Undici cantine artigianali attive sui tre versanti del Grande Vulcano Laziale si sono presentate a Roma, l’11 maggio 2026 da Trapizzino, sotto un nome comune: VVL – Vignaioli Vulcano Laziale. L’obiettivo è chiaro: mettere insieme un territorio troppo a lungo raccontato a pezzi e provare a dare al vino dei Castelli Romani una voce più nitida, più fedele alla sua terra. Al centro ci sono i suoli vulcanici, l’agricoltura rigenerativa e le fermentazioni spontanee. Il progetto, nato dopo circa tre anni di confronti, parte da un’idea semplice ma netta: leggere questa zona dalla sua matrice geologica comune, e non dai confini amministrativi. Da lì, ricominciare.
Perché nasce VVL: oltre i confini, per rileggere il Grande Vulcano Laziale
Alla base di VVL c’è una convinzione precisa: il Grande Vulcano Laziale è il vero filo che tiene insieme zone spesso trattate come realtà separate, anche se distano pochi chilometri l’una dall’altra. Ilaria Giardini e Matteo Giansanti, tra i promotori del collettivo, spiegano che tutto nasce dal riconoscimento di una identità vulcanica comune. Non solo geologica, ma anche agricola, culturale, perfino legata al senso di appartenenza. Il nodo è proprio questo: uscire da una lettura troppo frammentata dei Castelli Romani, dove per anni il vino è rimasto incastrato nell’immagine dell’osteria e del prodotto portato a Roma per il consumo di tutti i giorni.
Lorenzo Farina, tra i fondatori, lo dice senza giri di parole: “Il vino del Lazio vive di un retaggio pesante”. Non si tratta di rinnegare quel passato, ma di guardare a quello che nel frattempo è successo: sono nate piccole aziende artigianali, è cambiato il lavoro in vigna ed è cresciuta la voglia di raccontare il vino come espressione del luogo, non come una categoria generica.
Tre versanti, terreni diversi, vini lontani: così la geologia cambia il bicchiere
Nel racconto del collettivo c’è un punto che viene prima di tutto: il Vulcano Laziale non è uno sfondo da cartolina. È una struttura concreta, che incide su suoli, esposizioni, altitudini e microclimi. E quindi, inevitabilmente, sul vino. Basta spostarsi da un versante all’altro per accorgersene. Sul versante sud, più vicino al mare, i vini tendono a essere più caldi e più materici. Sul versante nord, più interno e più alto, emergono invece profili più tesi, più verticali. In mezzo cambiano la tessitura dei terreni, la ventilazione, la capacità di trattenere l’acqua, i tempi di maturazione.

Per Vignaioli Vulcano Laziale questa è la chiave: non una teoria da addetti ai lavori, ma una mappa da mettere a fuoco vendemmia dopo vendemmia. I produttori insistono spesso sul legame tra suolo e bicchiere. E nelle loro parole tornano espressioni come tensione, energia, mineralità: termini del vino, sì, ma qui ancorati a una base molto concreta.
Gli 11 produttori di VVL e i numeri di un progetto dichiaratamente artigianale
Oggi VVL mette insieme 11 aziende distribuite sui tre versanti del vulcano. Sul versante nord ci sono Mattei Wines e Simone Pulcini. Sul versante ovest lavorano La Torretta, Liane, Marco Colicchio, I Chicchi e Terracanta. Sul versante sud fanno parte del collettivo Il Sambuco, Farina, Colleformica ed Emiliano Fini. In tutto, il gruppo conta circa 30 ettari vitati destinati all’imbottigliamento e una produzione di circa 85 mila bottiglie l’anno. Numeri piccoli, soprattutto se messi accanto ad altri distretti italiani, ma proprio per questo coerenti con la natura del progetto: aziende di dimensioni contenute, spesso molto contenute, con un’impronta apertamente artigianale.
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Giardini ha raccontato che tutto è partito anche da una constatazione semplice: produttori che lavoravano a pochi chilometri di distanza e quasi non si conoscevano. Poi una cena, i primi confronti, l’idea di stare insieme. Col tempo si sono aggiunte realtà vicine per sensibilità e pratiche, dall’agricoltura rigenerativa alle scelte biologiche o biodinamiche, fino alle fermentazioni spontanee. L’idea non è appiattire gli stili, ma tenere insieme esperienze affini.
Dal Diario d’annata a Roma: le prime mosse per dare memoria e peso al progetto
Tra le iniziative annunciate c’è il Diario d’annata, un archivio condiviso in cui le aziende registreranno l’andamento climatico, il lavoro in campagna e le risposte delle vigne nel tempo. Matteo Giansanti lo ha definito “una specie di anno zero del Vulcano Laziale”: un modo per costruire memoria in un territorio che, secondo i promotori, spesso non conosce ancora bene se stesso. È un passaggio che racconta bene il senso del progetto: non soltanto promozione, ma anche raccolta di dati, confronto interno, costruzione di un linguaggio comune.
Poi c’è Roma, che per queste cantine resta il mercato naturale e anche il luogo in cui riportare una parte del discorso culturale sul vino dei Castelli. La presentazione dell’11 maggio da Trapizzino, durante l’evento La Scintilla, va letta anche così. I produttori hanno parlato della necessità di riportare la cultura del vulcano dentro la città, coinvolgendo consumatori e ristorazione. Il prossimo appuntamento sarà Tralci Vulcanici, la festa del collettivo in programma il 14 giugno al Parco Archeologico del Tuscolo. Un passaggio pubblico, concreto, per dare visibilità a un’alleanza che per ora ha numeri piccoli ma un obiettivo netto: cambiare il modo in cui si racconta, e si beve, il vino del Vulcano Laziale.




