L’inflazione a Roma non è una cifra da leggere e archiviare. Si vede al supermercato, quando dal carrello sparisce qualcosa. Si sente sull’affitto, sulle bollette, sulle rate che pesano sempre di più. I dati elaborati dalla Cgil di Roma e Lazio su numeri Istat raccontano una Capitale più cara della media italiana, dove a correre sono soprattutto le spese che non si possono evitare: casa, alimentari, energia, ristorazione. E così il caro vita scava ancora di più il solco tra chi riesce ad assorbire gli aumenti e chi, tra stipendi fermi e pensioni leggere, arriva a fine mese con sempre meno margine.

Roma più cara dell’Italia: a maggio 2026 prezzi sopra la media
A maggio 2026 l’indice dei prezzi al consumo di Roma è arrivato a 103,9. In Italia, nello stesso periodo, si è fermato a 103,1. La distanza è di 0,8 punti. Non sembra enorme, sulla carta. Ma nei conti di una famiglia pesa, soprattutto quando salari e pensioni non crescono allo stesso ritmo. Dall’inizio dell’anno, nella Capitale, l’aumento è stato di 3,6 punti; a livello nazionale di 3,2 punti.
La lettura della Cgil è chiara. Per Natale Di Cola, segretario generale della Cgil di Roma e Lazio, il problema è una nuova perdita di potere d’acquisto per lavoratori e pensionati. E il nodo è tutto qui: l’inflazione non colpisce tutti allo stesso modo. Chi ha redditi più alti può cambiare abitudini, rinviare una spesa, assorbire qualche aumento. Chi vive già sul filo, invece, ha poco da tagliare. Roma non diventa solo più cara. Diventa anche più selettiva.
Carrello e casa sotto pressione: olio, burro, farina e affitti guidano i rincari
La mappa dei rincari conferma quello che molte famiglie romane vedono ogni settimana alla cassa. Tra gli alimentari, secondo l’analisi della Cgil, l’aumento più forte riguarda l’olio d’oliva. Seguono burro e latticini freschi, poi farina e prodotti da forno. Non si parla di beni di lusso, ma di prodotti normali, quotidiani. Proprio per questo l’impatto è più pesante: quando crescono pane, pasta, biscotti, latte e condimenti, la spesa cambia anche se il carrello resta lo stesso.
Il colpo più duro, però, arriva dalla casa. Le spese per l’abitazione sono tra le voci che hanno spinto di più l’inflazione negli ultimi anni, con aumenti indicati tra il 35% e il 60%, a seconda delle spese considerate. Affitti, utenze, costi condominiali e manutenzioni comprimono redditi già sotto pressione. A tutto questo si aggiungono i servizi ricettivi e la ristorazione, settori che a Roma, città turistica, pesano in modo particolare. La domanda di chi arriva da fuori può spingere i prezzi anche per chi nella Capitale vive e lavora ogni giorno.
Il punto è come sono fatti i bilanci delle famiglie. Chi ha redditi bassi spende una parte molto più alta delle proprie entrate per beni necessari: abitazione, cibo, trasporti, bollette. Quando aumentano proprio queste voci, il caro vita diventa una tassa di fatto sui più fragili. Non serve comprare di più per spendere di più. Basta fare la stessa spesa, pagare lo stesso affitto, accendere le stesse luci. A fine mese, però, resta meno.
Salari reali giù e lavoro precario: perché il caro vita pesa di più sui redditi bassi
Il tema dei prezzi si intreccia con quello dei salari. Nel settore privato non agricolo, nel 2023, le retribuzioni italiane risultavano in calo del 6,2% in termini reali. Nel Lazio la perdita è stata ancora più forte: 7,7%. È il dato che misura la distanza tra lo stipendio scritto in busta paga e quello che davvero si riesce a comprare. Se i prezzi salgono e i redditi restano fermi, o crescono solo sulla carta, l’impoverimento procede senza fare rumore.
A Roma questa dinamica si innesta su un mercato del lavoro fragile. La Cgil richiama il peso del part time involontario, dei contratti brevi e dei lavori intermittenti. Nel Lazio quasi la metà dei nuovi contratti dura meno di 30 giorni. Un dato che dice molto sulla precarietà. Nel 2025, rispetto al 2024, il 75% del saldo occupazionale regionale sarebbe stato legato all’aumento degli over 64 ancora al lavoro, ormai oltre quota 92 mila. Un segnale netto: molte persone restano attive più a lungo non per scelta, ma perché pensione e reddito non bastano.
La distanza sociale si vede anche nei dati fiscali. A Roma i contribuenti nelle fasce fino a 10.000 euro sono diminuiti di circa il 15%, ma il miglioramento è soprattutto nominale. In termini di potere d’acquisto reale, secondo l’analisi riportata, c’è una perdita dell’1,6%. L’indice Gini, usato per misurare la disuguaglianza sui dati Irpef, è salito dal 13,5% al 16,5% rispetto alla media nazionale. In altre parole, cresce la distanza tra chi può reggere l’urto dei rincari e chi lo subisce tutto.
Fuori dalla Capitale il quadro non è più leggero. Il divario di reddito medio tra le province di Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo e la Città metropolitana di Roma è passato da 6.286 euro a 6.735 euro. In diverse province la quota di persone sotto i 10.000 euro di reddito è più alta rispetto alla Capitale. Qui l’inflazione fa meno notizia, ma gli effetti sono concreti: meno servizi, meno alternative, più spese obbligate rispetto alle entrate disponibili.
Prezzi medi pubblici, casa e addizionali: le richieste della Cgil al Comune
Davanti a questo quadro, la Cgil di Roma e Lazio chiede al Comune di Roma interventi rapidi e verificabili. La proposta più immediata riguarda la pubblicazione dei prezzi medi dei beni di prima necessità, per rendere più chiaro l’andamento del carrello e aiutare i cittadini a riconoscere eventuali aumenti anomali. L’idea è mostrare questi dati in luoghi molto frequentati, come metropolitane e pensiline degli autobus, oppure inserirli nell’assistente virtuale Julia, che potrebbe rispondere alle domande sui prezzi medi dei prodotti essenziali.
Sul fronte abitativo, il sindacato chiede di rafforzare le politiche per la casa, partendo dalla delibera comunale 185 del 2025, e di rifinanziare i fondi regionali per la morosità incolpevole. Nel pacchetto rientrano anche progetti di cohousing, pensati per alleggerire la pressione sulle fasce sociali più esposte. La casa, del resto, è il punto in cui il caro vita può trasformarsi più in fretta in esclusione. Quando l’affitto supera una certa soglia, non si taglia una spesa: si cambia vita.
C’è poi il capitolo fiscale. La Cgil propone di eliminare lo 0,4% di maggiorazione dell’addizionale comunale per i redditi tra 14.000 e 50.000 euro, applicando invece un’aliquota dello 0,8% sopra i 50.000 euro. Sul piano regionale, il sindacato chiede di togliere gradualmente lo 0,5% su tutti gli scaglioni, proseguendo il percorso avviato con l’accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Regione Lazio sul Fondo Taglia Tasse.
Il punto, alla fine, è capire se Roma voglia limitarsi a registrare i rincari o provare a contenerne gli effetti sociali. La trasparenza sui prezzi non fermerà da sola l’inflazione, e il fisco locale non può sostituire una politica nazionale sui salari. Ma mettere in fila dati, responsabilità e strumenti serve a evitare che il caro vita resti una faccenda privata, scaricata sulle famiglie una spesa alla volta. Perché quando olio, burro, farina e affitti crescono più degli stipendi, la disuguaglianza non è più solo un indicatore: diventa il volto concreto della città.





