Strade occupate da tende colorate, striscioni e cori che rimbalzano sui palazzi del potere: il pomeriggio del 12 ottobre 2026 l’Italia si è ritrovata davanti a un’immagine già vista, ma con una forza rinnovata. L’Unione degli Universitari (UDU) e la Rete degli Studenti Medi hanno dato il via alla mobilitazione nazionale Cara Italia, quanto ci costi?, piantando le tende davanti a Montecitorio a Roma e replicando l’azione in diverse città del Paese, da Milano a Lecce, passando per Bologna. Il nodo centrale è sempre lo stesso, soffocante e irrisolto: il caro affitti studenti, un’emergenza abitativa che il governo ha promesso di affrontare con i fondi del PNRR ma che, secondo i manifestanti, ha invece aggravato consegnando il mercato ai privati.
Una mobilitazione che parte da Montecitorio e si estende in tutta Italia
La scelta di Montecitorio non è casuale. Piantare le tende davanti alla sede della Camera dei Deputati significa portare il disagio abitativo esattamente dove si prendono le decisioni che lo determinano. Nel pomeriggio del 12 ottobre, decine di studenti hanno allestito il presidio con sacchi a pelo, cartelloni e megafoni, trasformando uno degli spazi simbolo della democrazia italiana in un campo di protesta. Il messaggio è diretto: le politiche abitative per gli universitari non funzionano, e i soldi pubblici destinati a cambiare le cose stanno prendendo una direzione sbagliata.
La mobilitazione non si è fermata alla capitale. Le tende sono apparse contemporaneamente a Milano, Lecce e Bologna, segnale che il disagio non è un fenomeno localizzato ma una condizione strutturale che accomuna studenti da Nord a Sud. Il titolo scelto per la campagna, Cara Italia, quanto ci costi?, gioca sul doppio senso della parola «cara»: affettuosa ma anche costosa, quasi insostenibile per chi deve pagarsi gli studi lontano da casa.
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Il caro affitti studenti e il paradosso del PNRR
Al cuore della protesta c’è una contraddizione che gli studenti denunciano con dati alla mano. Il bando del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dedicato agli alloggi universitari prevedeva la creazione di 60.000 nuovi posti letto, una cifra che avrebbe potuto cambiare radicalmente il mercato degli affitti per studenti nelle grandi città italiane. Eppure, secondo quanto denunciato dall’UDU, la quasi totalità dei progetti finanziati è stata affidata a operatori privati, con camere che vengono proposte a prezzi compresi tra i 600 e i 700 euro al mese.
Cifre che, per molte famiglie italiane, restano proibitive. Il paradosso è evidente: fondi pubblici pensati per garantire il diritto all’abitare degli studenti finiscono per alimentare un mercato che risponde prima alle logiche del profitto e poi ai bisogni di chi studia. Il caro affitti studenti, invece di essere arginato dalle politiche del PNRR, rischia così di essere istituzionalizzato a spese dei contribuenti.
La questione non riguarda solo le grandi metropoli come Roma e Milano, storicamente tra le città più care d’Europa per gli affitti. Anche centri universitari di medie dimensioni registrano tensioni crescenti sul mercato immobiliare, con studenti costretti a rinunciare all’università o a vivere in condizioni precarie pur di permettersi un posto dove dormire. Il quadro che emerge è quello di un sistema universitario sempre più selettivo non per merito, ma per capacità economica.
Un movimento europeo: la lezione spagnola e il contagio della protesta
La protesta italiana si inserisce in un contesto più ampio. Secondo quanto riportato dagli organizzatori, il movimento per il diritto all’abitare sta attraversando diversi Paesi europei, con la Spagna tra i casi più citati come riferimento. L’idea di occupare spazi simbolici con le tende per denunciare l’emergenza abitativa non è una novità assoluta, ma la sua replica coordinata in più città e più atenei nello stesso giorno rappresenta una forma di pressione politica difficile da ignorare.
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Il fatto che il modello si stia diffondendo a livello continentale suggerisce che il problema del caro affitti studenti non è una specificità italiana, ma una delle grandi questioni sociali del decennio in corso. Le città universitarie europee stanno diventando sempre meno accessibili per le generazioni più giovani, e i governi che non rispondono con politiche abitative pubbliche efficaci si trovano di fronte a una contestazione crescente e trasversale.
In Italia, la scelta di colpire la narrazione del PNRR come strumento di trasformazione sociale è particolarmente significativa. I fondi europei erano stati presentati come un’opportunità storica; per i movimenti studenteschi, quella opportunità sta venendo sprecata o, peggio, reindirizzata verso interessi privati a scapito del bene comune.
Le rivendicazioni e i prossimi passi della mobilitazione
La mobilitazione Cara Italia, quanto ci costi? non si esaurisce nella protesta simbolica delle tende. L’UDU e la Rete degli Studenti Medi chiedono una revisione profonda delle politiche abitative universitarie, con un utilizzo dei fondi del PNRR orientato alla gestione pubblica degli alloggi e a prezzi realmente accessibili. La denuncia riguarda anche il modello di privatizzazione che, a loro avviso, ha trasformato il diritto allo studio in un privilegio economico.
Il presidio davanti a Montecitorio rappresenta solo l’avvio di una mobilitazione che gli organizzatori descrivono come nazionale e continuativa. La pressione sulle istituzioni è destinata a crescere nelle prossime settimane, con l’obiettivo dichiarato di portare il tema del caro affitti studenti al centro del dibattito politico, prima che le risorse del PNRR vengano definitivamente allocate secondo le logiche attuali. Resta da capire se il governo sarà disposto ad aprire un tavolo di confronto reale, o se le tende davanti a Montecitorio resteranno un monito inascoltato nel freddo dell’autunno romano.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.





