Roma capitale dello spreco alimentare: ogni giorno finiscono nella spazzatura 700 tonnellate di cibo, mentre circa 250mila persone vivono in emergenza alimentare. Il dato rilanciato dalla Cna di Roma racconta una contraddizione dura: da una parte supermercati, mercati rionali, ristoranti, mense, famiglie e filiera del cibo producono eccedenze enormi; dall’altra, cresce il numero di chi fatica a garantirsi un pasto.
Dentro quei sacchi ci sono prodotti invenduti, pane di fine giornata, frutta scartata perché non “bella”, piatti non serviti, errori negli acquisti. Cibo ancora buono che, invece di arrivare a chi ne ha bisogno, diventa rifiuto. E pesa sulla città, sui costi, sulla Tari e sull’ambiente.

I numeri dello spreco: 700 tonnellate di cibo buttate ogni giorno
Le 700 tonnellate di cibo buttate ogni giorno a Roma non sono una cifra da titolo a effetto. Sono il segno di un sistema che perde troppo lungo la strada, dal commercio alle case. Se il ritmo restasse questo, in un anno si supererebbero le 250mila tonnellate di alimenti scartati. Una montagna. Roma, con le sue dimensioni, il turismo, i consumi irregolari e una rete commerciale vastissima, amplifica il problema.
Bar e ristoranti fanno previsioni non sempre facili, i supermercati tengono gli scaffali pieni, i mercati arrivano a fine giornata con merce deperibile, le famiglie comprano più di quanto riescano a consumare. Così lo spreco alimentare Roma diventa un pezzo stabile della vita urbana. Non riguarda solo i cassonetti: riguarda i mezzi di raccolta, gli impianti, la spesa pubblica, le emissioni prodotte per coltivare, trasportare e conservare cibo che poi non nutre nessuno.
Il paradosso romano: eccedenze alimentari e 250mila persone in emergenza
Il contrasto più pesante è con l’emergenza sociale. Secondo la Cna, nella Capitale ci sono circa 250mila persone in emergenza alimentare. Non solo chi vive ai margini. Ci sono famiglie con redditi bassi, anziani soli, lavoratori poveri, studenti fuori sede in difficoltà, nuclei schiacciati da affitti e bollette. Roma produce eccedenze, ma non sempre riesce a farle arrivare in tempo dove servono. Ed è qui che il problema diventa anche organizzativo. Il cibo recuperabile ha tempi stretti, soprattutto se parliamo di fresco, cotto, prodotti da banco o ortofrutta matura.
Servono ritiri rapidi, conservazione sicura, selezione, distribuzione. Il volontariato e il terzo settore fanno già molto, spesso con pochi mezzi e reti costruite quartiere per quartiere. Ma per cambiare passo servono procedure più snelle, accordi stabili con imprese e negozi, spazi per lo stoccaggio, celle frigorifere e trasporti dedicati. Altrimenti la distanza tra eccedenza e bisogno resta troppo lunga, anche quando sono separati solo da poche strade.
La proposta della Cna: sconti Tari per chi azzera gli scarti
La Cna di Roma propone una strada chiara: sconti sulla Tari per le attività che riducono o azzerano le eccedenze alimentari conferite come rifiuto. In sostanza, premiare chi dimostra di donare o recuperare il cibo ancora utilizzabile invece di buttarlo. Per ristoranti, alimentari, forni, gastronomie, supermercati di quartiere e mercati può essere una leva concreta.
Oggi donare non è sempre semplice: servono tempo, personale, attenzione alle norme igieniche, imballaggi, contatti con chi ritira. Se tutto questo resta solo un costo, molte piccole imprese finiscono per restare fuori, anche quando sarebbero disponibili a collaborare. Uno sconto sulla tariffa rifiuti, legato a risultati verificabili, potrebbe trasformare il recupero in una pratica normale, non in un gesto sporadico. Per funzionare, però, servono regole chiare: quantità recuperate, frequenza degli scarti evitati, destinatari, controlli e documenti semplici da gestire. Altrimenti il rischio è il solito: una misura buona sulla carta, complicata nella vita di tutti i giorni.
Raccolta, recupero e redistribuzione: cosa manca alla filiera solidale
La filiera solidale romana c’è, ma spesso non corre alla velocità del cibo. Mancano punti intermedi, piattaforme di quartiere, strumenti condivisi e una regia capace di mettere allo stesso tavolo Comune, municipi, Ama, associazioni, imprese e grande distribuzione. Il recupero alimentare non può reggersi solo sul passaparola tra un negoziante e una parrocchia, o sulla disponibilità di volontari con un furgone all’ora giusta. Una città come Roma deve sapere dove nascono le eccedenze, quali sono ancora recuperabili e chi può distribuirle subito. Il tema si lega anche alla raccolta dell’organico: meno cibo buttato significa meno rifiuti da trattare, meno trasporti, meno costi, meno odori e meno pressione sugli impianti.
La sfida è culturale, certo, ma passa da scelte molto pratiche: porzioni più misurate, doggy bag senza imbarazzo, prodotti vicini alla scadenza venduti a prezzo ridotto, donazioni più facili, mercati con canali di recupero a fine giornata. Roma non ha bisogno di slogan sullo spreco zero. Ha bisogno di un sistema che renda conveniente non sprecare. Solo così quella cifra enorme, 700 tonnellate al giorno, può cominciare davvero a scendere.





