci.

Fortunatamente stavolta c’è chi l’ha fatto notare.

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