La Corte di Appello di Milano ha confermato oggi, venerdì 11 settembre, il blocco dell’area a caldo dell’ex Ilva, respingendo la richiesta di sospensiva presentata da Acciaierie d’Italia e riaprendo, di fatto, il confronto politico e sindacale sul futuro dello stabilimento siderurgico di Taranto. La decisione dei giudici arriva mentre il governo è chiamato dai sindacati metalmeccanici a convocare “subito” un tavolo a Palazzo Chigi, per evitare che la vertenza industriale si trasformi in una nuova crisi sociale.
Ex Ilva, la Corte di Appello conferma il blocco dell’area a caldo
Il pronunciamento della Corte di Appello di Milano lascia fermo il provvedimento sull’area a caldo dell’ex Ilva, il cuore produttivo dello stabilimento, quello dove si concentrano gli impianti più delicati dal punto di vista industriale e ambientale. La richiesta di Acciaierie d’Italia, che puntava a ottenere una sospensione del blocco, è stata respinta dai giudici, secondo quanto riferito dalle organizzazioni sindacali.
La decisione pesa su una vertenza già segnata da anni di commissariamenti, piani industriali riscritti, tensioni con il territorio e migliaia di lavoratori in attesa. A Taranto, ma anche negli altri siti collegati alla filiera, la notizia è stata accolta con prudenza e preoccupazione. “Ora nessuno può far finta di nulla”, ha confidato un delegato sindacale raggiunto nelle ore successive alla decisione. Poche parole, dette mentre nei reparti si attendevano indicazioni più chiare.
Fim, Fiom e Uilm chiedono il tavolo permanente a Palazzo Chigi
A intervenire, con una nota congiunta, sono state Fim, Fiom e Uilm, che hanno chiesto al governo di rispondere alle proposte contenute nel piano nazionale straordinario di messa in sicurezza sociale e di rilancio dell’ex Ilva. Per i sindacati, la conferma del blocco rende non più rinviabile una sede di confronto stabile, capace di tenere insieme produzione, occupazione, ambiente e prospettive industriali.
“Riteniamo fondamentale che il governo risponda alle richieste contenute nel piano nazionale straordinario e convochi immediatamente il tavolo permanente a Palazzo Chigi”, hanno spiegato le tre sigle metalmeccaniche. Il messaggio, nella sostanza, è rivolto alla Presidenza del Consiglio e ai ministeri competenti: serve una regia politica, non solo una gestione amministrativa dell’emergenza. E serve in tempi brevi. Perché, sostengono i sindacati, la fase aperta dalla decisione della Corte rischia di lasciare lavoratori e imprese dell’indotto in una zona grigia.
Il nodo occupazione: “No ad anni di cassa integrazione e licenziamenti”
Il punto più sensibile resta quello dell’occupazione all’ex Ilva. Nella nota, Fim, Fiom e Uilm avvertono che i lavoratori “pretendono risposte” e che il sistema manifatturiero italiano attende di conoscere il destino della produzione di acciaio nel Paese. Una frase che riassume il timore diffuso: non solo la tenuta di uno stabilimento, ma l’equilibrio di intere catene produttive che dipendono dall’acciaio nazionale.
I sindacati hanno chiarito di non voler accettare “passivamente un piano che risolva con anni di cassa integrazione e licenziamenti già annunciati”. Il riferimento è alla possibilità che la crisi venga gestita attraverso strumenti tampone, senza un vero progetto di rilancio. In quel caso, avvertono le sigle, il costo ricadrebbe soprattutto sui lavoratori e sulle famiglie. “Bisogna evitare l’esplosione della bomba sociale con interventi ordinari e straordinari”, hanno aggiunto, usando un’espressione che restituisce il livello della tensione.
Acciaio, ambiente e industria: il governo davanti a una scelta
La vertenza ex Ilva resta uno dei dossier industriali più complessi del Paese, sospesa da tempo tra esigenze ambientali, sicurezza degli impianti, tutela della salute e continuità produttiva. La conferma del blocco dell’area a caldo non chiude il confronto, ma lo sposta su un terreno ancora più politico: decidere quale ruolo debba avere la siderurgia italiana nei prossimi anni e con quali garanzie per chi lavora.
Per il governo, la richiesta dei sindacati apre una finestra stretta. Da un lato c’è la necessità di dare certezze ai lavoratori di Taranto e degli altri siti collegati; dall’altro, quella di rassicurare le imprese che utilizzano acciaio e temono contraccolpi sulla produzione. Solo un tavolo vero, dicono le sigle, può evitare che ogni decisione venga vissuta come un passaggio imposto dall’alto. La prossima mossa, ora, spetta a Palazzo Chigi.





