Il restyling di Termini doveva dare a Roma un ingresso più ordinato, più verde, più facile da leggere. Un piazzale capace di reggere ogni giorno l’urto di centinaia di migliaia di passeggeri. Davanti alla stazione, però, la scena è ancora quella di un’opera a metà: transenne, passaggi provvisori, spazi già segnati dall’uso prima ancora di essere davvero consegnati alla città.
Il caso di piazza dei Cinquecento non è solo una questione di ritardi o di carte tecniche. Racconta una vecchia ferita romana: la distanza tra le promesse dei concorsi pubblici e ciò che poi si vede sui marciapiedi. Tra i rendering e la strada. Tra l’idea di città e il cantiere che non finisce mai.

Il cantiere del Giubileo è ancora lì, davanti alla stazione
Il piazzale di Termini doveva essere uno dei biglietti da visita del Giubileo 2025. Il punto in cui Roma si presentava a pellegrini, turisti e pendolari con un volto nuovo, più accogliente. A metà 2026, però, l’immagine è diversa. Davanti alla stazione restano cantieri, teloni e recinzioni legati al programma giubilare, mentre Anas indica l’estate come nuovo traguardo per chiudere i lavori.
Ma il problema non è soltanto la data. In alcune parti già visibili, o comunque quasi finite, l’usura sembra arrivata troppo presto. Tanto da far pensare a nuove chiusure, altri rattoppi, altri interventi. In una piazza attraversata ogni giorno da flussi enormi, la qualità dei materiali e dei lavori conta quanto il progetto. Se il primo impatto resta quello di uno slalom tra le transenne, la promessa di una grande ricucitura urbana perde forza.
La denuncia degli architetti: dal progetto vincitore al «non luogo»
La critica più dura arriva dall’Ordine degli architetti di Roma. Il vicepresidente Lorenzo Busnengo parla di un progetto ormai lontano da quello premiato con il concorso. La definizione è pesante: piazza dei Cinquecento, oggi, sarebbe un «non luogo». Non una vera piazza, ma uno spazio da attraversare in fretta, senza una forma chiara, senza un ordine riconoscibile.
Secondo gli architetti, il nodo nasce quando un’opera pubblica cambia troppo durante il passaggio dall’idea al cantiere, fino a perdere il senso iniziale. A Roma è un film già visto: buone intenzioni, tempi lunghi, varianti, aggiustamenti. Poi, alla fine, un risultato che non somiglia più al progetto scelto. Nel caso di Termini, però, la questione pesa di più. La stazione non è un punto qualunque della città. È una soglia simbolica, il primo impatto con la Capitale per chi arriva.
Piazza dei Cinquecento, 45 milioni tra ritardi e lavori da rifare
Il maxi intervento su piazza dei Cinquecento vale circa 45 milioni di euro, tra fondi del Giubileo e risorse del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Una cifra importante, destinata a una delle opere più visibili del pacchetto giubilare romano. Proprio per questo, ogni ritardo e ogni correzione pesano. Non solo sul piano urbanistico, ma anche su quello politico. La piazza doveva diventare più accessibile, più verde, più adatta ai pedoni e al nodo del trasporto pubblico. Il rischio, denunciano gli architetti, è che alla fine restino costi, disagi e compromessi, senza restituire alla città un vero spazio pubblico.
A colpire sono soprattutto le parti già rovinate prima della fine del cantiere. Un dettaglio che dice molto. Un luogo così sollecitato va pensato anche per durare: materiali, manutenzione, percorsi chiari. Altrimenti la riqualificazione nasce già fragile.
La gara internazionale del 2020 e l’idea che doveva cambiare Termini
La trasformazione di Termini nasce da una gara internazionale bandita nel 2020 da GS Rail, insieme a FS Sistemi Urbani e Comune di Roma. Nel 2021 vinse un gruppo formato da It’s, TVK, Artelia, Net Engineering, Latitude Platform e Rustici, scelto per dare alla piazza un respiro adeguato al suo ruolo metropolitano. L’obiettivo non era soltanto rifare una pavimentazione o spostare qualche percorso.
Il progetto puntava a rimettere insieme la stazione, le fermate, i flussi pedonali, il verde e le presenze storiche dell’area. In sostanza: trasformare un nodo caotico in una porta urbana più chiara. C’era anche un tema di identità. Accogliere i flussi del Giubileo senza ridurre la piazza a un semplice corridoio di passaggio. Il concorso serviva proprio a questo: scegliere una visione, prima ancora di una soluzione tecnica. Se quella visione viene cambiata troppo, il rischio è che il concorso resti solo una cornice elegante per un risultato diverso.
L’appello dell’Ordine al Comune: tornare allo spirito originario
L’Ordine degli architetti di Roma chiede al Comune di non archiviare la partita. La richiesta è di rientrare nel merito dell’intervento e recuperare lo spirito del progetto premiato. Non è nostalgia da progettisti. È il tentativo di salvare ciò che resta di un’occasione rara: ridisegnare il principale ingresso ferroviario della Capitale senza accontentarsi di una sistemazione provvisoria e funzionale.
Busnengo insiste sul valore del concorso come strumento per portare qualità nelle trasformazioni urbane, richiamando anche altri dossier romani, dal Museo della Scienza alla rigenerazione di aree complesse. Ma Termini è un caso a parte. Ha una visibilità enorme. Ogni giorno la piazza viene giudicata da chi arriva, parte, lavora, aspetta un autobus o cerca un varco tra le recinzioni. Se il restyling Termini resterà nell’immaginario come un cantiere infinito, il danno non sarà solo estetico.
Sarà l’ennesima conferma della fatica di Roma nel trasformare le sue grandi promesse in luoghi compiuti, riconoscibili, finalmente utilizzabili.





