Perfect Days, un classico contemporaneo: bastano pochi minuti di pellicola per capire perché il film di Wim Wenders continui a riempire le sale, a distanza di mesi dall’uscita, con la stessa forza silenziosa con cui il suo protagonista pulisce i bagni pubblici di Tokyo. Non è un’iperbole critica: è la constatazione di un fenomeno culturale che, nel panorama cinematografico contemporaneo, si ripete raramente.

Perché Perfect Days è già un classico contemporaneo
Dopo aver visto due volte al cinema Perfect Days di Wim Wenders — la prima doppiato, la seconda in lingua originale — mi sono chiesto come mai un film del genere, sicuramente non di difficile comprensione ma neppure il più pop del mondo, abbia avuto, anzi stia avendo, una reazione così calorosa da parte del pubblico che, anche in un primo pomeriggio piuttosto grigio di Milano, ha affollato la sala di proiezione. Sicuramente il nome e la nomea di Wim Wenders, un regista a dir poco mitologico, ha fatto il suo, promettendo un livello qualitativo sicuro e certo; ma credo si sia andati anche al di là. Perché quello che è mancato nelle tante recensioni — alcune delle quali belle — a proposito di questo film è il fatto che il meraviglioso protagonista, Hirayama, interpretato da un eccelso Kōji Yakusho, dica la sua prima parola qualcosa come quaranta e passa minuti dopo l’inizio del film. Già, avete capito bene: la storia di questo addetto alla pulizia dei bagni di Tokyo è costruita quasi come se fosse un film muto, dove la parola è di secondaria importanza e a contare davvero ci sono i gesti, la postura del corpo, i movimenti degli sguardi e le palpitazioni del cuore.
La commedia del togliere: la poetica di Wenders
Mentre prendevo la metro per tornare a casa, mi sono detto: questo film di Wenders è tanto prezioso perché, in netta controtendenza con tanti — troppi — film commerciali (e anche qualche film impegnato), non ha alcun tipo di pretesa di farci la morale o di volerci insegnare qualcosa. No: «semplicemente» — e qui le virgolette sono d’obbligo — Wenders mette in scena una commedia umana di un uomo solo e solitario che, in questa sua solitudine, non si dispera ma anzi trae energia dalla somma di piccole cose che, ogni giorno, fa perché quello è il momento preciso di farlo e perché questo è quello che va fatto. Sono gesti, azioni, cose minime: curare delle piccole piantine colte a caso in giro, fare bene il proprio lavoro con meticolosa accortezza e precisione, leggere qualche pagina di un romanzo ogni sera, svegliarsi al mattino e guardare il cielo sorridendo, bere un caffè da un distributore e partire al lavoro con il proprio furgoncino, mentre — rigorosamente tramite audiocassetta — si ascolta la musica della propria vita.

Hirayama: un personaggio che entra nel cuore
Sì, dev’essere proprio così. Wenders, in maniera impeccabile e maestosa, ha costruito una grande commedia del togliere, dove al di là della posa o della moda il personaggio di Hirayama ti entra nel cuore, diventa una persona di famiglia, si ha voglia di passare la serata assieme a lui — un po’ come cantava Lucio Dalla e Francesco De Gregori: «Che ci fa lasciare la bicicletta sul muro / E camminare la sera con un amico / A parlà del futuro». Senza volere anticipare troppo della trama, verso il finale la sua figura prende una certa ombra, si fa tridimensionale, e personalmente questa è stata una scelta che ho apprezzato molto.
Perché il film continua a essere rilevante oggi
In un’epoca in cui il cinema tende a saturare ogni fotogramma di stimoli, effetti e dialoghi serrati, Perfect Days come classico contemporaneo si impone proprio per la sua capacità di fare il contrario: rallentare, respirare, lasciare spazio al silenzio. È un film che non invecchia perché non insegue la contemporaneità — la abita, con la stessa quiete con cui Hirayama abita la sua routine. Non a caso, a distanza di tempo dall’uscita, le proiezioni continuano ad attrarre spettatori di generazioni diverse, segno che il film ha toccato qualcosa di universale e duraturo. Wenders ha dimostrato che un grande regista, con almeno un grande attore, può ancora costruire un’opera destinata a restare.
木漏れ日: la parola che riassume tutto
Insomma, Perfect Days è un grande film di un grande regista con, almeno, un grande attore. Avete voglia anche voi di capire che cosa voglia dire 木漏れ日 — quella luce filtrata tra le foglie degli alberi, irripetibile e fugace come ogni giornata perfetta?
FAQ su Perfect Days di Wim Wenders
- Perché Perfect Days è considerato un classico contemporaneo?
- Perché riesce a essere universale e senza tempo pur parlando di una Tokyo precisa e attuale: la sua poetica del quotidiano, il ritmo contemplativo e la profondità del personaggio di Hirayama lo collocano già nel canone del cinema d’autore moderno.
- Quanto dura il silenzio del protagonista all’inizio del film?
- Hirayama pronuncia le sue prime parole oltre quaranta minuti dopo l’inizio del film, una scelta narrativa che avvicina Perfect Days alla tradizione del cinema muto.
- Chi interpreta Hirayama in Perfect Days?
- Il protagonista è interpretato da Kōji Yakusho, attore giapponese di straordinaria intensità, che con questo ruolo ha ottenuto il premio per la migliore interpretazione maschile al Festival di Cannes.
- Cosa significa 木漏れ日 (komorebi)?
- È una parola giapponese intraducibile che indica la luce del sole filtrata attraverso le foglie degli alberi: un concetto chiave per comprendere la filosofia di vita di Hirayama e l’intera poetica del film.
- Vale la pena vedere Perfect Days in lingua originale?
- Assolutamente sì. La versione in giapponese restituisce sfumature di recitazione e silenzi che il doppiaggio non può replicare completamente.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.






