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Dieci ristoranti da provare a Roma nel 2026: gli indirizzi che raccontano la nuova scena gastronomica

Per mangiare a Roma o appena fuori porta ci sono dieci ristoranti tutti da provare secondo Puntarella Rossa.

by Francesca Testa
1 Giugno 2026
in Food
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Dieci ristoranti da provare a Roma nel 2026: gli indirizzi che raccontano la nuova scena gastronomica

Dieci ristoranti da provare a Roma nel 2026: gli indirizzi che raccontano la nuova scena gastronomica

A Roma e dintorni, nel 2026, ci sono almeno dieci ristoranti da provare per capire in che direzione si sta muovendo la nuova scena gastronomica cittadina. Dalla Giustiniana a Tivoli, passando per Monti, Flaminio, Appio Latino, Montesacro, San Lorenzo e Prati, stanno venendo fuori progetti molto diversi tra loro per stile e fascia di prezzo, ma legati da un tratto comune: una cucina più personale, più vicina al territorio e meno rigida rispetto a qualche anno fa. Tra novità recenti e indirizzi già consolidati, il filo è abbastanza netto: menu più brevi, attenzione alla materia prima, sale raccolte, identità riconoscibili. E spesso, dietro tutto questo, ci sono cuochi giovani che hanno deciso di restare qui o di tornare.

Dalla Giustiniana a Formello, fuori porta si mangia sempre meglio

Nel quadrante nord della capitale, appena ci si lascia alle spalle il traffico, ci sono tre insegne che raccontano bene come la ristorazione fuori porta a Roma stia cambiando passo. Casa Malgarini, in via della Giustiniana 670b, è nata dentro una casa di famiglia immersa nel verde: lo chef Leonardo Malgarini, classe 1987, ha trasformato il luogo dell’infanzia in un ristorante dall’atmosfera domestica, arrivato dopo l’avvio dell’azienda agricola biologica accanto al locale. Il menu cambia spesso, segue l’orto e mette in fila piatti come animella e scorzonera, casoncelli con coniglio e scampi e rana pescatrice con salsa cacciatora e scarola; per i tavoli da quattro persone c’è anche un percorso degustazione da sette o nove portate.

Più su, a Formello, Mogano Ritual Lab porta avanti un’idea ancora poco battuta: far dialogare cucina contemporanea e birra artigianale nello stesso racconto. Il ristorante si trova dentro il birrificio Ritual Lab, fondato nel 2015, e il cuoco Matteo Faenza, nato nel 1994, usa la birra non solo negli abbinamenti ma anche nelle salse, nel pane e nelle fermentazioni. In poco più di venti coperti prende forma una proposta tecnica ma chiara, con un menu da tre a otto portate.

Fuori Roma, ma dentro la stessa scia, c’è poi Al Madrigale a Tivoli, aperto a inizio 2025 da Andrea La Caita e guidato in cucina da Gian Marco Bianchi con la supervisione di Daniele Lippi e Benito Cascone. A novembre 2025 sono arrivate la stella Michelin e il premio come apertura dell’anno. La cifra è quella della nuova cucina rurale: ventricina di pecora, raviolo del pastore, spaghettone porro e anguilla, con percorsi degustazione da sei o nove portate.

Monti, Flaminio e centro storico: il centro rilancia con tavole piccole e identità forti

Se si guarda al centro, la direzione cambia ma resta leggibile: locali piccoli, cucina a vista, più libertà in sala e nel piatto. A Monti, in via Panisperna 222, Futura ha aperto il 9 aprile 2025 negli spazi che un tempo erano di Mariolina. La chef Anastasia Paris, abruzzese, classe 1994, lavora con Flavia Ercoli e con Luigi David Carofilis per la parte vini in un ambiente da appena 18 coperti. La spesa fatta ogni giorno ai mercati rionali guida un menu corto e in continuo movimento, dove compaiono piatti come pappardelle con fondo di midollo, carciofi e caffè verde e animella brasata con giardiniera di radici e vermouth rosso.

