A Roma, nell’estate 2026, per molte famiglie con figli la fine della scuola porta con sé il solito problema: come coprire le settimane in cui mamma e papà lavorano ancora. E quest’anno il conto dei centri estivi è più salato. Secondo l’Osservatorio Eures-Adoc, la spesa media in città è salita a 165 euro a settimana per bambino. La Capitale resta al quinto posto tra le città italiane più care, con un aumento rispetto al 2025. L’ultima campanella dell’anno 2025-26 ha riaperto così la stagione degli incastri: nonni, ferie da far bastare, turni di lavoro e iscrizioni da chiudere in fretta.

La stangata dopo l’ultima campanella: 165 euro a settimana per bambino
Per un centro estivo a Roma a tempo pieno, più o meno dalle 7.30 alle 17, nel 2026 servono in media 165 euro a settimana per bambino. Un anno fa erano 155 euro. La mezza giornata, nel 2025, costava invece circa 110 euro. Dieci euro in più a settimana, presi da soli, possono sembrare poca cosa. Ma quando le settimane da coprire diventano tante, la cifra finisce dritta tra le spese pesanti di casa.
Il punto, per molti genitori, non è solo trovare un’attività che piaccia ai bambini. È riuscire a riempire i vuoti lasciati dalla chiusura delle scuole. «Le ferie non bastano mai, e i nonni non possono fare tutto», ha raccontato una madre davanti a un istituto del quartiere Appio, con lo zaino ancora in mano e i moduli per l’iscrizione piegati nella borsa. La rilevazione di Eures-Adoc conferma una tendenza ormai chiara: finita la scuola, la cura dei figli diventa spesso un servizio da pagare. E non a poco.
Il conto per due figli: 1.320 euro al mese e rincari del 6% in un anno
Per una famiglia con due figli, il conto sale in fretta. Con una quota media di 165 euro a bambino, a Roma si spendono 330 euro a settimana. In quattro settimane si arriva a 1.320 euro al mese, contro i 1.240 euro stimati nel 2025. L’aumento indicato dall’Osservatorio Eures-Adoc è del 6% in un anno.
Il confronto con gli anni precedenti rende il quadro ancora più netto. Nel 2023, sempre secondo la stessa rilevazione, il costo medio per un figlio era di 123 euro a settimana. Nel 2024 era già arrivato a 148 euro. In tre anni l’aumento supera il 25%. Una crescita che pesa soprattutto sulle famiglie con redditi medi: spesso non rientrano nelle agevolazioni, ma non hanno nemmeno abbastanza margine per assorbire senza fatica una spesa del genere. E il nodo è molto concreto: se entrambi i genitori lavorano, il centro estivo non è un lusso. È quasi una scelta obbligata.
Roma quinta tra le città più care: il confronto con Milano, Firenze, Bologna e il Sud
Nella classifica nazionale dei centri estivi più costosi, Roma resta al quinto posto. La Capitale è sotto la media nazionale per il tempo pieno, che Eures-Adoc stima in 179 euro a settimana, ma resta sopra diverse grandi città del Sud. In cima c’è Milano, dove la media arriva a 233 euro a settimana per bambino. Seguono Firenze, con 187 euro, Bologna, con 181 euro e un rincaro particolarmente forte, e Torino, a 171 euro.
Più bassi, almeno guardando le cifre assolute, i prezzi nel Sud Italia. A Palermo la media è di 153 euro, a Napoli di 142 euro: qui, secondo l’Osservatorio, si registra anche un leggero calo rispetto all’anno scorso. A Bari il costo medio è di 137 euro, ma con un aumento del 25,8% in dodici mesi. Le differenze tra città dipendono da molti fattori: affitti, personale, costi di gestione, durata delle giornate e tipo di attività proposte. Ma un prezzo più basso non vuol dire sempre accesso più semplice. Contano anche i posti disponibili, il quartiere e gli orari.
Dai camp sportivi alla cucina: offerta ampia, ma cellulari vietati
L’offerta dei centri estivi romani resta ampia. Ci sono camp dedicati allo sport, alla cucina, alle attività all’aperto, agli animali, fino a percorsi più mirati per bambini e ragazzi con passioni già precise. Per i genitori la scelta passa quasi sempre da un mix di fattori: distanza da casa o dal lavoro, orario di ingresso, pranzo incluso, affidabilità degli operatori e, naturalmente, prezzo finale.
In molte strutture una regola viene ripetuta senza giri di parole: niente cellulari durante le attività. Chi deve portarli per necessità familiari, di solito, li tiene spenti nello zaino. Una scelta pensata per favorire gioco, movimento e socialità, ma anche per evitare distrazioni e piccoli litigi tra coetanei. «Qui si corre, si cucina, si gioca. Il telefono resta fuori», ha spiegato un educatore di un centro sportivo romano durante una riunione con i genitori. Una frase semplice, quasi da cortile. Dentro, però, c’è molto del senso di queste settimane: un’estate organizzata, costosa e non sempre facile da sostenere, ma ancora fondamentale per tenere insieme lavoro, figli e giorni senza scuola.





