Louis Vuitton ha vinto in tribunale contro la catena cinese Molly Tea per l’uso di un logo floreale ritenuto troppo vicino al monogramma della maison, ma in Cina, nell’estate 2026, la causa legale si è trasformata in un caso commerciale e reputazionale, alimentando una protesta online che, secondo gli analisti, avrebbe pesato sulle vendite del marchio francese del lusso.
Louis Vuitton contro Molly Tea, la disputa sul logo floreale
La vicenda nasce da una contestazione di Louis Vuitton, controllata dal gruppo Lvmh, nei confronti di Molly Tea, produttore e catena cinese specializzata in bevande al tè. Al centro del contenzioso c’è un motivo floreale utilizzato dal marchio asiatico, giudicato dalla maison troppo simile a uno degli elementi più riconoscibili del suo monogramma LV, quello che compare da decenni su borse, valigie e accessori.
Il tribunale ha dato ragione a Louis Vuitton, riconoscendo la fondatezza delle accuse mosse dal gruppo francese. Una vittoria sul piano giuridico, dunque. Ma solo su quel piano, almeno per ora, perché la decisione ha acceso una discussione molto più ampia sui social cinesi, dove migliaia di utenti hanno preso posizione in difesa di Molly Tea. “Quel fiore non è di un marchio europeo, appartiene alla nostra cultura”, ha scritto un utente su Weibo, riassumendo il tono di molti commenti circolati nelle ultime settimane.
La reazione dei consumatori cinesi e il richiamo alla dinastia Tang
La difesa spontanea di Molly Tea si è concentrata su un punto preciso: secondo diversi consumatori cinesi, il logo contestato richiamerebbe un motivo baoxiang, decorazione floreale diffusa nell’arte buddhista e ornamentale della dinastia Tang, e non avrebbe legami diretti con l’estetica di Louis Vuitton. Da qui l’accusa, rivolta alla maison, di voler appropriarsi di un simbolo percepito come parte del patrimonio visivo cinese.
La discussione si è allargata in fretta, passando dalle piattaforme social ai forum dei consumatori e ai commenti sotto i video dedicati al lusso. In diversi post, rilanciati anche da profili con molti follower, la causa è stata presentata come un esempio di scarsa sensibilità culturale da parte di un gruppo occidentale verso il mercato cinese. Non una semplice controversia tra aziende, quindi, ma un episodio letto anche in chiave identitaria. E in Cina, quando un caso commerciale entra in quel terreno, il passo verso il boicottaggio è breve.
Vendite in calo nei megastore, il report di Jl Warren Capital
Il contraccolpo, secondo Jl Warren Capital, società di ricerca specializzata anche nel mercato dei consumi cinesi, si sarebbe già visto nei punti vendita di Louis Vuitton durante i mesi estivi. Gli analisti hanno segnalato “cali delle vendite a doppia cifra in agosto”, con una flessione che si sarebbe ridotta rispetto a luglio ma resterebbe comunque significativa.
Nel dettaglio, Jl Warren Capital ha stimato un arretramento vicino al 30% a luglio, seguito da un calo compreso tra il 20 e il 25% ad agosto nei megastore del gruppo. “Abbiamo continuato a osservare cali delle vendite a doppia cifra”, si legge nella valutazione riportata dagli analisti, che parlano di un miglioramento parziale ma non di una ripresa. Numeri da trattare con cautela, perché non equivalgono ai dati ufficiali del gruppo, ma che indicano un malumore già arrivato alle casse dei negozi.
Per Lvmh, la Cina resta un mercato di peso, non solo per i ricavi diretti ma anche per la capacità di orientare tendenze e reputazione nel settore del lusso. Le boutique di Shanghai, Pechino, Shenzhen e Guangzhou sono da anni un osservatorio privilegiato per misurare la domanda interna, soprattutto dopo la ripresa dei viaggi e del turismo di fascia alta. Una flessione così marcata, se confermata, avrebbe quindi un valore che va oltre il singolo episodio giudiziario.
Il lusso occidentale e il rischio reputazionale in Cina
Il caso Louis Vuitton-Molly Tea mostra quanto sia delicato, oggi, il rapporto tra i marchi internazionali del lusso e il pubblico cinese. La tutela della proprietà intellettuale resta centrale per le grandi maison, abituate a difendere loghi, pattern e segni distintivi in ogni mercato. Eppure, quando la disputa riguarda simboli che i consumatori associano alla tradizione locale, la partita cambia tono.
Negli ultimi anni diversi gruppi occidentali hanno dovuto misurarsi con reazioni dure in Cina, spesso nate online e poi arrivate nei negozi. Non sempre si tratta di campagne organizzate; a volte bastano un hashtag, un video virale, una frase percepita come fuori luogo. Nel caso di Louis Vuitton, la vittoria legale contro Molly Tea rischia di essere accompagnata da un costo reputazionale difficile da quantificare nell’immediato.
La maison non ha diffuso, al momento, dati pubblici specifici sull’impatto della vicenda nelle vendite cinesi. Anche per questo gli osservatori guardano ai prossimi mesi, quando sarà più chiaro se la protesta resterà confinata all’ondata social o se inciderà in modo più stabile sulle scelte d’acquisto. Intanto, una cosa è già emersa: nel mercato cinese del lusso, un logo può valere una causa. Ma anche una crisi di fiducia.