Ristoranti a Roma
Roma, i ristoranti da non perdere (DailyBest.it)

Al Flaminio, invece, Bistrot64 continua il suo percorso di trasformazione. Aperto nel 2013 da Emanuele Cozzo e premiato con la stella Michelin nel 2017, oggi vive una fase nuova con Giacomo Zezza come executive chef. La sua è una cucina asciutta, precisa, costruita sul dialogo fra tecnica e stagionalità, con piatti come manzo, rapa rossa e cipolla o cappelletto, animella e fungo, oltre a due degustazioni da cinque e otto portate. In pieno centro storico, a due passi da Piazza di Spagna, il Cafè Romano dell’Hotel d’Inghilterra rappresenta invece il versante più classico di questa evoluzione. Dopo il restyling, l’executive chef Andrea Sangiuliano ha impostato una cucina che parte dai grandi classici italiani e romani, dal fiore di zucca croccante alle mezze maniche all’amatriciana, con un’idea precisa: il pranzo della domenica, 60 euro, pensato come omaggio ai rituali familiari della tavola.

Appio, Montesacro e San Lorenzo: nei quartieri si gioca una partita decisiva

Lontano dalle zone più battute, intanto, si muove una parte importante della nuova ristorazione romana. In via Siria 3, all’Appio Latino, Nuan ha aperto nel marzo 2024 per iniziativa di Elvio Ferrelli e Luana Lesce, cuochi che si sono conosciuti nelle brigate di Acquolina e Acquaroof Terrazza Molinari. Il locale è piccolo, una ventina di posti, e mette al centro il pesce del Lazio, comprato tra Civitavecchia, Anzio, Terracina e Formia, insieme ai vegetali dei produttori locali. Il menu resta volutamente essenziale: crudi, brace, fritti, uno spaghetto che non manca mai — spesso nella versione aglio, olio e gamberi rosa — e due degustazioni serali.

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Più a nord, a Montesacro, Riccioli d’Oro lavora invece sul fronte vegetale e sulla formula della condivisione. Lo chef Luca Ronzoni, classe 1992, con esperienze tra All’Oro e La Pergola, ha costruito in via Conca d’Oro 38 un ristorante che cambia carta ogni mese e affida buona parte del racconto ai piatti vegetali e alle mezze porzioni. Non mancano passaggi curiosi, come la linguina al kiwi con parmigiano di pecora e basilico o il sedano rapa tonnato.

A San Lorenzo, infine, Elephant, aperto a inizio 2026 in via degli Irpini 22, prova a intercettare il lato più conviviale del quartiere. Cinque soci, percorsi diversi, una cucina guidata da Manfredi Bosca e costruita attorno alla condivisione, senza le rigidità del menu classico: preparazioni stagionali, cotture dirette, qualche richiamo a Asia e Medio Oriente, una carta dei vini corta ma centrata.

Da Prati a Tivoli, i format da seguire tra sakaba giapponese e stella Michelin

Tra i progetti da tenere d’occhio c’è anche Sakaba Ie Koji, aperto a fine 2025 in via Emilio Faà di Bruno 31, in zona Prati. Il locale, firmato dallo chef giapponese Koji Nakai insieme a Roberto Salvati, porta a Roma il modello della sakaba: il posto informale dove in Giappone ci si ferma dopo il lavoro per bere sake e mangiare piccoli piatti al bancone. È un format ancora poco diffuso in città, e anche per questo colpisce: pochi coperti, servizio diretto, gyoza, yakitori, preparazioni stagionali e una selezione di sake, birre e vini giapponesi pensata per raccontare un Giappone quotidiano, non di maniera.

Accostato ad Al Madrigale, già citato, il quadro si chiude. Da una parte c’è il format internazionale, agile e urbano; dall’altra la tavola di territorio che in meno di un anno ha raccolto il riconoscimento della guida Michelin. In mezzo ci sono gli altri indirizzi di questa selezione, diversi tra loro ma abbastanza coerenti da restituire una fotografia precisa. La Roma gastronomica del 2026 non sembra inseguire una formula sola. Preferisce parlare lingue diverse. E, stavolta, è proprio questa varietà il suo punto di forza.

Francesca Testa

Francesca Testa

Classe 1988, laureata in lettere con specialistica in informazione e sistemi editoriali. Dopo oltre 10 anni di impegno come caporedattrice di CheDonna.it, passa a dirigere ciaostyle (testata dedicata al mondo della moda) e poi diverse testate del gruppo Velvet e, infine, DailyBest.it. Nel mezzo tanto studio, una passione incrollabile per tutto ciò che ruota attorno all’universo femminile e a quello dell’informazione in generale.

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