A Roma, dove il 24 giugno alle 16 al Teatro Rossini sarà presentato il 21° Rapporto dell’Osservatorio sulle migrazioni a Roma e nel Lazio, curato da Idos con l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, il quadro che emerge è netto e pesante: per una fetta sempre più ampia di migranti nella Capitale vivere, lavorare e trovare casa è diventato più difficile. Sullo sfondo ci sono povertà, diritti compressi e servizi pubblici che spesso non riescono a reggere. Il dato che attraversa tutto il rapporto è di quelli che parlano da soli: il 32% degli stranieri vive in condizioni di povertà e oltre il 75% è in affitto o senza una casa stabile, in una città dove i costi continuano a salire e gli spazi di tutela si restringono.
Il dato chiave: un migrante su tre in povertà e oltre il 75% senza una casa stabile
Nei 13 capitoli del rapporto si incrociano permessi di soggiorno, domande d’asilo, presenza nella rete di accoglienza, lavoro dipendente e autonomo, condizioni delle donne straniere, dei minori non accompagnati e degli studenti stranieri. Ma più dei dati amministrativi, a colpire è la fotografia sociale. Dire che a Roma c’è un migrante su tre in povertà vuol dire parlare di famiglie che vanno avanti con lavori fragili, traslochi continui, attese negli uffici e una vulnerabilità che si trascina nel tempo.
Il rapporto segnala una esclusione sociale in aumento e un peggioramento che riguarda soprattutto la Capitale, dove ai ritardi cronici si sommano procedure lente, irregolarità amministrative e una burocrazia che troppo spesso complica invece di aiutare. È in questo scenario che la questione della casa diventa il punto più scoperto.
L’emergenza abitativa nella Capitale: affitti, precarietà e quartieri dove l’esclusione si concentra
Il dossier dedica tre approfondimenti alla precarietà abitativa. Non è un dettaglio: per molti stranieri residenti a Roma la casa è il primo fattore di instabilità. Se si ha un contratto debole, stipendi bassi o periodi di lavoro nero, entrare in un affitto regolare è già difficile. Restarci, spesso, lo è ancora di più.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: stanze condivise, soluzioni provvisorie, spostamenti continui, fino alla mancanza di un domicilio vero e proprio. Dietro quel 75% tra affitto e assenza di casa stabile non c’è solo un numero. Ci sono quartieri, autobus presi ogni giorno, file agli sportelli, reti familiari che non bastano più. Le criticità, spiegano gli autori, si concentrano soprattutto nelle aree più fragili della città e nelle periferie, dove l’esclusione mette radici. La casa, per molti, resta un miraggio. E senza residenza, o con una residenza traballante, si complica tutto il resto: scuola, medico di base, pratiche, lavoro.
Sanità e asilo, le barriere che restringono i diritti tra periferie e uffici pubblici
Un altro nodo centrale del rapporto riguarda le barriere nell’accesso alla sanità e il progressivo restringimento del diritto d’asilo. I focus richiamano zone come Bastogi, Ostia e l’area di Roma Tiburtina, dove ottenere cure, orientamento e continuità assistenziale può trasformarsi in un percorso a ostacoli, soprattutto per chi vive in condizioni abitative instabili o in quartieri marginali. A pesare sono la distanza dai servizi, informazioni frammentarie e una mediazione linguistica spesso insufficiente.
Sul fronte dell’asilo, invece, il rapporto segnala procedure irregolari nella gestione delle richieste di protezione internazionale da parte della Questura di Roma, con ricadute concrete sui tempi e sull’accesso ai diritti. È uno dei passaggi più delicati dell’intero dossier. A questo si aggiungono la persistente invisibilità legale e sociale delle comunità rom, le difficoltà dei detenuti stranieri nell’accesso alle misure alternative al carcere e lo sfruttamento del lavoro domestico femminile, che lascia molte donne, in età avanzata, con pensioni molto basse dopo percorsi discontinui e spesso irregolari. Ne esce l’immagine di un sistema che continua a funzionare troppo spesso in una logica di emergenza permanente.
La risposta del territorio: quasi 200 associazioni attive tra Roma e Lazio
Accanto a questo quadro, il rapporto registra anche una rete civile che continua a reggere. Per conto di Csv Lazio sono state mappate 197 realtà non profit impegnate nel sostegno ai migranti tra Roma e il Lazio. La maggior parte ha sede nella Capitale, mentre solo il 12% si trova nell’area metropolitana.
Il dato racconta due cose insieme: a Roma il bisogno resta fortemente concentrato, ma fuori dal centro il tessuto associativo prova comunque a crescere. Molte di queste realtà non sono affatto improvvisate. Circa il 15% ha alle spalle più di vent’anni di attività, il 50% esiste da almeno dieci anni, mentre un 14% è nato più di recente. C’è però un altro numero che dice molto della fatica del settore: rispetto ai censimenti precedenti, 141 associazioni risultano irreperibili. Segno di un volontariato che continua a muoversi, ma con risorse spesso scarse e una tenuta tutt’altro che scontata.
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È qui che il rapporto mostra l’unico vero elemento di equilibrio: mentre la città diventa più dura per molti migranti a Roma, una parte del territorio continua a costruire inclusione, sportelli, assistenza legale, corsi di lingua e accompagnamento sanitario. Non basta a ribaltare il quadro generale. Ma non è nemmeno un dettaglio. In molti quartieri è la rete che impedisce all’emarginazione di diventare silenzio.





