TV e Cinema
di Mattia Nesto 10 Dicembre 2019

Storia di un matrimonio e l’arte di raccontare il dolore per la fine di un amore

Dopo aver fatto incetta di nomination ai Golden Globe il film diretto da Noah Baumbach è già uno dei titoli dell’anno

Il linguaggio filmico necessita di un vocabolario e di una terminologia precisi ma anche di una grammatica e sintassi propria. Ecco bastano i primi sei, forse sette minuti di Marriage Story (Storia di un matrimonio) di Noah Baumbach, presentato durante lo scorso Festival di Cannes e oggi disponibile su Netflix, per capire quanto profondamente cinematografico sia questo film, con i suoi tempi perfettamente calibrati, le battute lasciate scivolare solo apparentemente in modo naif dagli attori e una sceneggiatura che, silente, si avverte praticamente a ogni più sospinto.

Sì certo, ve lo diciamo subito così da non rischiare di essere fraintesi: Marriage Story ci è piaciuto tantissimo, proprio in virtù di questa logica di storia d’anti-amore che Baumbach è stato tanto bravo e abile a raccontare. Certo una grossa mano, per così dire, gli è stata data dalle interpretazioni, veramente eccezionali di Scarlett Johansson e Adam Driver, ovvero due attori che sono conosciuti soprattutto per aver impersonato personaggi capitali nelle grandi saghe della nostra epoca, ovvero, rispettivamente la saga degli Avengers della Marvel e quella di Star Wars.

Ma, sgombrando il campo da qualsiasi nostalgia per i film da cassetta, Marriage Story non è un film solamente intellettuale e che fa dei fini sofismi la propria ragione d’essere. Abbiamo letto molto intorno a questo film prima di scrivere il pezzo e ci siamo accorti che, quasi come sempre, i media francesi l’hanno compreso meglio di tutti. Infatti come giustamente sottolinea BFM.TV , il film può vantare la capacità di rendere davvero sottile se non impalpabile il confine tra realtà e fiction senza però che lo spettatore possa dimenticarsi di guardare uno spettacolo hollywoodiano.

Giocando su un delicato e raffinato gioco di sottrazione, Baumbach descrive il processo di allontanamento e divorzio di Nicole e Charlie attraverso una fitta rispondenza di dialoghi, episodi e gesti che ci catapultano nelle loro vite intime e domestiche, piene, come quelle di tutti noi, di piccoli/grandi segreti, idiosincrasie e non detti. Il ritmo compassato è funzionale a far maturare i sentimenti nei protagonisti del film e in noi stessi perché, proprio assieme a loro, anche in noi germoglia quel senso di dolore per la fine di un amore che conosciamo, tutti quanti, molto bene. Per raccontare il dolore serve una grande dose di arte e in questo film abbonda.

Per tornare in maniera più stringente alla trama, a furia di mettere la polvere sotto il tappeto e di amare i difetti altrui si finisce di perdere di vista il proprio io, sembra dire Nicole, interpretata da una Johansson volutamente dimessa dal punto di vista estetico ma che dimostra, come se ce fosse ancora bisogno, di che pasta d’attrice sia fatta. Nonostante il regista parteggi, abbastanza in modo evidente, per lui, ovvero per Charlie, Nicole non è un personaggio che si fa odiare senza se e senza ma. È una persona complessa, fondamentalmente un’artista che travolta da un insolito destino sotto il cielo di New York ha lasciato l’assolata California e la città del cinema di Los Angeles, per andare nella Grande Mela e abbracciare il sogno d’amore con Charlie, impresario e attore teatrale. Ma attenzione: i due qui non sono solo due volti iper-espressivi ma anche e soprattutto due corpi, due esseri fatti di carne e ossa con i peli che si rizzano, i capelli che si scompigliano, la pelle che si arrossa e i muscoli che si gonfiano. Raramente quest’anno si è vista una prova attoriale anche tanto fisica, quasi carnale come in questo caso.

Come evidenziano bene i bellissimi manifesti pubblicitari, questo film mostra come due persone molto differenti tra di loro (per sommi capi Charlie riflessivo, ponderato, newyorkese fino al midollo anche se proviene dall’Indiana che però non si dimostra quasi mai veramente sincero con la propria compagna) e Nicole (spigliata, animata da un’energia infinita e cresciuta sotto il sole e le stelle della California) possano condividere una porzione importante della propria vita assieme, magari fare anche un, delizioso, figlio ma che poi, quando decideranno di concludere il loro rapporto, questa decisione non sarà indolore anzi. Una storia di non-amore giusto ma anche sulle scorie che la fine di un amore porta con sé. E, come ben sapete, sono tante, spesso troppe e quasi sempre che fanno un male boia.

Il racconto del film, come abbiamo detto, si concentra sulla fine di un amore, anche molto bello e totalizzante, dei due protagonisti che però, e qui sta la trovata non solo geniale ma anche proprio realistica del regista, non si traduce in chissà quali gesti eclatanti, frasi memorabili o situazioni incredibili. Sì certo, c’è quella scena in cui la rabbia esplode, messa non a caso proprio al centro del film e nella quale i due attori raggiungono il vertice della loro prova recitativa, ma tutto non si riduce a questo. Lo spettatore viene accompagnato lungo il lento ma inesorabile sgretolarsi del rapporto condotto attraverso i piccoli dettagli, gesti o tic della persona che se prima ce la facevano sembrare tanto adorabile e desiderabile, ora non tolleriamo più.

Quel posto di fianco al nostro nel letto che abbiamo sempre dato per scontato oggi è occupato da un senso di solitudine, abbandono e, perché no, colpa grande quanto la stessa casa. Anche i piccoli gesti quotidiani che prima davano per normali, oggi, dopo la separazione e la fine dell’amore, sono fatiche colossali e aste appuntite conficcate direttamente nel nostro costato. Guardare Marriage Story non ci fa stare meglio, anzi, ma ci fa soffrire come delle bestie.

Marriage Story è perciò sia un lampante esempio di chamber-movie, ovvero quei film grosso modo girati sempre all’interno in cui gruppi di due massimo quattro attori recitano al massimo delle loro potenzialità sia una profonda esplorazione dei sentimenti che provocano maggiore sofferenza nella’animo umano, senza perdersi in troppi fronzoli o romanticherie da quattro soldi. Qualcosa di profondamente classico perciò ma innervato dello spirito dei tempi grazie a quella sintassi, quella grammatica e quella terminologia di cui parlavamo all’inizio che respira di contemporaneità.

Come non citare infatti Nora Fanshaw/Laura Dern e Bert Spitz/Alan Alda, ovvero i due avvocati divorzisti, che ci regalano una prova da grandi attori quali sono. Ecco allora che Marriage Story, finalmente, si presenta per quel che è, ovvero un grandissimo film che ci fa passare due ore di cinema di livello altissimo con scene che, come quella dell’ira funesta (chi sa sa e chi non sa saprà ben presto) che difficilmente ci scorderemo (specialmente in sede degli Oscar 2019). Insomma alla fine dell’anno ecco che, finalmente, su Netflix assieme a The Irishman, possiamo guardare qualcosa di davvero bello anche se dannatamente doloroso.

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