A venticinque anni dalla morte di Serena Mollicone, il processo d’Appello bis torna a stringersi attorno a una domanda che in questa vicenda pesa più di tante altre: Serena entrò davvero nella caserma di Arce il giorno in cui sparì? L’udienza del 27 maggio, a Roma, ha rimesso al centro una testimonianza rimasta per anni sullo sfondo e alcune intercettazioni che, secondo la Cassazione, non potevano essere archiviate in poche battute. È qui che oggi si gioca un passaggio delicato del processo. Da questo punto, infatti, dipendono non solo la tenuta del racconto dell’accusa, ma anche il senso di molti vuoti che un’indagine lunga e tormentata si porta dietro da anni.
L’udienza del 27 maggio: Sonia Da Fonseca e l’ombra della caserma di Arce
In aula è tornata al centro Sonia Da Fonseca, considerata una teste chiave non perché abbia assistito direttamente a tutto, ma perché da anni ripete sempre lo stesso punto: quello che le avrebbe raccontato Annarita Torriero, presente quel giorno in caserma, e cioè che Serena Mollicone sarebbe entrata nella stazione dei carabinieri di Arce. È un passaggio noto da tempo, ma in questa fase del processo ha preso un altro peso. Anche perché la Cassazione ha chiesto di guardare con più attenzione proprio a ciò che finora era rimasto ai margini. Il nodo è tutto qui, ed è tutt’altro che secondario: se una persona esterna alla vicenda, senza interessi personali evidenti, conferma da anni la stessa versione, perché quella versione nei precedenti passaggi processuali non è stata ritenuta credibile? È la domanda che il processo si trova ora davanti. E per la famiglia Mollicone, così come per chi segue il caso da anni, la caserma di Arce come ultimo luogo in cui Serena sarebbe stata vista resta il punto che continua a tornare.
Il racconto di Venticinque in aula: l’informativa ferma in Procura e il presunto stop alle indagini
L’altro momento centrale dell’udienza riguarda le parole dell’appuntato Venticinque, sentito anche sul contenuto delle intercettazioni con Da Fonseca. Da quanto emerso, il militare avrebbe confermato che quella donna gli parlò del racconto attribuito alla Torriero. Ma il passaggio più pesante è arrivato dopo, quando ha richiamato la vicenda dell’informativa redatta con il comandante Evangelista e rimasta, secondo quanto riferito in aula, ferma in Procura per molto tempo senza sviluppi. Non solo. Venticinque ha parlato anche di un episodio ancora più delicato, sostenendo che un ufficiale dell’Arma avrebbe cercato di bloccarlo fisicamente all’uscita della caserma, facendogli capire di non andare avanti su quella pista. Parole da prendere con cautela, perché sarà il processo a verificarne la tenuta e l’attendibilità. Ma l’effetto in aula è stato chiaro: riportano in primo piano l’idea di indagini ostacolate, o comunque non portate fino in fondo. Una sensazione che nel caso Mollicone riaffiora da anni e che continua a lasciare aperti dubbi, rabbia e contraddizioni.
Perché la Cassazione ha riaperto il nodo sull’attendibilità della teste e cosa può cambiare nell’Appello bis
La scelta della Cassazione di riaprire il capitolo sull’attendibilità della teste non nasce da un dettaglio tecnico. Nasce, piuttosto, da una frattura evidente nel percorso giudiziario. Se una dichiarazione resta coerente nel tempo, e arriva da una persona ritenuta estranea al conflitto processuale, il giudice deve spiegare con particolare rigore perché la considera non affidabile. È su questo terreno che adesso si muove l’Appello bis. Non significa che la parola di Da Fonseca, da sola, possa ribaltare il processo: in un caso di omicidio, e ancor più in una vicenda così lontana nel tempo, un solo tassello non basta. Ma significa che quel tassello non può più essere lasciato da parte come se non contasse. E per chi guarda questa storia da fuori, il punto è anche un altro: dopo venticinque anni, la giustizia torna ancora a chiedersi se alcune voci siano state ascoltate troppo tardi o troppo poco. In un processo come questo, il tempo non resta sullo sfondo. Finisce per diventare quasi un secondo imputato.




