Roma Pride non è ancora sceso in strada, ma una parte della discussione si è già consumata prima della parata. Keshet Italia e Keshet Europe, associazioni che rappresentano persone ebree Lgbtqia+, non parteciperanno con un proprio carro al corteo del 20 giugno. Non è un passaggio secondario, né una polemica destinata a spegnersi in fretta. A Roma il caso è diventato subito politico, identitario e molto concreto, perché mette insieme Gaza, l’appartenenza ebraica, i confini dell’inclusione e il clima con cui la città arriva a una delle manifestazioni più visibili dell’anno.
Roma Pride-Keshet, qui si è consumata la rottura: Gaza al centro e la scelta di non sfilare
La frattura nasce dal confronto tra gli organizzatori del Pride e Keshet sul modo di stare in piazza in una fase segnata dalla guerra a Gaza. Il nodo, da quanto emerge, non riguarda spazi, permessi o aspetti tecnici. Il punto è politico: prendere posizione con chiarezza su quel conflitto. Da parte del Roma Pride c’è la scelta di portare anche Gaza dentro la piattaforma del corteo, legando la manifestazione a una lettura più ampia delle oppressioni e dei diritti negati. Keshet, invece, contesta il presupposto stesso di quella richiesta e rivendica il diritto di non essere messa sotto esame in quanto realtà ebraica. È su questo passaggio che il dialogo si è fermato. E da lì è arrivata la decisione di non partecipare.
Identità ebraica e attivismo queer, il caso che agita Roma oltre il Pride
La vicenda ha preso subito una dimensione più ampia del singolo carro escluso o ritirato. In mezzo ci sono persone che vivono una doppia esposizione: quella di chi appartiene al mondo queer e, insieme, a una minoranza ebraica che in tutta Europa segnala da mesi un aumento di tensione, diffidenza e ostilità. Per molti attivisti pro Palestina, una manifestazione politica non può evitare una presa di posizione netta su Gaza.
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Per altri, però, chiedere a un’associazione ebraica di dissociarsi significa toccare un punto molto delicato, perché il rischio è trasformare un’identità in una responsabilità collettiva. A Roma questo terreno è ancora più sensibile, per storia e memoria. Non a caso il caso ha già superato i confini del movimento Lgbtqia+: se ne parla nei partiti, nelle associazioni, nei quartieri, perfino tra chi al Pride non va mai ma vede in questa vicenda il segnale di una città che fatica a tenere insieme cause diverse senza spaccarsi.
Il 20 giugno il corteo va avanti, ma pesa l’assenza simbolica del carro Keshet
Il 20 giugno il corteo ci sarà comunque, con migliaia di persone in strada, musica, slogan e una partecipazione che a Roma resta sempre alta. Ma questa volta ci sarà anche un’assenza che si noterà. Il carro di Keshet non era una presenza qualunque: avrebbe portato nel cuore della manifestazione un pezzo di comunità che oggi dice di non sentirsi più nelle condizioni di esserci. Sullo sfondo, ma non troppo, resta il tema della sicurezza, in un clima pubblico già molto teso quando si parla di Medio Oriente. Gli organizzatori dovranno gestire una piazza politicamente più sensibile del solito, e chi parteciperà lo farà sapendo che il Pride, almeno per una parte della città, non sarà letto soltanto come festa e rivendicazione dei diritti. Resta da capire se questa vicenda verrà ricordata come una scelta coerente con la linea politica del corteo o come il momento in cui, dentro una piazza nata per allargare lo spazio, qualcuno ha cominciato a sentirlo più stretto.





