cartelli strani
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di Gabriele Ferraresi 5 Maggio 2016

Il marketing insegnato (d)ai negozianti, il sito che raccoglie i colpi di genio dei negozi italiani

I cartelli strani e le insegne assurde in giro per l’Italia hanno molto da insegnarci: ne abbiamo parlato con Gianluca Diegoli

cartelli strani Il marketing insegnato (d)ai negozianti Il marketing insegnato (d)ai negozianti

 

L’Italia è un Paese di santi, navigatori e negozianti. Almeno a scorrere il Tumblr Il Marketing insegnato (d)ai negozianti, una fantastica raccolta di cartelli strani e insegne assurde, comunicazioni a volte un po’ näif, a volte un po’ passivo-aggressive dei commercianti italiani e non.

Colpi di genio fatti di “fantasia, intuizione e colpo d’occhio” per attirare, spiegare, dire o anche vietare qualcosa ai potenziali clienti. Qui sotto ne abbiamo raccolto qualcuno, ma sul sito c’è da perderci le ore.

 

 

A curare da tempo questa straordinaria raccolta di immagini c’è Gianluca Diegoli, consulente di marketing digitale e mente del blog [Mini]Marketing che insieme a una folta schiera di membri della community ha raccolto nel corso degli anni il meglio del marketing insegnato (d)ai negozianti. Noi lo abbiamo contattato per farci raccontare qualcosa di più

 

cartelli strani Il marketing insegnato (d)ai negozianti Il marketing insegnato (d)ai negozianti

 

Sei un consulente di ecommerce, un mondo in apparenza lontanissimo dal negozio tradizionale. C’è qualcosa che i due mondi hanno in comune?
Come dico spesso “il commercio è commercio” che tu venda online o tu venda offline è la stessa arte, cercare di convincere che quello che stai vendendo vale i soldi. Ci sono molte cose che in realtà si assomigliano, strategie usate in entrambi i mondi, come dire “in questo negozio è passato Gianni Morandi” o chissà quale cantante, è quello che fanno anche gli ecommerce quando dicono “Tra i nostri migliori clienti c’è X” e poi c’è la recensione… usare questa social proof, per provare che quello che vendono è buono. Questo accade sia nel mondo digitale che analogico. A volte ci sono delle trovate geniali, o uno storytelling davvero azzeccato, mentre a volte ci sono delle bassezze terrificanti, come quelli che ti vendono le sedie, sì, ma non vogliono che tu ti ci sieda sopra per provarle. Oppure quelli che anche se hanno i tavolini fuori, controllano, e anche se sono vuoti non vogliono assolutamente che tu ti ci fermi a mangiare qualcosa che non hai preso da loro.

 

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Il tuo prossimo libro scritto insieme a Marco Brambilla invece si intitola Mobile marketing – Nuove relazioni, nuovi clienti: troppo lontano il mondo mobile dal commercio all’antica, o anche lì i negozianti hanno qualcosa da insegnarci? 
Ma no! In realtà ci pensavo l’altro giorno e adesso si parla tanto di bot, di chat commerce, conversational commerce, cose così, ma ricordo che già un paio d’anni fa c’erano delle parrucchiere, delle estetiste, delle massaggiatrici, che mandavano via WhatsApp a delle specie di liste – una funzione poco conosciuta di WhatsApp – promozioni alle clienti. Se entrambi hanno il numero tu puoi mandare una specie di mailing list o di newsletter certamente un po’ rozza, ma a cui le persone possono rispondere. E queste cose facevano? Una specie di Groupon fatto in casa, con offerte come “Solo per la prossima settimana i primi tre che rispondono a questo WhatsApp hanno le piega gratis”. Un primo esempio di mobile marketing, un bot-non-bot. Bellissimo.

C’è un colpo di genio che ti è rimasto impresso?
Ah, c’è tutto il filone del naming, che farei fatica a dire qual è il colpo di genio migliore: a volte certi nomi fanno il giro e non sai se è davvero la peggiore mai idea avuta da qualcuno sulla faccia della terra, o il colpo di genio migliore, è talmente oltre… forse CHINA MARKET PRODOTTI ALIMENTARI AFRICANI è geniale, è davvero virale. A farlo apposta non gli sarebbe venuto.

 

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Tra i miei preferiti credo ci sia “Alimentare Watson”
Il naming dà molte soddisfazioni. Poi c’è anche il tema dei biglietti di addio, o di addio per le vacanze. Il negoziante quando non può parlare di persona sente che deve parlare anche con l’insegna chiusa, e lascia un biglietto lungo, magari disegnato. Poi c’è tutto il filone di chi della nostra community magari va a Londra, e fa il reportage dall’estero: all’estero c’è un uso della lavagna molto creativo, con i gessetti, una pratica consolidata, con cui il nostro commerciante fa dei diagrammi, “Va tutto bene?” “Sì? Allora prendi il cioccolato” oppure “No? Allora prendi il cioccolato”.

Hai raccolto un archivio che arriva da tutta Italia, che Paese esce fuori dal marketing spiegato dai negozianti?
Non so se la gente fotografa lo stereotipo per rinforzarlo oppure se lo stereotipo è vero: ma dalla Liguria arrivano i classici “non ci rompete le palle”, mentre per l’Emilia e la Romagna è tutto più accondiscendente, insomma: entrate che comunque che poi qualcosa vi vendiamo. Ma alla fine direi che non ci sono grandissime differenze regionali.

 

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